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Dibattito sull’attuazione in Parlamento


Freno all’immigrazione: la montagna partorirà il topolino?


Di Peter Siegenthaler


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Il dibattito sul freno all'immigrazione figura dal 9 febbraio 2014 al centro dei dibattiti politici in Svizzera, come pure dei negoziati tra Berna e Bruxelles. (Keystone)

Il dibattito sul freno all'immigrazione figura dal 9 febbraio 2014 al centro dei dibattiti politici in Svizzera, come pure dei negoziati tra Berna e Bruxelles.

(Keystone)

L’applicazione dell’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» è un rompicapo insolubile. Nemmeno la commissione incaricata dell’esame preliminare è riuscita a trovare la quadratura del cerchio. È una situazione che non sorprende: il nuovo articolo costituzionale è e continua ad essere in contraddizione con l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea. Se non è possibile ridiscutere questo trattato, allora la politica continuerà a girare in tondo. 

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale (Camera del popolo) ha ottenuto ampi consensi da parte di quasi tutti i partiti quando alcuni giorni fa ha proposto una possibile soluzione per applicare l’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa mediante una «preferenza nazionale light». Alcuni credevano addirittura che si fosse trovato l’uovo di Colombo: una proposta che salvasse capra e cavoli, ossia la via bilaterale e il mandato costituzionale. 

Chi, con chi, contro chi, per che cosa? 

Nel frattempo le carte sono state nuovamente rimescolate. Alla vigilia del dibattito in parlamento sull’iniziativa, i giochi politici si sono fatti sempre più intensi. Il Partito popolare democratico (PPD) non sa bene che pesci pigliare tra limitazione dell’immigrazione con contingenti o senza contingenti. 

«Preferenza nazionale light» 

La proposta si articola in due fasi. In una prima fase, le aziende svizzere sono obbligate a segnalare i posti vacanti agli uffici regionali di collocamento. 

Se le misure della prima fase non si rivelassero sufficienti e l’immigrazione dovesse superare un certo livello, si passerebbe a una seconda fase, in cui il governo potrà ricorrere a misure correttive più incisive e appropriate. 

Tali provvedimenti dovranno essere discussi con l’UE se non dovessero essere conformi alla libera circolazione delle persone. 

Saranno due soglie a far scattare le misure delle rispettive fasi. Nella prima fase, la preferenza nazionale entrerebbe in vigore se l’immigrazione dovesse superare un certo livello sul piano regionale e nazionale. Nella seconda fase, questo livello verrebbe calcolato solo sull’immigrazione dall’UE e dall’AELS.

L’Unione democratica di centro (UDC), partito che ha lanciato l’iniziativa, è intransigente e ricorda che la proposta della commissione non rispetta «un solo elemento del preciso mandato costituzionale». Alla domanda su quali aspetti vanno assolutamente soddisfatti affinché l’UDC accetti una proposta di applicazione dell’iniziativa, il capogruppo al Nazionale Adrian Amstutz risponde così: «Non è semplicemente una rivendicazione dell’UDC. Accettando l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, popolo e cantoni hanno assegnato al parlamento un preciso mandato costituzionale, ossia l’articolo 121 a. Ora spetta al parlamento rispettare la volontà della massima istanza del Paese». 

Ad Adrian Amstutz abbiamo anche chiesto se i parlamentari dell’UDC, che con nove membri e il presidente sono il gruppo più numeroso in seno alla commissione, hanno formulato delle proposte. «Poco dopo la votazione popolare, nell’ambito delle deliberazioni della commissione, l’UDC ha presentato il suo concetto, conforme alla costituzione e composto di 27 proposte. Tuttavia queste ultime sono state respinte dai partiti assoggettati all’UE: PS, PLR e PPD. Le nostre proposte adempivano le richieste costituzionali», scrive Amstutz, indicando alcune soluzioni, quelle più importanti, ossia la regolazione indipendente dell’immigrazione mediante quote e contingenti, una limitazione del ricongiungimento familiare e delle prestazioni sociali per gli immigrati, un’autentica preferenza nazionale. E tutto ciò «tenendo conto degli interessi economici a livello globale», sostiene Amstutz.

Democrazia diretta all’europea 

In un articolo pubblicato sulla Neue Zürcher Zeitung (NZZ), l’esperto di diritto costituzionale Bernhard Ehrenzeller scrive che si è fregato gli occhi davanti alla proposta della commissione. «Ci si chiede che cosa abbia a che vedere questa legislazione esecutiva con l’articolo costituzionale da applicare? Poco evidentemente», risponde il professore di diritto pubblico dell’Università di San Gallo. 

Nonostante tutti i suoi sforzi, il governo svizzero non riuscirà probabilmente a raggiungere il traguardo entro la scadenza dei tre anni. Per questo motivo il parlamento si trova ora «in un vero e proprio dilemma. O rispetta la costituzione, correndo il rischio di violare la libera circolazione delle persone, oppure dà maggior valore agli accordi, disattendendo la Costituzione federale». 

La contraddizione tra «rispetto della costituzione e rispetto degli accordi» non può essere nascosta e non può essere minimizzata. «In una votazione popolare dovremmo riuscire a convincere i cittadini che non è possibile adempiere il mandato costituzionale approvato tre anni prima. Una situazione che obbliga il parlamento ad apportare una modifica alla costituzione», sostiene Ehrenzeller. 

Anche Andrea Caroni, parlamentare del Partito liberale radicale, ha dei dubbi relativi alla costituzionalità della proposta. Pure lui è dell’avviso che popolo e cantoni dovrebbero essere chiamati nuovamente alle urne per esprimersi sulla legge d’applicazione; un testo capace di salvaguardare gli accordi bilaterali con l’UE. Un’idea che non piace invece al capogruppo UDC Amstutz: «È così che si fa politica nell’UE. Si vota sbandierando sempre nuove false promesse finché il risultato rispetta la volontà di un’élite. È proprio il contrario della democrazia diretta alla svizzera». 

Non solo i partiti, ma anche le associazioni economiche non hanno ancora trovato un denominatore comune sulla questione. L’Unione svizzera delle arti e dei mestieri è favorevole alla proposta «preferenza nazionale light». Una soluzione capace di ridurre l’immigrazione e nel contempo di tenere conto delle richieste dell’economia, spiega il direttore Hans-Ulrich Bigler in un comunicato stampa. «Non vogliamo un’inutile e costosa burocrazia. Da un punto di vista imprenditoriale, quote e contingenti sono inaccettabili», indica Bigler. 

Finora, l’Unione padronale svizzera ed Economiesuisse hanno promosso un modello che prevede dei contingenti nel caso in cui l’immigrazione dovesse superare una certa soglia. Petra Gössi, presidente del Partito liberale radicale (PLR), partito vicino agli ambienti economici, è però convinta che questa proposta metta a repentaglio la libera circolazione delle persone. Così si è espressa di recente sulle colonne della NZZ.

Migliorare il reclutamento di personale indigeno 

Nel frattempo, le associazioni economiche hanno leggermente modificato la loro opinione. Anche se vedono di buon occhio «la preferenza nazionale light», queste ultime vogliono che si possa ricorrere a delle «misure correttive, come chiesto dal PPD», indica a swissinfo.ch Simon Wey, economista del mercato del lavoro dell’Unione padronale svizzera

«La direzione è quella giusta. Tuttavia il modello deve essere ancora perfezionato. Il modo di procedere con un modello base e la possibilità da parte del governo di inasprire gradualmente l’immigrazione con delle misure correttive è sensato». Con una simile strategia è possibile bloccare «l’immigrazione di massa» come preteso dagli iniziativisti? 

«Se si vuole ridurre in maniera più incisiva l’immigrazione, allora si intacca la libera circolazione delle persone. Se non si riduce l’immigrazione o solo in maniera insufficiente, allora ci sarà chi punterà il dito contro chi non rispetta la costituzione. È una contraddizione che non è possibile annullare completamente», dice Wey. 

L’UDC lancia il referendum? 

L’immigrazione suscita accesi dibattiti anche in altri Paesi europei. Ciononostante, in un futuro prossimo l’UE non farà alcuna concessione relativa all’accordo sulla libera circolazione delle persone. E di sicuro non a uno Stato non membro. Una posizione emersa anche durante l’incontro tra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il presidente della Confederazione Johann Schneider-Ammann, tenuto lunedì, a Zurigo.

La Svizzera ha approfittato molto degli accordi bilaterali; di questo è convinto il rappresentante del padronato Wey. «L’UE non firmerà alcun accordo che favorisce solo la Svizzera. Anche l’UE vuole avere una contropartita. Ed è ciò che otteneva con la libera circolazione delle persone, una colonna portante che l’UE non intende certo indebolire. Quindi è impensabile che la Svizzera possa violare questo accordo».

«Stupidaggini!», scrive Adrian Amstutz. «La Svizzera non ha mai negoziato con l’UE sulla base di una proposta concreta». 

E se l’Assemblea federale dovesse approvare l’idea della «preferenza nazionale light», l’UDC lancerà il referendum? Il capogruppo Amstutz non vuole mettere il carro davanti ai buoi: «Aspettiamo la decisione del parlamento».


Traduzione di Luca Beti

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