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Referendum costituzionale 16 aprile 2017 La Turchia, dal sogno democratico all'incubo dittatoriale



Sostenitori di Erdogan manifestano a Istanbul in favore del sì al referendum costituzionale del 16 aprile 2017, che conferirebbe ampi poteri al presidente della Repubblica turca. La riforma consentirebbe inoltre a Erdogan di governare il paese fino al 2029.

Sostenitori di Erdogan manifestano a Istanbul in favore del sì al referendum costituzionale del 16 aprile 2017, che conferirebbe ampi poteri al presidente della Repubblica turca. La riforma consentirebbe inoltre a Erdogan di governare il paese fino al 2029.

(Keystone)

Spira aria di tempesta tra Svizzera e Turchia, a causa della democrazia diretta. Più precisamente a causa del suo funzionamento, per il quale è vitale la libertà di espressione, così come è vitale l'aria da respirare per un essere umano. Uno sguardo in cinque sequenze, in vista del referendum costituzionale del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Questo articolo fa parte di #DearDemocracy, la piattaforma di swissinfo.ch sulla democrazia diretta.

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1. Votazione: Il 16 aprile, 55 milioni di cittadini turchi sono chiamati a votare sul futuro allargamento dei poteri presidenziali. La riforma costituzionale voluta dal conservatore Recep Tayyip Erdogan (capo del governo dal 2003, capo dello stato dal 2014) gli darebbe ampi ed esclusivi poteri e gli permetterebbe di governare fino al 2029.

Secondo recenti sondaggi, il risultato dovrebbe decidersi sul filo di lana. Dalla sua adozione, 35 anni fa (con un referendum manipolato dalla giunta militare di allora), la Turchia ha votato cinque volte su una riforma della Costituzione attualmente in vigore.

2. Aria di tempesta: In Svizzera risiedono circa centomila turchi (molti dei quali hanno anche un passaporto svizzero) che potevano votare sul referendum. Da parte delle autorità turche vi sono stati tentativi di limitare indirettamente la libertà di espressione della diaspora turca in Svizzera. Durante la campagna referendaria sono state spiate tavole rotonde e conferenze alle quali prendevano parte attivisti per un "Hayir" (ossia un No alla riforma).

Il ministro degli esteri svizzero Didier Burkhalter ha perciò detto chiaro e tondo al suo omologo turco Mevlut Cavusoglu durante la sua visita Berna alla fine di marzo: "La Svizzera riconosce la libertà di espressione quale diritto fondamentale universale. Spera dunque che questo diritto si applichi anche ai turchi, a prescindere dal fatto che votino in patria o in Svizzera". 

Le autorità bernesi hanno aperto una indagine penale in relazione allo striscione su cui era raffigurato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con l'invito ad ucciderlo, nel corso della manifestazione svoltasi il 25 marzo 2017 nella capitale svizzera. Gli organizzatori della manifestazione si sono dissociati da questa azione.


(Keystone)

Cavusoglu non aveva carte in mano che gli permettessero di obiettare. Ma pochi giorni dopo ha ricevuto un asso da manifestanti a Berna che su un cartellone esortavano ad "uccidere con le proprie armi" il presidente turco.

3. Scenario Istanbul, 1985: ho visitato la più grande città turca per la prima volta 32 anni fa. La metropoli sul Bosforo, sulla rotta marittima tra Europa e Asia, mi ha lasciato un'impressione di caos e povertà. Cinque anni dopo il terzo colpo di stato militare nella storia della Repubblica proclamata nel 1923, le forze armate avevano la città e il paese sotto controllo. In numerosi processi farsa, critici dell'ordine antidemocratico – professori, giornalisti, giudici – hanno ricevuto "la loro meritata punizione", secondo le parole dell'allora capo di stato maggiore Kenan Evren. Dopo tutto, ha affermato l'alto graduato, "erano traditori che volevano distruggere l'ordine democratico e l'unità della madrepatria".

Nonostante tutta l'oppressione, in molti luoghi della metropoli – dove l'acqua potabile era erogata solo un paio d'ore al giorno – tuttavia ho ancora percepito speranza. "Sono convinto che presto qui potremo vivere insieme in pace, in uno stato multinazionale libero, democratico ed europeo", mi ha detto una giovane studentessa all'Istituto di scienze politiche dell'università di Istanbul, fondata nel 1454.

4. Scenario Istanbul, 2016: Attraverso il finestrino dell'aereo, mentre atterro all'aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, vedo una megalopoli ultra-moderna, di quasi 15 milioni di abitanti. Treni ad alta velocità collegano Istanbul con il resto del paese e invece che con un traghetto arrugginito adesso passiamo dall'Europa all'Asia con un collegamento sotterraneo. La Turchia si è trasformata nel corso degli ultimi tre decenni, da un paese in via di sviluppo povero in una democrazia prospera. Un paese che nutre la grande ambizione di aderire presto all'Unione europea quale Stato membro strategicamente importante.

Ankara, 11 marzo 2017: un partecipante alla manifestazione a sostegno di giornalisti e avvocati arrestati e licenziati in massa viene trascinato via dalla polizia.

(AFP)

Ma alle elezioni nella primavera del 2015, l'AKP di Recep Tayyip Erdogan ha perso la maggioranza assoluta in parlamento. Il partito curdo HDP è invece riuscito per la prima ad entrare in parlamento, dopo che, negli anni precedenti, l'immagine di Erdogan quale riformatore si era sgretolata di fronte alle proteste per l'ambiente e la democrazia.

Dopo questa sconfitta, Erdogan – che nel frattempo ha ottenuto la presidenza – non ne ha più voluto sapere del progresso democratico. Ha preferito versare benzina sul fuoco nel conflitto con la forte minoranza curda (12 milioni di persone), far ripetere le elezioni parlamentari e, infine, reagire al fallito tentativo di golpe del 15 luglio 2016 con una massiccia ondata di purghe che ha ampiamente superato quelle dei generali nei primi anni 1980. Un bilancio aggiornato del numero di persone arrestate e licenziate a seguito del tentato colpo di stato può essere consultato qui.

Prima della mia partenza ho bevuto un caffè nel lounge bar "eroi della democrazia del 15 luglio". Questo cambiamento di nome è stato attuato alcuni giorni dopo lo sventato colpo di stato. Un rovesciamento dei golpisti che Erdogan aveva descritto "come un dono di Allah".

5. Dal sogno all'incubo: Gli ultimi 30 anni sono stati socialmente ed economicamente di gran lunga i più fruttuosi – non solo in Turchia, ma anche in gran parte del mondo. La diffusione della prosperità e della democrazia non ha precedenti nella storia mondiale.

Tuttavia, a due cose è stata prestata troppo poca attenzione. Il nuovo benessere ha raggiunto solo in parte alcune fasce della popolazione: in molti posti ci sono stati solo pochi grandi vincitori a fronte di tanti emarginati. Inoltre in molti paesi in tutto il mondo, la democrazia è stata istituita sulle rovine di regimi non democratici, autori degli atti peggiori, senza che vi sia stata alcuna o con una scarsa rielaborazione di questo passato.

In Turchia fanno parte di questa storia non solo le brutalità dei regimi militari, ma anche la repressione sistematica delle minoranze indigene, ma soprattutto l'ancora oggi negato massacro di massa (genocidio) degli armeni nel 1915-1916, ossia durante l'Impero ottomano.

Il sogno di maggiori apertura, libertà e democrazia ora rischia di trasformarsi in un incubo: tramite il referendum indetto da Erdogan domenica prossima in Turchia. Con la costituzione presidenziale, il sovrano Erdogan decanta i cittadini come "baluardo contro il caos" e promette per il futuro di voler parlare per tutti, "in nome del popolo".

A vostro avviso, quando una democrazia non è più tale? dove fissate la linea rossa? Scriveteci i vostri commenti.


(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch

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