Navigazione

Saltare la navigazione

Funzionalità principali

Diplomazia Günther Bächler, un ostinato e navigato pacificatore



Günther Bächler durante una semimaratona nel Caucaso georgiano. 

Günther Bächler durante una semimaratona nel Caucaso georgiano. 

(zVg)

Risolvere i conflitti politici in tutto il mondo: da decenni è questo il compito di Günther Bächler. Le missioni delicate sono la sua passione. Dal 1° gennaio 2016, l’ex ambasciatore svizzero in Georgia ed esperto mediatore è il rappresentante speciale per il Caucaso meridionale per l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). È stato nominato dal ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, attuale presidente dell’OSCE.

Il 63enne Günther Bächler pensava di andare in pensione quando a metà del 2015 il suo tempo quale ambasciatore in Georgia era giunto al termine. Invece, l’Europa non voleva ancora rinunciare alle sue abilità di mediatore. La Germania, alla testa dell’OSCE nel 2016, gli ha proposto di assumere la carica di rappresentante speciale per il Caucaso meridionale. La Svizzera era interessata alla funzione, Bächler ci ha pensato, a lungo e in maniera approfondita, poi ha accettato l’incarico.

«L’anno scorso ho lasciato la Georgia con una certa tristezza. La nuova funzione mi dà ora la possibilità di mantenere i contatti. Conosco la regione; questo è indubbiamente un grande vantaggio». La sua nomina sarebbe stata accolta positivamente anche dal primo ministro georgiano, indica Bächler.

Rappresentante speciale dell’OCSE per il Caucaso meridionale

Come rappresentante del presidente in carica dell’OSCE, il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, Günther Bächler si occupa soprattutto dei conflitti nelle regioni separatiste georgiane Abcasia e Ossezia meridionale. Nel 2016 prenderà parte a quattro incontri negoziali sulla Georgia a Ginevra e viaggerà nelle regioni in conflitto e a Tbilisi e Mosca.

Tra i suoi compiti c’è anche la gestione del conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno Karabakh. Inoltre deve promuovere la creazione di un’architettura per la sicurezza a livello europea alla luce della crisi in Ucraina, dell’annessione della Crimea e di altri focolai di insicurezza nella zona.

Fine della finestrella

Dall’inizio di gennaio ha viaggiato molto e ha percorso in lungo e in largo la regione per incontrare quelle persone con cui si siederà al tavolo dei negoziati durante i colloqui sulla Georgia a Ginevra. Sono volti noti che ha conosciuto durante il suo periodo quale ambasciatore svizzero a Tbilisi. «È un’attività intensa e molto faticosa, anche da un punto di vista fisico. Bisogna mantenersi in forma per resistere», dice l’esperto in gestione delle crisi.

Non ci sono soluzioni veloci

Bächler è un mediatore ostinato, dotato di un pizzico di testardaggine e di un’enorme credibilità. Di se stesso dice di avere un certo senso della giustizia, combinato con l’impazienza. «Desidero aiutare le persone confinate dietro un filo spinato; non voglio aspettare finché anche l’ultimo dei diplomatici abbia compreso che cos’è la pace. I processi non possono essere protratti in eterno; ci si deve dare da fare per trovare delle soluzioni creative», evidenzia il basilese.

Günther Bächler sa di che cosa sta parlando. In passato è stato, per esempio, inviato speciale per il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) durante le trattative di pace nel Darfur e ha fornito un apporto determinante nelle discussioni di pace in Nepal. È stato uno dei maggiori successi della sua carriera: è riuscito a far sedere allo stesso tavolo i ribelli maoisti e il governo nepalese. Nel 2006, dopo lunghi e difficili negoziati si è giunti finalmente a un accordo di pace tra le parti. «Ho provato un’enorme gioia, un’indescrivibile felicità – come quando ho raggiunto il traguardo della mezza maratona che si snodava nelle montagne georgiane».

Istinto e abilità di negoziazione

Günther Bächler ha studiato arte e storia dell’arte. All’università di Berlino ha scoperto la sua vera passione: lo studio sui conflitti e le relazioni internazionali. Per 12 anni ha diretto la Fondazione svizzera per la pace (swisspeace), ha sviluppato modelli di prevenzione e sistemi di preallarme, ha insegnato mediazione e si è recato dove era necessario per appianare un conflitto.

Günther Bächler nasce nel 1953 a Basilea.

Studia arte, storia dell’arte a Basilea e scienze politiche, storia e relazioni internazionali presso la Freien Universität di Berlino.

Tra il 1988 e il 2000 dirige la Fondazione svizzera per la pace (swisspeace).

Tra il 2005 e il 2007 è inviato speciale per la Direzione politica del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) nell’ambito del processo di pace in Nepal. Dopo la firma dell’accordo di pace, nel novembre 2007 diventa ambasciatore a Khartum. In qualità di diplomatico e mediatore ha avuto un ruolo attivo nella soluzione del conflitto in Darfur.

Tra il 2010 e il 2015 è ambasciatore in Georgia.

Dal 1° gennaio 2016 è il rappresentante speciale della presidenza tedesca per il Caucaso meridionale per l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE).

Günther Bächler ha pubblicato vari libri incentrati sull’analisi dei conflitti e sulla promozione della pace. L’ultima pubblicazione si intitola «Building Democracy».

Fine della finestrella

A quanto pare possiede l’istinto necessario per avvicinare le parti e un bagaglio di conoscenze grazie a cui sa valutare la dinamica di un conflitto. «Si deve essere capaci di stabilire un rapporto con le persone, sentire ambedue le parti in causa, trasmettere fiducia ed essere credibili. Un mediatore deve considerare tutti alla stessa stregua e nel contempo spiegare anche qual è la propria scala di valori. Anche se si ha un ruolo attivo, non si deve giudicare, semmai solo se stessi. Il mio obiettivo è quello di fare dei passi avanti nella gestione dei conflitti».

Bächler ricorda che di regola la Svizzera negozia con tutte le parti che intendono intavolare delle discussioni e che sono disposte a trovare una soluzione pacifica. «Anche con Hamas, nonostante sia considerata un’organizzazione terroristica da qualcuno. Con l’ISIS non è invece possibile parlare, poiché non è alla ricerca di una soluzione e non vuole essere considerato come parte in conflitto».

Costruire la pace con la forza

Secondo il mediatore svizzero, i conflitti risolti con l’uso della forza hanno vita breve. Tuttavia è consapevole che ci sono delle situazioni in cui è necessario far capo all’esercito; così è stato nel 1999 per il conflitto in Kosovo. «Di fronte alle espulsioni in massa dalla Serbia e come prevenzione contro il genocidio è stato giusto intervenire con una forza armata – nonostante le critiche e l’assenza di un mandato delle Nazioni Unite».

Per quanto riguarda la guerra in Siria, Bächler traccia un quadro desolante. «Oggi ci troviamo in una situazione precaria. Sul lungo periodo c’è solo una soluzione: le Nazioni Unite dovrebbero avere il compito di intervenire nella regione con una forza di polizia multinazionale adeguatamente equipaggiata – con l’approvazione del segretario generale dell’ONU. Servono però dei meccanismi, che per ora non ci sono».

Sulla qualità della vita

Günther Bächler prova ammirazione per le personalità quali Egon Bahr, l’architetto della cosiddetta Ostpolitik, la politica di riavvicinamento fra la DDR e la Repubblica federale tedesca, o per Willy Brandt. Ma ha grande considerazione per «i coraggiosi e retti democratici svizzeri» come le ex consigliere federali Ruth Dreifuss e Micheline Calmy-Rey. O per Friedrich Dürrenmatt, il grande scrittore svizzero, che nel 1990 in un discorso aveva descritto la Svizzera come una prigione.

Al momento ha tuttavia una certa difficoltà con l’élite intellettuale del Paese. «Mi mancano le discussioni fondate sul sapere accademico capaci di influenzare la politica. A tutto è attribuito un carattere politico e i poli stanno diventando sempre più forti. Sono spariti i toni grigi e la ponderazione. In questo momento si abusa del diritto di iniziativa e di referendum e si strapazza il modello di successo della Svizzera».

Dal suo ritorno dalla Georgia si è reso ancora più conto che la qualità della vita non è misurabile con il prodotto interno lordo o la ricchezza. «Rispetto alla Svizzera, la Georgia è un Paese molto povero, ma con una elevata qualità di vita grazie al dinamismo e all’apertura e a una ricca cultura». In Svizzera molto viene definito attraverso il denaro. Inoltre le troppe leggi limitano la libertà dei singoli individui. «In Georgia si ha molta più libertà, anche perché non tutto è regolamentato».


Traduzione di Luca Beti

subscription form

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.

×