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Quinta Svizzera


Club svizzeri nel mondo: affezionati ai miti fondatori


Di Frédéric Burnand, Genève


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Rifugiatasi a Coppet per fuggire da Napoleone, la scrittrice francese di origini svizzere Germaine de Staël ha assistito alla seconda edizione delle feste dei pastori di Unspunnen nel 1808, raffigurata in questa litografia. (wikimedia commons)

Rifugiatasi a Coppet per fuggire da Napoleone, la scrittrice francese di origini svizzere Germaine de Staël ha assistito alla seconda edizione delle feste dei pastori di Unspunnen nel 1808, raffigurata in questa litografia.

(wikimedia commons)

Riunite all’inizio di agosto nel Museo degli Svizzeri nel mondo, le associazioni elvetiche all’estero hanno discusso delle tradizioni del paese e della loro importanza per la diaspora svizzera. Un dibattito alimentato dall’intervento di alcuni storici che ha evidenziato i malintesi tra storia e folclore della Confederazione.

«La parte storica del film è colma di errori. Quando lo vedo, mi chiedo a cosa serva. La storia svizzera è vista a partire dalle montagne, scordando tutto il resto». Lo storico François Walter, autore di una recente Historie de la Suisse, non nasconde il suo disappunto dopo aver visto un estratto del film “La Suisse au coeur des Alpes” (“La Svizzera nel cuore delle Alpi”), realizzato nel 2013 da Pierre Dubois, esploratore e membro della Società di geografia di Ginevra.

La scena si svolge nello scenario bucolico del castello di Penthes; all’orizzonte si scorge il Monte Bianco. Ci troviamo al secondo Incontro internazionale dei Club svizzeri organizzato a Ginevra dal Museo degli Svizzeri nel mondo, in margine al Congresso annuale degli svizzeri all’estero che si tiene questo fine settimana a Berna.

Circa 70 rappresentanti di questi club provenienti da 26 paesi si sono riuniti in questo 2 agosto per seguire un dibattito sulle tradizioni svizzere con François Walter e Isabelle Raboud-Schüle, etnologa e direttrice del museo della Gruyère. Anche quest’ultima è molto critica sull’immagine veicolata dal film: «Le città sono quasi completamente assenti e con loro anche l’arte e la cultura».

Le critiche non piacciono però a molti partecipanti all’incontro. Uno svizzero che vive in America latina ricorda che grazie a questi miti e a queste tradizioni gli svizzeri emigrati all’estero si ritrovano e si sentono uniti, in particolare in occasione del giorno della festa nazionale, il 1° di agosto.

Uno svizzero che vive a Dubai sale sulle barricate per biasimare un mondo tanto globalizzato quanto pastorizzato e per vantare le tradizioni elvetiche riconosciute a livello internazionale. «Si può certo organizzare un gay pride anche in Svizzera, ma a Los Angeles lo fanno senza dubbio meglio».

Se la prende in seguito con le cerimonia per l’inaugurazione della nuova galleria del San Gottardo dello scorso mese di giugno e in particolare con lo spettacolo di apertura: «Un amico saudita mi ha chiamato manifestando la sua incomprensione per il fatto che un evento di portata mondiale fosse accompagnato da uno spettacolo tanto poco rappresentativo della Svizzera. Il film di cui abbiamo appena visto un estratto non è forse nient’altro che cinema. Ma almeno è del buon cinema». Applauso dal pubblico.

Dopo il dibattito Alain Walter mi spiega tuttavia che queste cerimonie per il San Gottardo si iscrivono perfettamente nella mitologia elvetica di un popolo rustico e ingegnoso, guardiano delle Alpi nel cuore dell’Europa.

Una mitologia che lo storico ha decifrato nella prima parte del dibattito. Racconta della prima festa dei pastori di Unspunnen organizzata nel 1805 nel canton Berna: «In quell’epoca ricca di tensioni, i borghesi di Berna volevano unire città e campagna per una festa delle tradizioni alpestri [esaltate da Rousseau e dai romantici inglesi, NdR]. Si cercarono dei balestrieri e dei suonatori di corno delle Alpi, ma non ce n’erano quasi più. La seconda edizione del 1808 fu più ampia, con dei combattimenti di lotta svizzera [una sorta di sumo in salsa alpina, NdR], degli sbandieratori e il lancio della "pietra di Unspunnen" (83,5 chili). La festa doveva celebrare i 500 anni della Confederazione; all’epoca il 1308 era considerato il suo anno di fondazione».

Popolo eletto da Dio

Da queste feste e cerimonie di successo, come i 500 anni della battaglia di Sempach nel 1886, emerge a poco a poco l’idea di una festa nazionale. Ma ci vorrà la pressione - la minaccia - delle prime celebrazioni operaie del 1° maggio 1890 per accelerare il fenomeno. «Con il corteo e le rivendicazioni sociali, gli organizzatori socialisti si appropriarono anche dell’immagine dei primi cantoni svizzeri, visti come un’oasi social-democratica in mezzo alla tirannia e al feudalesimo», nota François Walter.

I radicali, all’epoca partito egemonico della borghesia, risposero un anno più tardi, il 1° agosto 1891, con le celebrazioni per i 600 anni della Confederazione, basandosi su un documento medievale considerato allora il patto fondatore della Svizzera. Un’interpretazione ampiamente rimessa in questione dagli storici di oggi.

«In seguito, i club svizzeri all’estero hanno fatto pressione sulla Confederazione per perpetuare questa festa nazionale», sottolinea François Walter, prima di ricordare la posta in gioco di questa celebrazione. «La scelta del 1291 ha permesso di raccontare il modo in cui i cantoni svizzeri si sono a poco a poco uniti attorno ai tre cantoni primitivi nel cuore delle Alpi. Come se il destino della Svizzera fosse già scritto, secondo una visione religiosa. Perché quel che caratterizza all’epoca la coscienza nazionale svizzera è di vedersi come un popolo eletto da Dio, in modo simile a quanto avveniva negli Stati Uniti. Non essendo molto religiosi, i radicali laicizzarono in seguito questo mito parlando di ‘Sonderfall’, di caso particolare svizzero. Un’idea che continua a segnare la Svizzera di oggi, l’idea di un popolo particolare con delle tradizioni uniche. Ma tutti i paesi dicono più o meno la stessa cosa. Tutti si ritengono speciali».

«Abbiamo assolutamente bisogno di miti»

Isabelle Raboud-Schüle cerca di mostrare come le tradizioni svizzere, che si vogliono scrupolose trasmissioni del passato, siano di fatto una costruzione periodica di riti a partire da elementi antichi ricomposti secondo il gusto del momento (costumi, corali, chalet, ecc.) e il cui senso parla della società di quel momento, più che della sua storia. «Questa costruzione di una narrazione nazionale viene fatta in tutta l’Europa, in quel momento scossa dalla primavera dei popoli del 1848 e dall’emergere delle nazioni europee», aggiunge l’etnologa.

Tuttavia non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca, mette in chiaro François Walter. «Abbiamo assolutamente bisogno di miti. Una nazione, una collettività fabbrica dei miti e delle tradizioni per esistere e sopravvivere. Questo racconto legittima delle azioni e permette di dare un senso agli eventi. È vero per la Svizzera, come lo è per l’insieme delle società mondiali».

Alla fine del dibattito, lo svizzero di Dubai dice di saperne più di prima: «In Svizzera si osa rimettere in discussione la propria storia». Ancora una visione idilliaca? Negli anni ‘80 e ‘90 in ogni caso lo sguardo critico di alcuni storici sulle origini della Svizzera aveva sollevato molte proteste.

Organizzatore di questo incontro dei club svizzeri, il direttore dell’Istituto e del Museo degli Svizzeri nel mondo Anselm Zurfluh, ha chiuso il dibattito con toni concilianti: «Non bisogna confondere le tradizioni e immagini stereotipate». Si potrebbe aggiungere che è importante distinguere tra storia e folclore, due racconti dalle funzioni diverse che possono comunque convivere in buona armonia, purché la storia mantenga il ruolo di moderatrice delle passioni nazionaliste.

Sostegno al cimitero svizzero del Cairo

Risale al 1923 e continua a essere l’ultima dimora di alcuni dei 1’200 svizzeri che risiedono in Egitto, di cui 800 al Cairo.

Secondo Anna-Maria Sulpizio e Anbreen Slama, rappresentanti del Club svizzero del Cairo, il cimitero svizzero sta andando a pezzi. Sono perciò necessari dei lavori di manutenzione e restauro per l’ammontare di circa 30'000 franchi. Ma finora le domande di sostegno al Dipartimento degli affari esteri elvetico sono rimaste lettera morta.

Eppure questo luogo della memoria degli svizzeri in Egitto è anche una testimonianza della storia di questa comunità che ha avuto il suo apogeo nella prima metà del XX secolo. «Il cimitero tedesco a fianco è conservato in modo perfetto grazie al sostegno di Berlino», nota Anna-Maria Sulpizio.

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