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Un'amicizia di 150 anni



Nel segno della continuità: l'attuale presidente del Circolo Luciano Defilla con il figlio Riccardo, davanti alla sede sociale.

Nel segno della continuità: l'attuale presidente del Circolo Luciano Defilla con il figlio Riccardo, davanti alla sede sociale.

(swissinfo.ch)

Il Circolo svizzero di Firenze – inizialmente denominato Società svizzera Amicizia – compie 150 anni: un lungo cammino che ha accompagnato le vicende italiane dall'Unità fino a oggi.

Si parte da lontano, ovvero dal 1° gennaio 1860. A quel momento, «in un quadro sociale ed economico in cui le relazioni con la comunità fiorentina erano ampiamente sviluppate – ciò che aveva portato a una buona integrazione – restava per la colonia svizzera la necessità di darsi delle strutture proprie, per garantire un certo livello di servizi a tutti i suoi membri», scrive David Tarallo, autore del libro Quelli dell'Amicizia – Il circolo svizzero di Firenze 1860-2010.

Un gruppo di svizzeri residenti nella città toscana decide dunque di creare un luogo d'incontro e conoscenza, un'associazione «avente per scopo di procurare ai suoi membri trattenimenti leciti e di stringere tra loro maggiormente legami d'amicizia», come recita l'atto di fondazione.

Più precisamente, viene sottolineato nel documento, «i principali soggetti di ricreazione saranno i giuochi onesti e riconosciuti dalla buona società, il biliardo, la musica e la lettura. A questo scopo la società compra un biliardo, terrà uno o più giornali […], comprerà o prenderà in affitto un pianoforte, e si abbonerà a raccolte di musica».

A lume di candela

I primi anni di vita dell'associazione sono caratterizzati da iniziative di generosità – per esempio a favore delle località svizzere colpite dalle inondazioni del 1868 – e dagli auspicati momenti conviviali.

Incontri sempre all'insegna della sobrietà, come evidenzia David Tarallo: «Oltre alle cene e ai ritrovi serali ci si divertiva come si poteva, al lume delle candele e cercando di non fare le ore piccole per non disturbare troppo i vicini: di norma verso le undici i locali erano già vuoti e ognuno era tornato a casa propria. […] I soci si davano appuntamento la domenica pomeriggio, a leggere i giornali e le riviste e a parlare del più e del meno».

A inizio Novecento – sottolinea l'autore – emerge l'esigenza «di una maggiore partecipazione dell'elemento giovane: evidentemente la necessità di assicurare all'associazione non solo un futuro stabile, ma anche di vivacizzare un ambiente che a tratti doveva sembrare ancora un po' troppo formale e compassato, si faceva sentire». In quest'ottica, si sviluppano per esempio la sezione della ginnastica e quella del canto.

Uniti nella difficoltà

La società Amicizia – che comincia progressivamente a essere chiamata Circolo svizzero – è confrontata anche a momenti difficili e a ristrettezze finanziarie, per esempio in occasione della Seconda Guerra mondiale.

Durante quel periodo i soci diminuiscono (da 98 a 60 nel 1943) a causa dei numerosi rimpatri nella Confederazione, ma non per questo l'associazione rinuncia a cercare di aiutare chi sta peggio: «Tutto il circolo era mobilitato per rendersi utile, ai connazionali come alla cittadinanza fiorentina», scrive Tarallo.

Per esempio, vengono organizzate distribuzioni di viveri e create squadre di azione in caso di bombardamento. Tutto questo per restare fedeli a un principio affermato già nell'assemblea generale ordinaria del 1942: «La missione della Svizzera e di noi tutti è quella di una neutralità attiva, in senso umanitario e sociale».

Una presenza che fa crescere

Gli anni passano e la vita del circolo prosegue, tra cambi di sede, avvicendamenti alla presidenza e tante iniziative: concerti, visite culturali e conferenze. L'accento posto sulla cultura – per esempio la visita guidata a opere architettoniche e il recupero dell'archivio – è uno degli aspetti più sviluppati dall'attuale presidente, Luciano Defilla, all'origine anche del recentissimo libro sulla presenza svizzera a Firenze.

«I momenti di aggregazione come le cene sono certamente importanti, ma è la cultura che ci permette di lasciare un segno», spiega il presidente. E un segno l'hanno certamente lasciato gli svizzeri nel capoluogo toscano: «La comunità elvetica è stata – nel corso degli anni – non soltanto una presenza che non crea problemi, bensì uno stimolo e un contributo per la crescita di tutta la regione in cui è perfettamente inserita».

A questo proposito Luciano Defilla cita un esempio che conosce bene, quello del bisnonno, «giunto a Firenze con tutta la famiglia in seguito a una terribile carestia nella Confederazione. Arrivati privi di tutto, si sono messi con umiltà a lavorare nel settore della panetteria e in seguito a creare attività commerciali che esistono ancora oggi».

Senza dimenticare, conclude, «l'importanza – per chi ha origini rossocrociate – di spiegare la Svizzera qui in Italia, di ricordare quanto è stata e continua a essere proficua la collaborazione tra i nostri due paesi».

Caffè, cappelli e cimiteri

Fin dagli anni Trenta del Settecento, è attestata l'esistenza di caffè appartenenti a svizzeri a Firenze.

Da subito «e per tutto il corso dell'Ottocento la componente grigionese, e soprattutto engadinese, sarà decisamente maggioritaria», si legge nel libro Svizzeri a Firenze dal Cinquecento a oggi (Ticino Management, 2010).

Uno dei locali più famosi – ancora oggi uno storico ritrovo fiorentino – è infatti il Caffè Gilli, aperto nel 1733 dalla famiglia Gilli dell'alta Engadina, inizialmente denominato «bottega dei pani dolci».

Un altro settore – oltre a quello artistico e culturale (Albertolli, Ciseri e Vieusseux solo per citare qualche nome) – in cui gli svizzeri si sono messi in luce è il settore dei cappelli di paglia fiorentini, prodotti da numerose ditte elvetiche giunte – con le necessarie conoscenze – nella capitale toscana durante l'Ottocento.

A titolo di esempio, il granduca Leopoldo II annota nelle sue memorie: «Dal 1818 al 1826 la Casa Gonin [originaria di Ginevra] trafficò di cappelli di paglia per la somma di 16 milioni di lire».

Un altro noto luogo storico di Firenze, il Cimitero degli inglesi (chiamato così per il grande numero di sepolti di quella nazionalità), fu in realtà creato dalla Chiesa evangelica riformata svizzera fiorentina, la comunità protestante più antica della città.

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