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La Svizzera di nuovo al voto sugli accordi bilaterali




Il referendum contro il rinnovo dell'Accordo sulla libera circolazione delle persone fra Svizzera e UE e la sua estensione a Bulgaria e Romania è riuscito. Il Consiglio degli svizzeri dell'estero ha già deciso di sostenere il decreto, che sarà sottoposto al voto popolare l'8 febbraio 2009.

L'annuncio ufficiale è arrivato lunedì: a una velocità da primato, la Cancelleria federale ha controllato le 51'941 firme depositate giovedì scorso, alla scadenza del termine di consegna. Quelle risultate valide sono 51'348. La soglia delle 50mila sottoscrizioni necessarie per la riuscita di un referendum è dunque stata superata.

I promotori, con grande fatica, si sono aggiudicati la prima scommessa. Tuttavia, considerate le loro forze, appare molto improbabile un trionfo in votazione popolare.

Infatti, soltanto la Lega dei Ticinesi, i Democratici svizzeri (DS) e i Giovani UDC hanno raccolto le firme. L'Unione democratica di centro (UDC, destra nazionalista) e l'Azione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI), ossia le due formazioni simbolo della linea isolazionista, hanno invece fatto defezione.

UDC divisa

Sotto l'influsso dell'ex ministro Christoph Blocher e dell'ala economica del partito, l'UDC si è pronunciata contro il lancio del referendum, dopo la decisione del parlamento di unire in un unico decreto la proroga dell'accordo e la sua estensione ai due nuovi Stati membri dell'Unione europea (UE). L'ASNI ha seguito a ruota.

Per i vertici di entrambe le formazioni è ormai assodato che gli accordi bilaterali sottoscritti da Berna e Bruxelles non si revocano, anche a costo di doverli estendere a Bulgaria e Romania. Non rinnovare quello sulla libera circolazione delle persone, farebbe saltare l'intero pacchetto di accordi settoriali con l'UE, vincolati fra di essi dalla cosiddetta "clausola ghigliottina".

Ma la posizione adottata dall'UDC ha fatto emergere divisioni interne al partito: da un lato l'ala economica per la quale prevale l'interesse per i vantaggi derivanti dagli accordi bilaterali, dall'altro lato l'ala nazional-conservatrice e i giovani che si oppongono a spada tratta alla libera circolazione delle persone con la Bulgaria e la Romania.

"L'incognita è ora la posizione che prenderà l'UDC per la votazione", osserva il presidente dell'Organizzazione degli svizzeri dell'estero (OSE) Jacques-Simon Eggly, contattato da swissinfo. Con la riuscita del referendum, il partito si trova in una situazione molto delicata: oltre al movimento giovanile, anche una decina di sezioni cantonali l'hanno sostenuto.

Sia una campagna a favore sia una contro il decreto rischia di provocare una spaccatura. Una via di scampo potrebbe essere quella di optare per la libertà di voto. Eggly ipotizza persino che l'UDC "potrebbe rifugiarsi nell'astensione, denunciando la mancanza di senso democratico degli altri partiti e del parlamento che hanno unito in un solo pacchetto due questioni".

Fantasmi e paure

Dal canto suo, il presidente dell'OSE biasima i promotori del referendum che fanno un amalgama fra la libera circolazione dei lavoratori e i problemi dei rom e della sicurezza. Quando c'era stata la prima estensione dai 15 ai 25 Stati membri dell'UE era stato brandito lo spauracchio dell'idraulico polacco, ora si cerca di strumentalizzare altre paure. "Si fa leva sui pregiudizi secondo cui i rom sarebbero tutti potenziali delinquenti".

Secondo Eggly, l'elettorato sarà però in grado di distinguere libera circolazione dei lavoratori e problemi di sicurezza e di capire che non c'è alcun pericolo di una concorrenza dei rom per il lavoro.

Per l'ex deputato liberale ginevrino, nella campagna sarà importante "spiegare bene che solo chi avrà un contratto di lavoro potrà venire in Svizzera" e ricordare che il pericolo di dumping è controbilanciato dalle misure di accompagnamento, già in vigore.

Riguardo alle reazioni che la votazione provocherà nell'Unione europea, Eggly pensa che desterà "un certo stupore: sembrerà strano che si voti nuovamente per qualcosa che per i Paesi dell'UE sembrava acquisita".

Globalmente, Eggly si dice "molto ottimista" sul risultato dello scrutinio. Il presidente dell'OSE ha "l'impressione che un'immensa maggioranza del popolo svizzero capisca perfettamente che il rifiuto di questo decreto ci precipiterebbe in una crisi delle relazioni con l'UE".

Il Consiglio degli svizzeri dell'estero – il "parlamento" dell'OSE – in agosto ha già deciso a schiacciante maggioranza di dare mandato al comitato di appoggiare il decreto, nel caso in cui il referendum fosse riuscito.

La libera circolazione delle persone fa parte di un insieme di accordi "che globalmente sono proficui per la Svizzera. Dunque non si può immaginare una rottura di queste relazioni bilaterali volute proprio dalla Svizzera". E poiché ora l'UE è composta di 27 paesi sarebbe impensabile che Bruxelles prorogasse un accordo con Berna che non fosse applicato a tutti i suoi membri.

swissinfo, Sonia Fenazzi

Bilaterali: una serie di "sì" popolari

Gli Accordi bilaterali I, 7 trattati settoriali legati giuridicamente, sono approvati nel maggio 2000, con il 67,2% dei voti.

Gli Accordi Bilaterali II sono costituiti da otto accordi distinti e una dichiarazione d'intenti. Contro quello di associazione a Schengen e a Dublino è lanciato il referendum. Ma in votazione popolare, nel giugno 2005, il testo è accettato con il 54,6% di sì.

Parallelamente Berna e Bruxelles stabiliscono di estendere la libera circolazione delle persone ai dieci nuovi Stati membri dell'UE. Il parlamento svizzero vincola questo protocollo aggiuntivo a un rafforzamento delle misure di accompagnamento per meglio tutelare i lavoratori contro il dumping salariale e sociale. Contro il decreto è di nuovo referendum. L'estensione supera lo scoglio delle urne, nel settembre 2005, con il 56% di voti favorevoli.

Nel novembre 2006 fallisce anche il referendum contro la Legge federale sulla cooperazione con gli Stati dell'Europa dell'Est, che fissa le basi per il versamento del contributo di coesione ai dieci nuovi membri dell'UE. L'elettorato avalla il cosiddetto "miliardo di coesione" con il 53% dei voti.



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