Passare direttamente al contenuto
Your browser is out of date. It has known security flaws and may not display all features of this websites. Learn how to update your browser[Chiudi]

Un mercato opaco


Non è tutto oro ciò che luccica




Dei soccorritori cercano di salvare nove minatori rimasti intrappolati nella miniera di Cabeza de Negro, in Perù. La Svizzera è il secondo partner commerciale del Perù. Il 95% delle esportazioni peruviane in Svizzera sono costituite da oro. (Keystone)

Dei soccorritori cercano di salvare nove minatori rimasti intrappolati nella miniera di Cabeza de Negro, in Perù. La Svizzera è il secondo partner commerciale del Perù. Il 95% delle esportazioni peruviane in Svizzera sono costituite da oro.

(Keystone)

La Svizzera non ha miniere, ma è il più importante centro mondiale d’affinaggio d’oro. La trasparenza non è il punto forte di un settore in cui violazioni dei diritti umani e inquinamento sono moneta corrente. E a volte l’oro che arriva in Svizzera non è in odore di santità.

L’ultimo caso è scoppiato pochi mesi fa. In Perù, una trentina di persone e quattro società sono indagate per estrazione mineraria illegale e riciclaggio di denaro, delitti per i quali sono previsti fino a 15 anni di carcere. Sull’arco di alcuni anni, avrebbero venduto circa 25 tonnellate d’oro, per un valore di 900 milioni di dollari, proveniente da miniere illegali della regione amazzonica di Madre de Dios, dove è estratto il 20% dell’oro peruviano. Non è tutto. Stando a un inquirente peruviano, citato dal giornale svizzero Le Matin, si sospetta che per finanziare l’estrazione queste società abbiano anche utilizzato denaro proveniente dal traffico di droga. Dov’è finito l’oro? Il metallo sarebbe stato venduto a due società svizzere, la MKS (Switzerland) SA di Ginevra, proprietaria della raffineria Pamp, in Ticino, e la Metalor di Neuchâtel.

Per bocca del suo portavoce, Frédéric Panizzutti, la MKS indica di aver svolto indagini supplementari in Svizzera e in Perù. Le conclusioni non sono ancora state rese pubbliche, ma Panizzutti sottolinea che «nessun elemento permette di evocare sospetti fondati sulla provenienza illecita dei valori in questione». E nulla è emerso che avrebbe richiesto una comunicazione all’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS). «L’oro peruviano raffinato dal gruppo MKS è esportato legalmente – aggiunge Panizzutti. Proviene, tra l’altro, da mine artigianali registrate presso le autorità peruviane e conformi ai regolamenti governativi legati alla tracciabilità dell’oro».

Sulle 1'625 segnalazioni pervenute nel 2011 allo MROS… una sola riguardava il commercio di metalli preziosi. Viste le somme in gioco – nel 2011 sono state importate in Svizzera oltre 2'600 tonnellate d’oro per un valore di 96 miliardi di franchi – non vi è forse un problema?

«Nel settore dei metalli preziosi, il numero di clienti e di transazioni è di gran lunga inferiore rispetto al ramo bancario. Le raffinerie lavorano principalmente con clienti istituzionali e non privati come le banche. Nel 2003, il predecessore dell’Autorità federale di sorveglianza dei mercati finanziari (Finma) menzionava l’esistenza di 14,5 milioni di conti privati nelle banche svizzere, contro probabilmente meno di un migliaio nel settore dei metalli preziosi», relativizza Frédéric Panizzutti.

Una precisazione però s’impone: «La Legge sul riciclaggio di denaro (LRD) concerne gli intermediari finanziari che commerciano con l’oro. Una fonderia che acquista oro grezzo e produce lingotti non sottostà invece a questa legge. Bisogna sempre distinguere la produzione dal commercio», sottolinea Tobias Lux, responsabile della comunicazione della Finma.

Tracciabilità

Marc Guéniat, dell’ONG Dichiarazione di Berna, ritiene che l’industria dell’oro e il settore delle materie prima in generale siano particolarmente opachi: «Sin dai primi intermediari, le transazioni avvengono spesso attraverso una cascata di società offshore, che hanno sede in giurisdizioni che non permettono di capire chi sia il reale beneficiario».

Il caso peruviano non è il primo nel quale sono implicate società svizzere. Recentemente, ad esempio, il nome della raffineria Metalor è apparso nel rapporto del gruppo d’esperti dell’ONU incaricato di monitorare l’embargo nei confronti dell’Eritrea. Il gruppo con sede a Neuchâtel avrebbe importato dal paese africano una decina di tonnellate d’oro tra febbraio 2011 e luglio 2012, stando a Gilles Labarthe, giornalista che ha pubblicato diverse inchieste sul commercio di metalli preziosi (tra cui il libro L’or africain: Pillages, trafics et commerce international). In precedenza, le raffinerie svizzere erano state associate a importazioni d’oro proveniente dalla Repubblica democratica del Congo, ricorda Labarthe, che nel 2010 era stato invitato dalla commissione degli affari esteri del parlamento svizzero come esperto sulle questioni di riciclaggio e di trasparenza in questo settore.

La Metalor ha respinto le accuse e ha dichiarato di controllare con cura tutta la filiera dell’oro, dalla miniera al commercio al dettaglio, e di impegnarsi seriamente per evitare che il metallo non provenga da attività criminali, da zone di conflitto o dove le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno.

Oro responsabile?

Negli ultimi anni, gli attori del settore hanno moltiplicato le iniziative volte a garantire una catena d’approvvigionamento ‘pulita’, come ad esempio il Conflict Free Gold, il Responsible Jewellery Council o il LBMA Responsible Gold Guidance. «Questa guida, entrata in vigore quest’anno, si basa sulle direttive dell’OCSE e regolamenta il dovere di diligenza in materia di approvvigionamento responsabile. Le compagnie devono risalire la catena e capire da dove proviene l’oro. Ogni anno siamo sottoposti ad audit esterni per controllare se rispettiamo tutte queste regole», osserva Frédéric Panizzutti, la cui azienda è stata all’origine dell’introduzione di questa regolamentazione.

Questi provvedimenti si sono resi necessari anche a causa della crescente pressione internazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, in agosto è stata adottata la legge Dodd-Frank, che riguarda i minerali provenienti dalle zone di conflitto. L’Unione Europea dovrebbe presto fare altrettanto.

Per Gilles Labarthe, i passi intrapresi dalle aziende vanno nella buona direzione, anche se ci si può domandare se permettano di risolvere veramente i problemi, dal momento che queste iniziative sono volontarie e gli abusi sono sanzionati molto di rado.

«Questo tipo di azioni significa lasciare un pirata della strada decidere autonomamente qual è la velocità autorizzata e effettuare lui stesso i controlli stradali», osserva dal canto suo Marc Guéniat, aggiungendo che tra i membri del Responsible Jewellery Council vi sono aziende note per il loro modo d’agire poco responsabile. «Tra le imprese fondatrici dell’RJC vi è ad esempio la Newmont Mining, a cui nel 2009 abbiamo attribuito un ‘premio della vergogna’ (ndr.: il Public Eye Award) per un progetto minerario in Ghana». La multinazionale statunitense è tra l’altro proprietaria della Valcambi di Balerna, una delle quattro più grandi raffinerie d’oro in Svizzera.

La questione etica non si riassume solo al quadro normativo, ribatte Frédéric Panizzutti. «In autostrada si può viaggiare a 120 km/h. Ciò non significa però che non si può optare per un’auto ecologica. Le aziende svizzere applicano già le norme più severe al mondo in materia di tracciabilità d’oro e la nostra azienda difende un modello di commercio equo».

Statistiche frammentarie

Sulla provenienza dell’oro raffinato in Svizzera vige comunque il più grande riserbo. Dal 1981, nella statistica nazionale non sono infatti pubblicati i paesi di origine.

«Tra gli anni ’70 e ’80 la Svizzera era criticata per importazioni d’oro dal Sudafrica, contro cui vigeva un embargo internazionale. Inoltre, nel contesto di Guerra fredda bisognava camuffare le importazioni di metallo giallo dall’Unione Sovietica», spiega Gilles Labarthe, precisando che la Svizzera è comunque in buona compagnia, poiché altri paesi con una lunga tradizione d’affinaggio, come Canada, Gran Bretagna e Germania, sono tutt’altro che trasparenti.

Recentemente, il consigliere nazionale socialista Cédric Wermuth è tornato alla carica, chiedendo al governo se non fosse disposto a modificare questa pratica. Il Consiglio federale ha risposto in sostanza che le considerazioni tecniche non sono mutate dall’ultima volta che era stata analizzata la questione. Tuttavia, precisa, «il contesto politico, economico e sociale è evoluto e il Consiglio federale intende riesaminare la questione della pubblicazione degli scambi d’oro».

Per Gilles Labarthe, queste statistiche potrebbero sicuramente essere utili. Il problema va però risolto prima di tutto a livello di istituzioni internazionali: «La tracciabilità deve andare dal punto di produzione al punto di arrivo. Nel caso della Repubblica democratica del Congo, l’oro, piuttosto che arrivare direttamente in Svizzera, passava prima da Dubai. Oggi il Togo esporta tonnellate d’oro. Ufficialmente, però, nel paese non vi sono miniere»

L’esempio dei diamanti

Nel 1998, le Nazioni Unite hanno per la prima volta sollevato il problema del finanziamento dei conflitti attraverso il traffico dei diamanti, imponendo sanzioni all’Angola, che proibivano alle altre nazioni l’acquisto di queste pietre preziose. Nel 2000 fu il turno della Sierra Leona e in seguito di Liberia, Costa d’Avorio e Repubblica democratica del Congo.

Nel 2000, i paesi produttori di diamanti e rappresentanti dell’industria si riunirono a Kimberley, in Sudafrica, per elaborare un sistema al fine di contrastare il mercato illegale e assicurare ai compratori la provenienza lecita delle pietre. Nel 2001 fu costituito il World Diamond Council, il cui scopo è appunto di certificare la provenienza dei diamanti grezzi. L’anno successivo, dopo l’approvazione dell’ONU, fu creato il Kimberley Process Certification Scheme, che associa industrie, Stati e ONG nel controllo della provenienza delle pietre.

A dieci anni di distanza, questo strumento è giudicato insufficiente dalla maggioranza delle ONG, rileva Marc Guéniat, della Dichiarazione di Berna, in particolare «perché gli abusi non sono stati sanzionati», segnatamente nello Zimbabwe, in Angola e nella Repubblica democratica del Congo.

L’accordo di Kimberley potrebbe comunque servire da esempio per regolamentare meglio anche il mercato dell’oro? Per Guéniat la sfida è molto più difficile, poiché il metallo giallo può essere facilmente fuso. «La sua vera origine è molto più difficile da scoprire rispetto ai diamanti», sottolinea.

Principali paesi produttori d’oro nel 2011

Cina: 355 tonnellate

Australia: 270

Stati Uniti: 237

Russia: 200

Sudafrica: 190

Perù: 150

Canada: 110

Ghana: 100

Indonesia: 100

Fonte: US Geological Survey

swissinfo.ch



Link

Diritto d'autore

Tutti i diritti sono riservati. Il contenuto del sito web presso swissinfo.ch è protetto da diritto d’autore. Esso è destinato esclusivamente a uso privato. Qualunque utilizzo dei contenuti del sito web diverso da quello previsto in precedenza, in particolare la distribuzione, la modifica, la trasmissione, la conservazione e la copia richiede la previa autorizzazione scritta di swissinfo.ch. Per informazioni relative a tale utilizzo dei contenuti del sito web, si prega di contattarci all’indirizzo contact@swissinfo.ch.

Per quanto riguarda l'uso a fini privati, è consentito solo utilizzare un collegamento ipertestuale a un contenuto specifico e di aggiungerlo al proprio sito web o a un sito web di terzi. Il contenuto del sito web swissinfo.ch può essere incorporato solo in un ambiente privo di annunci pubblicitari e senza alcuna modifica. In particolare, è concessa una licenza di base non esclusiva e non trasferibile, limitata a un solo scaricamento e salvataggio dei dati scaricati su dispositivi privati e valida per tutto il software, le cartelle, i dati e il loro contenuto forniti per lo scaricamento dal sito swissinfo.ch. Tutti gli altri diritti restano di proprietà di swissinfo.ch. In particolare, è vietata la vendita o l'uso commerciale di questi dati.

×