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In concorso a Locarno


Il Paradiso della violenza




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Come un pesce in un acquario, intrappolata e senza via d'uscita: così si sente Hanieh, la protagonista del film interpretata dalla giovane artista Dorna Dibaj. (pardolive.ch)

Come un pesce in un acquario, intrappolata e senza via d'uscita: così si sente Hanieh, la protagonista del film interpretata dalla giovane artista Dorna Dibaj.

(pardolive.ch)

Opera prima del giovane regista Sina Ataeian Dena, “Paradise” è un film sulla violenza declinata al femminile e sulla sua riproduzione. Girato senza permessi né sovvenzioni, segna il ritorno a Locarno del cinema iraniano e di una generazione affamata di libertà.

  • "A che età può sposarsi una donna?"
  • "Sei anni, con l’accordo del padre."
  • "Cosa deve coprire l’hijab?"
  • "Tutto. Tranne mani e piedi."
  • "E le caviglie?"
  • "Anche."
  • "E il collo? Dì la verità… non lo porti spesso, vero?"
  • "Ma la legge non dice che…"
  • "Sì, ma che esempio dai alle bambine!"

“Paradise”, presentato in Concorso internazionale al Festival del film di Locarno, inizia più o meno così: un dialogo tra due giovani donne, un’ispettrice e una maestra. Un modus operandi che assomiglia a quello di un interrogatorio. Lo schermo nero. La violenza delle parole esacerbata dall’assenza di immagini. 

È un Iran dai due volti quello che ci presenta il regista Sina Ataeian Dena, un paese diviso tra progressisti e conservatori, città e campagna, donne e uomini.

La protagonista del film è Hanieh, 25 anni, maestra in una scuola elementare di un sobborgo povero e desolato, dove le bambine vengono educate alla disciplina e alla morale islamica. Cresciuta in una famiglia borghese di Teheran, ogni mattina indossa il suo hijab per immergersi in un mondo che non le appartiene, ma di cui in qualche modo si è resa complice. “Chiunque combatta i mostri dovrebbe stare attento nel farlo a non diventare egli stesso un mostro”, scriveva Nietzsche.

Anche Dorna Dibaj, 25 anni e alla sua prima esperienza cinematografica, è estranea a questo universo suburbano. Per immergersi meglio nel personaggio di Hanieh, ha lavorato per un anno come volontaria in una scuola femminile di periferia. “Non avevo mai messo l’hijab prima e credo che nel film si veda un po’ il mio disagio”, racconta la giovane artista, lo sguardo dolce illuminato da grandi occhiali colorati. 

Tra finzione e realtà

Girato sull’arco di tre anni, senza autorizzazione né sovvenzioni, “Paradise” è l’ennesimo sberleffo alla censura iraniana, emblema di un cinema che ha fatto delle barriere normative un motore di creatività. E non è un caso, forse, che tra i produttori – assieme allo stesso regista e al giovane Amir Hamz - vi sia anche Yousef Panahi, fratello e partner di produzione di Yafar Panahi, cineasta simbolo della controcultura condannato a un divieto di 20 anni di fare film (magistralmente aggirato con “This is not a film” e “Taxi Teheran”).

“Non avendo il permesso di girare, abbiamo dovuto trovare degli stratagemmi originali per avere le immagini e i suoni di cui avevamo bisogno senza tradire l’anima del film. In un qualche modo, ci ha spinto a dare il meglio di noi stessi e a sfruttare appieno il potenziale delle nuove tecnologie digitali. Alcune immagini sono infatti state ricostruite e rielaborate”, afferma il produttore Amir Hamz.

“Paradise” non è però solo un lungometraggio di finzione. Per aggirare la censura, il regista ha finto di girare un documentario sulle scuole di periferia. Alcune delle immagini del film sono in qualche modo autentiche, come quelle bambine in fila indiana che cantano le lodi di Allah, battendo in alto le mani, o la direttrice coi suoi sermoni mattutini contro lo smalto per le unghie o contro le allieve che si ostinano a voler giocare a calcio.

Una delle scuole elementari dove è stato girato "Paradise". (pardolive.ch)

Una delle scuole elementari dove è stato girato "Paradise".

(pardolive.ch)

E anche le scene con Dorna Dibaj nei panni della maestra sono state girate nella classe dove ha lavorato per un anno e poi rielaborate al computer. “Quando insegnavo, andavo pure io a nascondermi in bagno per fumare, come la protagonista”.

Una violenza intrinseca

Centrato sulla figura femminile, “Paradise” non vuole però essere un film femminista, ci dice Sina Ataeian Dena. “È un film sulla violenza che affligge l’essere umano, pensato come la prima parte di una trilogia. La condizione delle donne in Iran mi è sembrata una delle facce più emblematiche di questa violenza che talvolta sembra essere intrinseca come un fantasma che rincorre ognuno di noi”.

Nel film, la violenza non ha bisogno di particolari figure maschili per manifestarsi, tanto è stata assimilata. “Le donne in Iran si percepiscono come vittime e senza rendersene conto riproducono questa violenza nella loro vita quotidiana. È come un circolo vizioso difficile da spezzare”, afferma il regista. “Viviamo questa violenza sulla nostra pelle ogni giorno, talvolta in modo inconsapevole”, gli fa eco Dorna Dibaj. La società iraniana è una società di genere, dove donne e uomini sono separati da una frontiera più o meno invisibile, come sui bus.

Con immagini poetiche e composizioni eleganti, Sina Ataeian Dena porta sullo schermo una violenza che, con tonalità e colori diversi, è in qualche modo universale. Ma racconta anche la sete di libertà di una generazione di giovani, che nel film trova il suo apice nella scena delle allieve di Hanieh che ballano e cantano a squarciagola al riparo da occhi indiscreti. Un piccolo grande atto di ribellione, perché l’Iran di Sina, Dorna e Amir non è quello dell’oscurantismo.

Frammenti di ribellione, al cinema come nella realtà. (pardolive.ch)

Frammenti di ribellione, al cinema come nella realtà.

(pardolive.ch)

L’altra faccia dell’Iran

Seduti in un bar in Piazza Grande a Locarno, i tre giovani non si stancano di ripetere che il loro è un paese dai due volti, lontano dagli stereotipi veicolati dai media occidentali. Sì, perché l’Iran è stato troppo a lungo associato alla figura controversa di Mahmud Ahmadinejad, al suo programma nucleare, alla propaganda antiamericana e al rigore religioso.

“Il mio film non vuole essere rappresentativo della società iraniana. Ma è un appello a riflettere sulla riproduzione della violenza e sulla responsabilità che abbiamo verso i bambini, che rappresentano il futuro del paese”, afferma Sina Ataeian Dena.

Difficile prevedere quale strada prenderà l’Iran dopo l’accordo sul nucleare, se la macchina della censura si allenterà e i senza voce ritroveranno la parola. Quel che è certo è che, con coraggio e determinazione, i giovani artisti come Sina, Dorna e Amir fanno avanzare la società e ci regalano uno specchio nel quale tutti noi siamo chiamati a guardarci. 

Sina Ataeian Dena

Nato in Iran nel 1983, Sina Ataeian Dena studia fisica prima di interessarsi alla regia e iscriversi alla Sooreh University di Teheran. Inizia la sua carriera nel campo dei videogiochi, lavorando come supervisore degli effetti speciali e sceneggiatore. Nel 2009 realizza il suo primo cortometraggio di animazione, “Especially Music”. Questo lavoro lo porterà a dirigere diversi spot pubblicitari e cartoni animati. Filmato senza alcun permesso ufficiale del governo, “Ma dar Behesht” (“Paradise”) è il primo episodio, ambientato a Teheran, di una trilogia sul tema della violenza.

swissinfo.ch



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