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Iniziativa Nansen Un piano d’azione per aiutare i rifugiati climatici



Nel 2011 l’Africa orientale è stata colpita da una delle peggiori carestie degli ultimi 50 anni e 350'000 persone hanno dovuto lasciare le loro case.

Nel 2011 l’Africa orientale è stata colpita da una delle peggiori carestie degli ultimi 50 anni e 350'000 persone hanno dovuto lasciare le loro case.

(picture-alliance)

Assieme ad altri Stati, la Svizzera vuole migliorare la protezione delle persone costrette a fuggire dal loro paese a causa di catastrofi naturali e degli effetti del cambiamento climatico. È l’obiettivo dell’Iniziativa Nansen, lanciata da Svizzera e Norvegia, che mira a colmare le lacune giuridiche in materia.

Durante l’incontro del 12 e 13 ottobre a Ginevra, a cui partecipano oltre100 paesi, la Svizzera può presentare con un certo orgoglio e fiducia il programma di protezione previsto dall’Iniziativa NansenLink esterno (“Agenda per la protezione di sfollati transfrontalieri nel contesto delle catastrofi e del cambiamento climatico”).

«L’agenda descrive il fenomeno, identifica le lacune nella protezione e illustra le pratiche efficaci già adottate in una certa misura a livello regionale», indica Sabrina Dallafior, vicecapo della Divisione Sicurezza umana al Dipartimento federale degli affari esteri.

Tre anni di consultazioni in diverse regioni del mondo, spiega, hanno permesso di inserire la questione dei rifugiati climatici nell’agenda internazionale, ad esempio alla Conferenza delle Nazioni Unite sulla riduzione del rischio di catastrofi, alle conferenza sul clima e al Vertice umanitario mondiale, che si terrà l’anno prossimo a Istanbul.

«Le nostre consultazioni hanno evidenziato che c’è una crescente volontà politica di agire», afferma Walter Kälin, esperto di diritto internazionale e rappresentante della presidenza dell’Iniziativa Nansen, con sede a Ginevra.

Forse questo non è abbastanza, ma Walter Kälin sottolinea che i governi delle regioni colpite da catastrofi in Africa, America latina, Asia e nel Pacifico sono pronte a intraprendere passi a livello politico.

L’esperto svizzero esclude però che si possa procedere a una riforma della Convenzione ONU sui rifugiati del 1951Link esterno, in quanto manca il consenso politico. Inoltre, sussistono dubbi sulla sua reale efficacia. «Il problema dell’innalzamento del livello del mare nel Pacifico non è paragonabile ai problemi di siccità e carestia in Africa», osserva.

Walter Kälin ritiene invece che un approccio regionale, in cui le legislazioni nazionali verrebbero armonizzate, sia «di maggiore utilità». Anche in seno alle Nazioni Unite c’è un potenziale di miglioramento, ad esempio consolidando il coordinamento tra le varie agenzie, osserva.

(swissinfo.ch)

Più numerosi di chi scappa da una guerra

Le catastrofi naturali - terremoti, inondazioni e frane - hanno costretto 14 milioni di persone a lasciare le loro case tra il 2008 e il 2014, secondo gli esperti. Si stima che, in media, ogni anno 26 milioni di persone diventano dei rifugiati climatici.

«Si tratta di una persona al secondo», fa notare Walter Kälin. «La cifra è persino superiore al numero di profughi che scappano da un conflitto». I rifugiati climatici sono in aumento, aggiunge, e in futuro potrebbero essere la maggioranza delle persone in fuga.

Alcune regioni potrebbero essere più colpite di altre. Ma le catastrofi naturali possono accadere in qualsiasi continente, anche senza preavviso, avverte Walter Kälin. «In Svizzera e in Europa siamo in grado di adottare le misure necessarie con sufficiente anticipo per evitare le crisi umanitarie che fanno seguito a un disastro». La prevenzione include l’evacuazione delle zone a rischio e i programmi di reinsediamento.

Consultazione

Il programma di protezione è considerato un passo importante per far fronte a una delle più grandi sfide umanitarie del XXI secolo. È nel 2012 che la Svizzera e la Norvegia hanno lanciato congiuntamente un processo intergovernativo per capire meglio lo spostamento di persone colpite da catastrofi o da effetti negativi del riscaldamento globale.

Lo scopo della fase di consultazione di tre anni, che ha coinvolto numerosi paesi e membri della società civile, era anche di comprendere meglio le risposte più efficaci e le esperienze fatte nei paesi interessati.

La Svizzera non svolgerà più un ruolo guida nel comitato dell’iniziativa, ma continuerà a ribadire il suo impegno assieme a un gruppo di altri paesi. «Abbiamo rispettato la nostra promessa fatta nel 2011. La tematica rimarrà comunque una priorità della politica estera della Svizzera», afferma Sabrina Dallafior.

Avendo fatto dei «progressi considerevoli nella sensibilizzazione sulla questione dei rifugiati climatici», la Svizzera intende fare pressione affinché l'applicazione delle misure venga approvata già durante l’incontro di Ginevra, precisa Walter Kälin.


Traduzione dall’inglese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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