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Democrazia partecipativa I limiti del Grande dibattito lanciato da Macron

giovani discutono con macron

Il presidente francese Emmanuel Macron (di spalle) durante un incontro con dei giovani organizzato lo scorso 7 febbraio a Etang-sur-Arroux (Saona e Loira) nel quadro del Grande dibattito nazionale.

(Keystone / Emmanuel Foudrot / Pool)

La consultazione organizzata da Emmanuel Macron in risposta al movimento dei ‘gilet gialli’ non tiene conto delle esperienze di democrazia deliberativa, deplora il politologo Dimitri Courant.

Lanciato a metà gennaio dal presidente francese, il Grande dibattito nazionale si sta animando in tutta la Francia: 3'000 riunioni locali sono già state annunciate sul sito del Grande dibattitoLink esterno, sul quale sono pervenuti circa 900'000 contributi da parte di cittadini.

Nelle risposte al questionario sul tema della ‘Democrazia e partecipazione civica’, la Svizzera è stata ripetutamente citata quale modello di democrazia direttaLink esterno. Alla domanda “Che cosa ne pensate della partecipazione dei cittadini alle elezioni e come incitarli a parteciparvi maggiormente?”, un internauta risponde: “Referendum come in Svizzera + proporzionale come in Germania + assemblee di cittadini estratti a sorte”. Un’opinione assai diffusa sul sito del Grande dibattito.

Dottore in scienze politiche all’Università di Losanna e all’Università Parigi 8, Dimitri CourantLink esterno ha studiato diversi tipi di democrazia deliberativa, in particolare in Irlanda. Membro dell’Osservatorio dei dibattiti, creato dal Raggruppamento d’interesse scientifico Democrazia e PartecipazioneLink esterno, l’esperto guarda con occhio critico l’iniziativa promossa dal capo dell’Eliseo.

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grande dibattito di macron

swissinfo.ch: Che cosa ha osservato durante le riunioni locali del Grande dibattito?

Dimitri Courant: Durante i dibattiti a cui ho assistito, gli interventi dei partecipanti venivano spesso interrotti oppure duravano a lungo. Nel corso delle discussioni non c’è stata alcuna votazione. Il tutto era alquanto caotico.

Nulla a che vedere con l’esperienza irlandese di democrazia deliberativa?

In Irlanda, i membri delle varie assemblee cittadine, estratti a sorte e rappresentativi della popolazione, ascoltavano degli esperti, si scambiavano opinioni e votavano al termine di una lunga fase preparatoria.

Mi spiace che il governo francese, nell’organizzare il Grande dibattito, non abbia tenuto davvero conto di tutte le esperienze di democrazia deliberativa che si sono svolte negli ultimi anni. Tra gli Indignati spagnoli, Occupy Wall Street o ancora Nuit Debout, la durata di ogni intervento era limitata, si evitava di interrompere gli altri e dei gesti codificati consentivano ai partecipanti di esprimersi in silenzio a favore o contro l’oratore.

Come spiega questa assenza di regole?

La creazione del Grande dibattito è stata improvvisata. Il governo ha tentato di confiscare lo spazio mediatico, occupato fino a quel momento dai ‘gilet gialli’. D’altronde, l’organizzazione cambia ogni giorno. All’inizio, i resoconti delle riunioni locali non erano liberamente accessibili sul sito del Grande dibattito. Ora lo sono. Inoltre, non sappiamo ancora a cosa porterà questo processo: a un referendum? A decisioni del governo?

Il governo parla di circa 900'000 contributi pubblicati dai francesi in un mese sul sito del Grande dibattito. È piuttosto promettente…

Non c’è dubbio. Ciò che è deplorevole è che non si tratta di un reale dibattito. Innanzitutto, i presunti ‘contributi’ sono in realtà delle risposte a un questionario, le cui domande non sono neutre: non si parla ad esempio mai del referendum d’iniziativa cittadina auspicato dai ‘gilet gialli’. Secondariamente, non è possibile proporre emendamenti a un contributo o pronunciarsi contro o a favore. Non c’è alcuna selezione e gerarchizzazione dei dati.

Dimitri Courant

(DR)

Forse sarebbe troppo complicato?

No. Parallelamente al Grande dibattito, i ‘gilet gialli’ organizzano un’altra deliberazione intitolata ‘Il vero dibattito’, gestita sulla rete dalla stessa start-up, Cap collectif. Sul sito del ‘vero dibattito’ è possibile votare, correggere e commentare i contributi di altri cittadini. C’è una costruzione progressiva di un’opinione comune. In assenza di ciò, il Grande dibattito dovrà aggregare i dati, individuare le occorrenze. Si tratta di un processo complesso che rischia di impoverire il dibattito.

Anche le riunioni locali e i registri delle lamentele depositati in numerosi municipi sulla scia del movimento dei ‘gilet gialli’ verranno considerati nel Grande dibattito. Ci sono quindi parecchie cose…

Senza dubbio troppe per due mesi di lavoro. I quattro temi (democrazia e partecipazione civica, transizione ecologica, fiscalità e spesa pubblica, organizzazione dello Stato) ricoprono un campo politico, economico e sociale considerevole. Non dimentichiamoci che in Irlanda, l’ultima assemblea cittadina ha avuto bisogno più di un anno e mezzo per occuparsi di cinque tematiche precise, in particolare dell’aborto.

La Svizzera è spesso citata come modello della democrazia diretta sia dai ‘gilet gialli’ sia dai contributi al Grande dibattito. Eppure, il referendum d’iniziativa cittadina auspicato dai ‘gilet gialli’ permette, tra l’altro, la destituzione di un eletto, un aspetto assente in Svizzera a livello federale. Perché questo provvedimento?

In Francia, il presidente può sciogliere l’Assemblea nazionale. Il capo dello Stato non è però responsabile di fronte al popolo o al parlamento. Nessuno può destituirlo. Può farlo soltanto una maggioranza assoluta del parlamento in caso di alto tradimento. Dall’introduzione del quinquennio, le elezioni legislative seguono quella presidenziale e conferiscono sistematicamente i pieni poteri al presidente. Penso che sia normale responsabilizzare gli eletti. Nel caso specifico, il potere di destituire un eletto si ispira al ‘recall’ che esiste in California e in altri Stati americani, in diversi paesi e anche in alcuni cantoni svizzeri. Questa procedura consente di destituire, tramite referendum, un rappresentante dello Stato.

La Francia è una vera democrazia?

I teorici rivoluzionari del 1789, quali l’abate Sièyès, non volevano una democrazia, ma piuttosto un’aristocrazia elettiva. In 200 anni, il Demos, ovvero il numero di cittadini che partecipa alle elezioni, è sì aumentato con il suffragio universale e il voto alle donne. Non però il Kratos, il potere del popolo sovrano. In questo, la Francia non è mai stata una vera democrazia. Il ‘no’ dei francesi al trattato costituzionale europeo nel 2005, espresso tramite referendum, non è ad esempio stato rispettato dagli eletti. I sondaggi di opinione mostrano che mentre gli svizzeri sono soddisfatti del loro sistema democratico, grazie al referendum e all’iniziativa popolare, i francesi, dal canto loro, non lo sono.

Assemblee estratte a sorte

Al termine della prima tappa del Grande dibattitoLink esterno, a metà marzo, i contributi dei francesi pubblicati su Internet saranno sintetizzati e trattati da un istituto di sondaggio. Anche le riunioni locali saranno oggetto di un lavoro di sintesi.

Seguiranno delle Conferenze cittadine che si svolgeranno nelle 18 regioni francesi, che riuniranno dalle 80 alle 100 persone estratte a sorte. Cosa succederà dopo? Forse un dibattito all’Assemblea nazionale e al Senato, prima delle decisioni governative. Il presidente Macron ipotizza anche un referendum su numerosi temi evocati durante il Grande dibattito.

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Traduzione dal francese di Luigi Jorio

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