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Politica familiare


Dibattito focalizzato su valori superati dalla realtà




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Gli uomini che riducono il lavoro per occuparsi dei figli sono ancora rari, mentre la maggioranza delle madri che hanno un'attività professionale occupano posti a tempo parziale. Spesso per mancanza di posti in strutture di custodia extra familiare per i figli. (Ex-press)

Gli uomini che riducono il lavoro per occuparsi dei figli sono ancora rari, mentre la maggioranza delle madri che hanno un'attività professionale occupano posti a tempo parziale. Spesso per mancanza di posti in strutture di custodia extra familiare per i figli.

(Ex-press)

La contrapposizione tra il modello di famiglia con le madri casalinghe e quello con le madri attive professionalmente è al centro di accesi dibattiti politici in Svizzera. Per il politologo Michael Hermann, si discute su una “vecchia visione romantica” sempre più lontana dalla realtà.

La scintilla che ha fatto divampare le discussioni è un’iniziativa popolare dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice), su cui l’elettorato si pronuncerà il 24 novembre. Essa chiede una deduzione fiscale per i genitori che accudiscono personalmente i figli "almeno equivalente" a quella accordata ai genitori che li affidano alla custodia di terzi.

Combattuta da tutti gli altri partiti rappresentati nel parlamento federale, ad eccezione di quello evangelico e di una forte minoranza del Partito popolare democratico (PPD), nel primo sondaggio dell’istituto gfs.bern, alla metà di ottobre, l’iniziativa raccoglieva a sorpresa un sostegno del 64%.

Gli avversari si sono mobilitati per invertire la rotta e il dibattito si è focalizzato sui modelli di famiglia. Gli oppositori dell’iniziativa UDC sostengono che essa promuoverebbe quello tradizionale, che rimanderebbe le madri al focolare domestico. Al contrario, i sostenitori dell’iniziativa affermano che così le madri potrebbero scegliere liberamente se continuare a lavorare o se occuparsi dei figli a tempo pieno.

Differenze culturali

In un’analisi per conto del settimanale SonntagsZeitung, Michael Hermann ha evidenziato con cifre concrete le differenze tra le regioni linguistiche della Confederazione circa l’attività delle madri.

La quota delle madri casalinghe nella Svizzera tedesca è del 25,1% e nella Svizzera francese del 19,7%. Quella delle mamme che lavorano a tempo pieno o quasi (dal 70% in su) è del 24,4% nella prima e del 41,1% nella seconda.

Singolare la situazione in Ticino, dove le proporzioni sono del 37,1% per le mamme massaie e del 26,4% per le madri con un’attività professionale dal 70% in su.

Fonte: Michael Hermann, sotomo

Discorso conservatore, realtà più progressista

A prima vista, gli ampi consensi ottenuti dall’iniziativa nel primo sondaggio lascerebbero presumere una propensione della maggioranza del popolo per il modello di famiglia tradizionale. Effettivamente “negli ultimi anni c’è stata una notevole tradizionalizzazione”: valori e immagini conservatrici sono tornati in auge in molti campi, afferma François Höpflinger, professore di sociologia all’università di Zurigo, in un’intervista ai quotidiani Tages-Anzeiger e Der Bund.

Tuttavia, “il ritorno ai valori tradizionali è piuttosto a livello di discorso. Questo è diventato un po’ più conservatore, ma le realtà sociali sono diventate più progressiste. Le cifre parlano chiaro: i divorzi aumentano ancora, le donne hanno sempre più tardi il primo figlio, la proporzione delle madri attive professionalmente così come quella delle donne con una formazione accademica continua a progredire. Le casalinghe sono una minoranza”, sottolinea a swissinfo.ch il politologo Michael Hermann.

“È vero invece che attualmente nella popolazione non prevale una tendenza a voler orientare tutto in direzione delle donne attive professionalmente, di modelli moderni di famiglia, e a considerare definitivamente superato quello tradizionale. Benché la realtà si allontani sempre più da questo modello, c’è ancora un atteggiamento positivo verso l’accudimento dei figli da parte delle mamme”.

Questo soprattutto nelle regioni tedescofone della Confederazione. Non solo in Svizzera, ma nei paesi germanofoni in generale è ancora abbastanza radicata “la vecchia visione romantica del bambino che ha bisogno della mamma” e l’idea secondo cui i bambini affidati alla custodia di terzi sarebbero trascurati, rileva Hermann. La Svizzera romanda, invece, è influenzata dalla Francia, “dove c’è una lunga tradizione di donne attive professionalmente e quindi fare accudire i bimbi da terzi è considerata una cosa normale”.

Non a caso, anche in Germania è in atto un dibattito analogo a quello in Svizzera: le proposte della CSU per le famiglie che si occupano dei figli sono molto simili all’iniziativa dell’UDC, osserva il politologo zurighese.

Nessuna svolta

Ma qualunque sia l’esito del voto sull’iniziativa UDC il 24 novembre, secondo François Höpflinger, non cambierà nulla a questo livello: “Non credo che dei giovani pensino alle deduzioni fiscali, quando fondano una famiglia. E sicuramente nessuna donna rinuncerà per questo a un’attività professionale. Così come non si ritornerà a strutture patriarcali”, commenta il sociologo zurighese.

Un’inversione di tendenza è esclusa anche dal suo collega dell’università di Neuchâtel François Hainard. “L’economia svizzera ha bisogno di persone attive. Le donne studiano e vogliono far valere le loro competenze. Un secondo reddito è spesso imprescindibile per ragioni finanziarie. Viviamo in una società di consumo in cui ognuno vuol mantenere un certo livello di vita. Inoltre la biparentalità non è più la regola”, ha dichiarato il sociologo al quotidiano Le Temps.

Nel solco delle preoccupazioni del ceto medio

Di certo le discussioni sulla politica familiare non si esauriranno il 24 novembre. Altre due iniziative sulla famiglia, promosse dal PPD, sono state depositate e saranno probabilmente sottoposte al voto alla fine dell’anno prossimo. Una chiede la parità di trattamento fiscale e per le assicurazioni sociali tra coppie sposate e concubini, l’altra domanda di esentare dalle imposte gli assegni per figli e di formazione.

La ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf ha d’altra parte recentemente annunciato in un’intervista al SonntagsBlick che il suo dipartimento sta attualmente esaminando un cambiamento del sistema di deduzioni fiscali per i figli, che dovrebbe essere sostituito da contributi. Il progetto dovrebbe essere presentato l’anno prossimo al parlamento.

“Il dibattito sulla famiglia è fortemente legato a quello sul ceto medio, che sopporta molti oneri e ha subito un’erosione. In linea di principio, il ceto medio è sempre stato importante per tutti i partiti. Ma è solo negli ultimi anni che nell’arena politica si è sviluppata la consapevolezza che avere figli è anche un rischio finanziario per le famiglie del ceto medio”, dice Michael Hermann.

Famiglia e federalismo

In Svizzera la maggior parte delle questioni di politica familiare rientra negli ambiti di competenza dei cantoni e in parte dei comuni. La Confederazione ha un margine di manovra molto limitato: interviene solo in funzione integrativa e di promozione.

Di conseguenza vari aspetti di politica familiare sono regolati in modi molto diversi. Differenze ulteriormente accentuate dalle profonde trasformazioni della società negli ultimi decenni e dalle forti divergenze tra i partiti sulle questioni di politica familiare.

La stessa proposta di accordare uguali deduzioni fiscali ai genitori che accudiscono personalmente i figli e a quelli che li affidano a strutture di custodia extra familiare, su cui l’elettorato elvetico vota il 24 novembre, in due cantoni – Vallese e Zugo – è già la regola.

Il tentativo di ampliare leggermente il margine di manovra della Confederazione nella politica familiare è fallito lo scorso 3 marzo, proprio per il sistema federalista. La maggioranza dei votanti (il 54,3%) aveva infatti approvato l’articolo costituzionale che avrebbe incaricato Confederazione e cantoni di promuovere la conciliabilità tra lavoro e famiglia. Ma il testo non ottenuto la maggioranza dei cantoni: 15 l’hanno respinto, mentre gli altri 11 (tutti i cantoni latini, oltre ai due di Basilea e a quelli di Zurigo e Soletta), l’hanno accettato.

swissinfo.ch



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