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«Bengasi è libera, la gente festeggia nelle strade»

La protesta è partita da Bengasi, seconda città della Libia

(Keystone)

La rivolta in Libia non si placa e il regime di Gheddafi sembra ormai traballare. A Bengasi, intanto, i paramilitari hanno lasciato la città. La testimonianza di Ahmad Bentaher, medico all'ospedale Jala di Bengasi.

Dopo diversi tentativi, il telefono finalmente suona. «Possiamo ricevere delle telefonate, ma tutte le comunicazioni verso l'esterno sono tagliate», spiega Ahmad Bentaher, medico all'ospedale Jala di Bengasi. Da una settimana assiste in prima linea alla rivolta contro il regime del colonnello Gheddafi.

Bengasi, così come altre città, sarebbero ormai nelle mani dei manifestanti. La ribellione si è estesa anche alla capitale, dove diversi edifici, tra cui il ministero degli interni, sarebbero stati dati alle fiamme.

swissinfo.ch: Qual è la situazione attuale a Bengasi?

Ahmad Bentaher: Dopo gli scontri avvenuti domenica, le unità dell'esercito si sono schierate a fianco dei manifestanti e hanno preso il sopravvento sulle milizie private di Gheddafi. I paramilitari hanno ormai lasciato la città. A Bengasi abbiamo avuto più di 300 morti e 2'000 feriti. Solo ieri 61 persone hanno perso la vita, tra cui un bambino di 3 anni.

swissinfo.ch: Non vi è il timore che i paramilitari ritornino?

A.B.: Certo, vi è questa possibilità. Adesso però la gente sta festeggiando per le strade, sta celebrando la libertà dopo 42 anni di regime di Muammar Gheddafi.

swissinfo.ch: Chi sono le persone che hanno manifestato?

A.B.: Inizialmente sono stati gli avvocati, i giudici, i medici, gli ingegneri… L'élite intellettuale, insomma. Si è trattato di una manifestazione pacifica. Poi il regime ha arrestato uno dei principali organizzatori e molta gente si è radunata davanti alla sede della sicurezza interna per chiedere la sua liberazione. La rivolta è partita da qui e si è estesa a tutte le classi della popolazioni.

swissinfo.ch: Che impatto ha avuto il discorso televisivo di domenica sera di Seif al-Islam, il figlio di Gheddafi considerato il leader dell'ala riformista?

A.B.: È stato molto deprimente. Ha mostrato l'indice e ha minacciato i cittadini libici di far intervenire l'esercito contro chi disobbedisce. Non so che tipo di persona sia. È definito un riformista, ma ha minacciato di ucciderci… Dopo il suo discorso, la gente ha affermato con ancora più forza di non voler mai più vedere la faccia di Gheddafi o di uno dei suoi figli.

Prima del suo intervento alla televisione ero contento. Pensavo che potesse esserci un vero cambiamento. Ma poi è stato talmente deprimente. Non è questo il modo di comunicare con il proprio popolo.

swissinfo.ch: In Occidente si è detto che Bengasi è un bastione islamista. Cosa ne pensa?

A.B.: È il messaggio che Gheddafi e la sua famiglia cercano di far passare. Quello che ho potuto constatare, però, è che la gente sta manifestando per la libertà, per l'unità e per una costituzione, poiché non ne esiste una. Quello che vogliamo è un cambiamento. E vogliamo la fine delle violenze. La popolazione in queste ore si sta organizzando per ripulire le strade, per riprendere in mano la situazione.

swissinfo.ch: Siete al corrente di quello che sta succedendo a Tripoli?

A.B.: Sono in contatto con dei colleghi. Mi hanno detto che nella capitale vi sono molte vittime. A metà giornata a Tripoli si contavano circa 60 morti e le dimostrazioni si stanno estendendo anche nelle periferie.

swissinfo.ch: Ritiene che Gheddafi e la sua cerchia possano ancora contare su un sostegno importante?

A.B.: Non si tratta di una tribù molto grande. Ciò che la rende molto pericolosa è che possiede molte armi. È basata a Sirte, nel centro della Libia. Le dimostrazioni sono partite ad est e ad ovest della Libia. Adesso pensiamo che gli scontri si stiano estendendo anche a Sirte.

La tribù dei Warfala e altre tribù si sono unite alla rivolta e Gheddafi e i suoi non possono lottare contro tutti.

swissinfo.ch: Cosa pensa che farà Muammar Gheddafi?

A.B.: La miglior cosa per noi e per la Libia è che lui e la sua famiglia lascino il paese. Se decideranno di combattere, vi sarà invece un vero e proprio massacro.

Qui a Bengasi cominciano a circolare voci secondo cui potrebbe intervenire l'aviazione. Si tratta solo di voci, naturalmente. Ma la possibilità esiste e la gente è convinta che Gheddafi sarebbe capace di ordinare un bombardamento.

swissinfo.ch: Lei teme per la sua vita?

A.B.: Certo, come tutti i cittadini di Bengasi. Qui abbiamo in un certo senso superato un punto di non ritorno. E Gheddafi non ha più nessun freno inibitorio. I mercenari africani che ha assoldato sono addirittura venuti all'ospedale con l'obiettivo di uccidere i feriti. Ciò dà un'idea della brutalità di Gheddafi. Per questa ragione ritengo che la comunità internazionale debba intervenire in maniera decisa.

swissinfo.ch: In che modo?

A.B.: Se gli Stati Uniti e l'Unione Europea fanno pressione, forse deciderà di partire. Anche l'ONU deve intervenire attraverso tutti i canali di comunicazione che ha con il regime libico e con Gheddafi in persona.

Condanna svizzera

Il governo svizzero ha sospeso lunedì i lavori di preparazione per il tribunale arbitrale internazionale chiamato a chiarire le circostanze dell'arresto a Ginevra di Hannibal Gheddafi, figlio del leader libico Muammar, avvenuto nel luglio 2008.

La creazione del tribunale era stata decisa nel giugno del 2010 nel corso di un incontro tra la ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey e il suo omologo libico Moussa Koussa.

Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha inoltre condannato «la violenza mirata impiegata dalle autorità libiche contro i dimostranti».

Il DFAE ha indicato che l'ambasciata svizzera a Tripoli è in contatto con tutti i 46 cittadini elvetici notificati, la maggior parte dei quali in possesso della doppia cittadinanza.

Visto l'evolversi della situazione, il DFAE consiglia loro di lasciare il paese.

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Timori di un'ondata migratoria

Riuniti lunedì a Bruxelles, i 27 ministri degli esteri dell'Unione Europea hanno condannato la repressione delle manifestazioni in Libia e chiesto «a tutte le parti» la «cessazione immediata» dell'uso della forza.

Il testo è frutto di un compromesso tra chi voleva una presa di posizione 'dura', come la Germania e la Gran Bretagna, e una linea più morbida, come l'Italia. Il ministro degli esteri italiano Franco Frattini ha indicato che l'Europa non dovrebbe interferire e dare l'impressione di voler esportare il suo modello democratico.

L'UE sta inoltre valutando la possibilità di evacuare i cittadini europei.

La commissione europea si è pure detta inquieta per il possibile afflusso di migranti verso le coste meridionali dell'Europa. Le autorità libiche hanno infatti minacciato di cessare ogni cooperazione con l'UE nell'ambito della lotta contro l'immigrazione illegale.

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