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Strategia energetica 2050


L'uscita dall’atomo entra in parlamento


Di Andreas Keiser


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Non è ancora chiaro fino a quando la centrale nucleare di Gösgen continuerà a sbuffare. (Keystone)

Non è ancora chiaro fino a quando la centrale nucleare di Gösgen continuerà a sbuffare.

(Keystone)

Rinunciare all’energia nucleare sì o no? E soprattutto: quando? Di quanta energia idroelettrica, solare ed eolica avrà bisogno la Svizzera e quanto è grande il potenziale di risparmio? Tutti interrogativi che il parlamento è chiamato ad affrontare durante la sessione invernale. In programma ci sono lunghe e accese discussioni.

Il messaggio del governo trasmesso al parlamento comprende 40 pagine e sul tavolo ci sono 250 proposte di modifica. È il risultato dei lavori preparatori che hanno occupato la Commissione dell’energia per oltre un anno. Una votazione popolare è già nell’aria.

In questo contesto, è certo che il processo legislativo relativo all’uscita dall’atomo e alla transizione verso le energie rinnovabili ha davanti a sé una strada ancora lunga. Ottimista, lo scenario del Consiglio federale prevede un’entrata in vigore nel 2017.

Visione e pianificazione

La Strategia energetica 2050 è un progetto a lungo termine, una visione, un piano di massima. Diversi parametri quali le tecnologie, il prezzo dell’elettricità e le sensibilità politiche, sono infatti soggetti a continui cambiamenti.

A questo si aggiunge il fatto che l’approvvigionamento energetico della Svizzera non è autosufficiente e che, anche in futuro, la quantità di corrente elettrica importata non sarà regolamentata a livello legislativo.

In parlamento, il campo rosso-verde vuole accelerare la svolta energetica voluta dal governo, in modo da abbandonare l’energia atomica il più rapidamente possibile e sovvenzionare, con maggiori risorse, le energie rinnovabili.

I liberali radicali (centro destra) e gli esponenti dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) intendono al contrario ostacolare i piani dell’esecutivo. O perlomeno, modificarli significativamente. In altre parole: prolungare il più possibile la durata di vita delle attuali centrali atomiche, evitare i divieti sulle tecnologie e limitare le sovvenzioni per l’energia solare ed eolica.

Pomo della discordia

Più cara delle trasversali alpine

La svolta energetica è un grande progetto che comporterà costi elevati. Lo sviluppo delle energie rinnovabili (solare, eolica, geotermia e biomassa) verrà infatti sovvenzionato dalla Confederazione.

Un calcolo di economiesuisse, la federazione mantello delle imprese svizzere, giunge alla conclusione che il programma d’incentivazione di queste forme di energie, lanciato alcuni anni fa, costerà circa 28 miliardi di franchi.

A titolo di paragone, i costi della nuova ferrovia transalpina (che comprende il tunnel di base del San Gottardo) sono stimati a 18,5 miliardi di franchi.

Dopo il disastro nucleare di Fukushima, l’11 marzo 2011, lo choc è stato profondo e tutto è andato molto velocemente. Appena tre giorni dopo, la ministra dell’energia Doris Leuthard ha sospeso le procedure concernenti le domande di autorizzazione di massima per le tre nuove centrali nucleari previste all’epoca. E a fine maggio 2011, il governo ha deciso l’uscita graduale dall’atomo, una scelta confermata dal parlamento nell’autunno seguente.

In virtù di tale decisione, le cinque centrali nucleari dovranno essere disattivate al termine del loro ciclo di vita, stabilito a 50 anni. Leibstadt, l’impianto più recente, è in funzione dal 1984. Dovrebbe dunque essere spento al più tardi nel 2034, data che potrebbe segnare la fine della produzione di energia nucleare in Svizzera.

Questo scenario è però stato nel frattempo rimesso in discussione. Secondo la maggioranza della Commissione dell’energia, la durata d’esercizio delle centrali andrebbe aumentata di dieci anni, se queste soddisferanno le prescrizioni di sicurezza in vigore al momento previsto della chiusura.

«Con la possibilità di prolungare, ogni dieci anni, la durata d’esercizio di dieci anni, l’uscita dall’atomo viene rinviata alle calende greche. I rischi d’incidenti legati all’età non diminuiranno», critica Jürg Buri, presidente dell’alleanza “No al nucleare”.

Dal canto loro, i Verdi hanno depositato nel novembre 2012 un’iniziativa che chiede di limitare a 45 anni il ciclo produttivo delle centrali elvetiche.

Il caso del prezzo dell’elettricità

All’altra estremità dello spettro politico c’è l’Azione per una politica energetica ragionevole (AVES). «La situazione sul mercato dell’elettricità è cambiata in modo determinante da Fukushima», spiega il suo presidente, Albert Rösti, facendo riferimento alla marcata diminuzione del prezzo dell’elettricità in Europa, dovuta in gran parte allo sviluppo massiccio dell’energia solare ed eolica in Germania.

«Non ha senso sovvenzionare massicciamente delle tecnologie che possono essere redditizie soltanto se sono abbinate a delle capacità di immagazzinamento», afferma Albert Rösti. Oggi, aggiunge, «nessuno vuole costruire nuove centrali nucleari». Secondo il presidente dell’AVES, sarebbe però sbagliato imporre dei divieti sulle tecnologie. «Nessuno sa come evolverà la tecnologia nucleare fra 20 anni».

Albert Rösti auspica quindi che la Strategia energetica 2050 venga rinviata al governo per modificarne il contenuto. Per questo può contare sul sostegno del suo partito, l’UDC, e di gran parte dei liberali radicali.

Più importazioni in inverno

Un punto centrale della Strategia energetica 2050 è di sapere come sostituire l’energia nucleare, che oggi fornisce il 40% dell’elettricità consumata in Svizzera. Il governo e la maggioranza della Commissione dell’energia puntano sullo sviluppo delle energie rinnovabili.

Ma mentre le centrali atomiche e idroelettriche producono corrente 24 ore su 24, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, gli impianti solari ed eolici sono sottoposti a importanti fluttuazioni. Inoltre, è appunto in inverno, quando il consumo di elettricità è massimo, che producono di meno.

A ciò si aggiunge il fatto che non esistono ancora soluzioni redditizie ed efficienti per lo stoccaggio dell’energia. «La ricerca e il mercato sono in costante evoluzione», osserva Pascal Previdoli, vicedirettore dell’Ufficio federale dell’energia.

Inoltre, aggiunge, l’idea di far ricorso temporaneamente alle centrali a gas - un’opzione controversa a causa delle emissioni di CO2 - non è ancora definitivamente abbandonata e la Svizzera potrebbe importare un quantitativo maggiore di elettricità, soprattutto in inverno.

L’ombra della Germania

L’esempio della Germania mostra dove può condurre un forte sviluppo dell’energia solare ed eolica. Le centrali ecologiche producono più elettricità di quanto avevano previsto gli esperti più ottimisti. Il prezzo della corrente elettrica è al minimo e c’è troppa elettricità in estate, non abbastanza in inverno.

In quest’ottica, l’aumento previsto della Rimunerazione a copertura dei costi per l’immissione in rete di energia elettrica (RIC) per gli impianti fotovoltaici susciterà, verosimilmente, accesi dibattiti alla camera bassa del parlamento (Consiglio nazionale). Per il governo, la RIC va aumentata e nel contempo adattata al mercato, in modo che in inverno la rimunerazione risulti più elevata rispetto alle belle giornate d’estate.

Con questo tipo di economia pianificata, il Consiglio federale vuole far sì che i gestori di installazioni private forniscano più corrente durante i periodi di penuria. Un modello che può tuttavia funzionare soltanto se associato con capacità di stoccaggio vantaggiose, ciò che sarà possibile - perlomeno nello stato di conoscenze attuali - tra qualche anno.

Risparmiare, ma quanto?

A dividere il parlamento è anche il potenziale di riduzione del consumo elettrico. La sinistra, i Verdi e il centro vogliono ridurre il consumo globale di energia del 43% entro il 2035, rispetto ai valori del 2000 (13% per il consumo di elettricità). La destra si accontenta invece di una diminuzione del 35% e di una stabilizzazione del consumo di elettricità a partire dal 2020.

La camera bassa ha previsto 20 ore per dibattere sulla questione. Toccherà poi alla camera alta, il Consiglio degli Stati, chinarsi sul dossier. «Se rimarremo in minoranza e se il progetto non subirà importanti modifiche in parlamento, toccherà al popolo decidere», avverte Albert Rösti. I liberali radicali, per i quali accettare la Strategia energetica equivale a un acquisto a scatola chiusa, chiedono in effetti che la questione venga sottoposta a votazione popolare.

È quindi possibile che il popolo svizzero debba esprimersi, allo stesso tempo, sulla Strategia energetica 2050 decisa dal parlamento e sull’iniziativa “Per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” dei Verdi.


Traduzione dal tedesco di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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