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Charles Dutoit


“Trasmettere la propria esperienza è la miglior eredità artistica”


Di Rodrigo Carrizo Couto, Morges


Considerato il più internazionale tra i musicisti svizzeri, Charles Dutoit ha compiuto 80 anni il 7 ottobre. In un’intervista esclusiva a swissinfo.ch, il direttore d’orchestra ricorda i suoi 55 anni di carriera e le storie e persone che hanno segnato la sua vita.

Il maestro svizzero Charles Dutoit dirige la Royal Phisarmonic Orchestra di Londra dal 2009. (Reuters)

Il maestro svizzero Charles Dutoit dirige la Royal Phisarmonic Orchestra di Londra dal 2009.

(Reuters)

swissinfo.ch: Ci parli della sua infanzia e della sua famiglia.

Charles Dutoit: La mia nonna materna era brasiliana e mio padre savoiardo. I miei genitori si sono conosciuti nel canton Vaud nei primi anni Trenta. Oggi è difficile immaginare quanto fosse difficile la vita a quei tempi, tra le due Guerre mondiali. Mio padre era capitano istruttore nella scuola di cavalleria nell’esercito svizzero, ma per sfamare i figli aveva anche delle piccole attività commerciali. Durante la Grande Depressione ha perso tutto e la sua prima moglie lo ha lasciato. Quando è scoppiata la Seconda guerra mondiale io avevo due anni. In Svizzera non abbiamo vissuto il dramma che ha toccato il resto dell’Europa, ma abbiamo sofferto del razionamento.

swissinfo.ch: Non è dunque cresciuto in una famiglia di artisti…

C.D.: No, la mia famiglia non aveva una tradizione artistica. Mia madre cantava un po’, senza sapere leggere la musica. Però ai miei tempi in Svizzera c’era un sistema scolastico davvero formidabile. Si iniziava a studiare canto a sei anni e ad otto si imparava a leggere le partiture. Si dava un’importanza enorme alla formazione completa e alla cultura generale.

swissinfo.ch: Quando è nato il suo interesse per la musica?

C.D.: Da piccolo volevo entrare a far parte della fanfara scolastica. Mi piacevano le uniformi e le marce militari, che erano la norma in tempo di guerra. I bambini avevano un berretto stile militare con lo stemma del canton Vaud e un piccolo gallone che mi ricordava le foto di mio padre nell’esercito.

La mia famiglia però non voleva che suonassi il trombone a casa, perché faceva troppo rumore. Allora mio padre è venuto a sapere che potevo seguire dei corsi di violino sovvenzionati dallo Stato. E così è cominciata la mia formazione musicale.

swissinfo.ch: Quando ha deciso di voler diventare direttore d’orchestra?

C.D.: È stato grazie a un film, nel quale un giovane recitava la parte di direttore d’orchestra. Avevo dodici o tredici anni. Quelle immagini mi hanno incuriosito e così con un amico ho iniziato a lavorare come maschera durante i concerti sinfonici nella cattedrale di Losanna.

Poi sono entrato a far parte di una piccola orchestra da camera a Renens. Un giorno il direttore era in ritardo e i miei amici mi hanno chiesto se avevo il coraggio di prendere il suo posto, dato che tra tutti ero il migliore. Li ho aiutati durante le prove e per ringraziarmi il direttore mi ha permesso di dirigere il concerto “Eine kleine Nachtmusik” di Mozart. All’epoca avevo 14 anni e posso dire che quello è stato il mio debutto ufficiale.

swissinfo.ch: Dopo Losanna, si è trasferito a Ginevra.

C.D.: A Ginevra ho cominciato a suonare la viola, per guadagnare qualche soldo, e a studiare per diventare direttore. Ho conosciuto Ernest Ansermet, il leggendario direttore dell’Orchestra della Svizzera romanda, che è poi diventato il mio mentore, anche se non l’ho mai avuto come professore. A 21 anni ho vinto il primo concorso come direttore. Non è poi così male se si pensa che ho iniziato a studiare musica solo a dodici anni.

swissinfo.ch: La vita di un’aspirante direttore d’orchestra è più difficile oggi rispetto al passato?

C.D.: Sono due epoche che non si possono comparare. Noi avevamo un rispetto enorme per le tradizioni. Non avevamo grande accesso alle informazioni. Dovevamo fare delle ricerche, ascoltare la radio, trovare dischi rari che erano carissimi. Avere una collezione di dischi personale era impensabile per uno studente. I nostri veri idoli erano Furtwängler e Karajan a Berlino o Toscanini negli Stati Uniti. E in quanto giovani non ci avvicinavamo nemmeno al loro repertorio.

swissinfo.ch: E com’è la situazione oggi?

C.D.: Oggi non ci sono più miti e i giovani hanno fin troppo accesso alle informazioni. Grazie a YouTube e ai DVD possono studiare da soli, davanti a uno specchio. Ho l’impressione che noi imparavamo a far musica con maggior sforzo e più lentamente. Il nostro apprendimento aveva delle radici. Oggi invece si lavora a tutta velocità e per questo a volte si commettono degli errori. Viviamo in una società dell’informazione e non più in una società della cultura. La gente è informata, ma non è più colta.

swissinfo.ch: Herbert von Karajan, il mitico maestro austriaco, è una figura che ha segnato molto il suo percorso artistico…  

C.D.: Sì, mi ha segnato molto e ho avuto il privilegio di lavorare sotto la sua direzione. La prima volta è stato durante un corso di perfezionamento a Lucerna. È stata un’esperienza indimenticabile. I suoi corsi erano straordinari. Ci spiegava come eseguire un gesto, concentrare le energie, fare in modo che tutto potesse fluire.

Il 27 gennaio 1964, quando già lavoravo per la Sinfonica di Berna, ho diretto “La sagra della primavera” di Igor Stravinsky. All’epoca in pochi osavano cimentarsi con quest’opera, a parte Markevitch, Ansermet, Monteux e solo alcuni altri. Il concerto fu un successo e l’eco arrivò fino a Karajan, che mi propose di dirigere “Il cappello a tre punte” nell’Opera di Vienna. Da quel momento io e Karajan ci siamo visti spesso. Ero affascinato da come lavorava coi suoni.

swissinfo.ch: Da giovane sognava di visitare tutti i paesi del mondo. Ce l’ha fatta?

C.D.: In oltre 50 anni ho visitato 196 paesi. Ci sono più di 55 paesi africani e li ho visitati tutti, sistematicamente. C’è solo un posto dove non ho osato restare: la Somalia. Ho dovuto ripartire da Mogadiscio in tutta fretta, per prudenza. Ero spaventato dal livello di violenza.

swissinfo.ch: La sua vita e la sua carriera sono anche legate alla figura di Martha Argerich, famosa pianista argentino-svizzera.

C.D.: Ho conosciuto Martha nel 1958, quando aveva 17 anni. I miei compagni sudamericani mi avevano praticamente “adottato”; mi trovavano divertente. Erano persone molto simpatiche e affascinanti.

Io e Martha ci siamo sposati nel 1969. È una storia buffa. Entrambi eravamo già sposati e all’epoca la legge argentina non riconosceva il divorzio. Per questo abbiamo deciso di andare in Paraguay. A causa di una tempesta, l’aereo è però dovuto rientrare a Buenos Aires e così non ce l’abbiamo fatta. I nostri amici ci hanno poi organizzato un matrimonio a Montevideo e nell’ottobre 1970 è nata nostra figlia Annie.

50 candeline in sol maggiore: Charles Dutoit e Martha Argerich (in francese)

swissinfo.ch: E come è finita la storia?  

C.D.: Abbiamo divorziato nel 1974. Andavamo d’amore d’accordo, ma i nostri stili di vita erano totalmente incompatibili. Lei andava a letto all’alba, chiacchierava con gli amici fino alle cinque del mattino e io alle nove incominciavo a lavorare. C’è stato un periodo in cui la situazione era insostenibile.

Il giudice ha ufficializzato il divorzio alle 11.00 e per festeggiare siamo andati a cena e poi al cinema. È stata senza dubbio una relazione molto bella e lo è tuttora.

swissinfo.ch: Da diversi anni dirige l’Orchestra del Festival di Verbier, in Svizzera. Come valuta questa esperienza?  

C.D.: Dirigo l’orchestra una settimana all’anno. È un lavoro che ho fatto per nove anni ed ora è tempo di partire. La prossima edizione sarà l’ultima. Ho un’età rispettabile e il lavoro quotidiano con un’orchestra di giovani mi stanca. È una fortuna che Verbier possa contare su un direttore di talento come Martin Engstroem, che è riuscito a far conoscere il festival a livello internazionale.

swissinfo.ch: Quali sono i direttori d’orchestra della nuova generazione che osserva con interesse?

C.D.: Ce n’è uno che ammiro e conosco fin da piccolo: lo svizzero Philippe Jordan, figlio del mio amico e direttore d’orchestra Armin Jordan. Philippe ha un talento straordinario. Ora lavora tra Parigi e Vienna. Mi permetto di esprimere il desiderio che Jordan riprenda le redini della Tonhalle di Zurigo, visto che il posto sarà presto vacante. Sarebbe meraviglioso vedere uno svizzero brillante dirigere un’orchestra così importante per il nostro paese.

swissinfo.ch: Negli ultimi due o tre anni si è assistito a un “boom” di donne direttrici d’orchestra. Si tratta di un atto di giustizia oppure di marketing?

C.D.: Non è un’operazione di marketing. Non c’è una ragione logica che giustifichi l’assenza di donne. Il talento femminile non è diverso da quello maschile. Di fatto, molto spesso, ho visto giovani donne con molto più talento dei loro colleghi uomini.  Finora la società non tollerava l’uguaglianza in molti campi, incluso quello della direzione d’orchestra, che era visto come un privilegio maschile. Ma i tempi cambiano.

Non dimentichiamo che fino a pochi anni fa non c’erano donne nell’Orchestra filarmonica di Vienna. È proprio per questo che Martha non ha mai voluto suonare con loro. Mi diceva: “Non voglio suonare con un’orchestra sessista”. È forse l’unica grande orchestra con la quale Martha non ha mai suonato.

Per molto tempo i direttori d’orchestra erano dell’Europa centrale o ebrei dell’Est. Poi sono venuti gli americani e più tardi gli asiatici e i latinoamericani. Ora è giunto il momento delle donne. Non è una moda. È qualcosa che è destinato a restare.

swissinfo.ch: Ha mai pensato al modo in cui vorrebbe essere ricordato, all’eredità artistica che vorrebbe lasciare?

C.D.: Una volta morto, non mi interessa molto sapere ciò che accadrà. Non credo molto all’eredità artistica. Non m’interessa avere una via col mio nome o un busto su una piazza. Ciò che mi interessa è trasmettere l’esperienza. Quando vedo tutti questi nuovi direttori d’orchestra emergenti, mi dico che 55 anni d’esperienza professionale non possono essere inventati. Uno li ha o non li ha. Credo che condividere le mie esperienze con la nuova generazione sia la miglior eredità artistica. 

Considerato una personalità di riferimento per la musica sinfonica francese, Charles Dutoit nasce a Losanna il 7 ottobre 1936. Dopo aver studiato violino e viola ai conservatori di Losanna e Ginevra, si dedica alla direzione d’orchestra. Il suo mentore è Ernest Ansermet, direttore storico dell’Orchestra della Svizzera romanda.

A Lucerna e Vienna, Dutoit lavora con Herbert von Karajan. Più tardi ricopre la carica di direttore dell’Orchestra sinfonica di Berna (1967-1977). Dirige anche la Tonhalle di Zurigo.

Nel 1969 sposa la pianista argentina Martha Argerich, con la quale sviluppa un’intensa collaborazione artistica che prosegue ancora oggi.

Nel 1977 e nel 2002 ha diretto l’Orchestra sinfonica di Montreal, in Canada. Dirige regolarmente anche in Messico, Giappone, Francia, Argentina e Svezia.

Attualmente dirige la Royal Philharmonic Orchestra di Londra e l’Orchestra del Festival di Verbier, in Vallese, dove si occupa anche della formazione dei giovani talenti.

Charles Dutoit si è sposato quattro volte e ha due figli: Ivan, nato dal primo matrimonio, e Annie, frutto della sua unione con Martha Argerich. 


Traduzione dallo spagnolo, Stefania Summermatter

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