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Battaglia sulla custodia dell'arma d'ordinanza militare

Anche in futuro i potranno tenere in casa le armi d'ordinanza o saranno custodite in un luogo sicuro?

(Keystone)

La tradizione elvetica secondo cui i soldati, al di fuori del servizio militare, tengono in casa le loro armi d'ordinanza è di nuovo al centro di tiri incrociati in parlamento. Alla Camera bassa lunedì si discute la richiesta di custodirle al sicuro in locali dell'esercito.

Il destino di questa proposta in parlamento è già segnato. La Camera del popolo, come ha fatto quella dei Cantoni il 3 marzo, non darà certamente seguito alla petizione di una scuola professionale di Höngg (Zurigo) che domanda la custodia delle armi militari all'arsenale.

La petizione era stata lanciata dopo che un'allieva dell'istituto, nel 2007, era stata uccisa da un soldato che aveva appena terminato la scuola reclute.

La Commissione della politica di sicurezza (CPS) della Camera bassa ha pure rifiutato, con 15 voti contro 10, di dare seguito all'iniziativa parlamentare in senso simile, della socialista zurighese Chantal Galladé.

Invocando il rafforzamento della "sicurezza in ambito pubblico e domestico", la deputata ha sollecitato una modifica legislativa, affinché le armi da fuoco, al di fuori del servizio, siano depositate in locali dell'esercito e al termine degli obblighi militari non possano essere conservate dai militi.

Nell'atto parlamentare, Chantal Galladé sostiene che questa usanza svizzera risalente al XIX secolo, dal profilo della politica di sicurezza, non solo è anacronistica, ma costituisce addirittura un problema. Infatti, nella Confederazione, "le armi militari vengono ripetutamente usate per uccidere", afferma.

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300 morti all'anno

Secondo uno studio del criminologo Martin Killias, in media ogni anno in Svizzera 300 persone muoiono (omicidi e suicidi) sotto i colpi di armi d'ordinanza. Una ricerca dell'università di Zurigo ha poi evidenziato che rendendo più difficile l'accesso alle armi da fuoco si riducono i suicidi. In Svizzera, mediamente ogni giorno una persona si toglie la vita sparandosi. In circa la metà dei casi è utilizzata un'arma d'ordinanza.

Ma nel plenum gli schieramenti sono noti. Come già successo in passato con richieste analoghe, a favore si esprimeranno i rosso-verdi e qualche rappresentante del centro, mentre la maggioranza di destra e centro-destra si opporrà. Questo copione si è ripetuto al Consiglio degli Stati (Camera alta) il 3 marzo con la mozione - poi ritirata - della socialista basilese Anita Fetz, che domandava di togliere la culatta dalle armi di ordinanza custodite a domicilio.

Prima di essere archiviate, queste proposte offrono però l'occasione a sostenitori e avversari di affilare le armi verbali, mettendo i rispettivi argomenti a confronto, in vista dei futuri dibattiti sull'iniziativa popolare "per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi". Gli oppositori possono anche tastare il terreno per valutare l'opportunità di un eventuale controprogetto.

Conflitto arbitrato dall'elettorato

Dallo studio condotto ogni anno dall'Accademia militare e dal Centro di ricerca sulla politica di sicurezza del Politecnico federale di Zurigo è emerso che la proporzione di coloro che ritengono che le armi di ordinanza vadano tenute a casa è costantemente diminuito. Si è scesi dal 57% nel 1989 al 34% nel 2008.

I più ostili a questa tradizione sono soprattutto giovani e donne. Ma i ricercatori hanno riscontrato un cambiamento di opinione anche fra gli anziani, che a partire dal 2004 sono diventati sempre più restii alla custodia di armi militari a domicilio.

Una coalizione composta del Partito socialista, dei Verdi, del Gruppo per una Svizzera senza esercito, come pure di varie organizzazioni femminili e per la prevenzione dei suicidi, dopo vani tentativi di fare breccia in parlamento, ha perciò lanciato un'iniziativa popolare che chiede una modifica costituzionale per limitare l'uso e la diffusione delle armi da fuoco, bandire l'arma d'ordinanza dalle economie domestiche e istituire un registro nazionale centralizzato.

Il testo, corredato da circa 107mila firme, è stato depositato alla Cancelleria federale lo scorso 23 febbraio. L'elettorato sarà dunque chiamato a pronunciarsi.

Iniziativa popolare

L'iniziativa popolare permette ai cittadini di proporre una modifica della Costituzione. Per essere valida, deve essere sottoscritta da almeno ...

Autorità federali esplorano vie di compromesso

Il 25 febbraio, il governo ha nuovamente risposto picche, annunciando la decisione di principio, secondo cui i militari svizzeri per ora continueranno a custodire l'arma di servizio a domicilio. Tuttavia la necessità di modifiche delle disposizioni vigenti è ormai riconosciuta anche dall'esecutivo.

Quest'ultimo ha infatti incaricato il Dipartimento federale della difesa (DDPS) di cercare soluzioni alternative per facilitare il deposito del fucile d'assalto all'arsenale e per individuare i potenziali di violenza di coloro che sono sottoposti all'obligo di leva, in modo da evitare il rilascio di armi a chi è a rischio. Tra le innovazioni al vaglio c'è pure la presentazione di un permesso d'acquisto d'armi per chi vuole conservare l'arma dopo avere assolto gli obblighi militari.

Ma mentre a livello federale si discute, nel canton Ginevra si è già passati agli atti: dal 1° gennaio 2008, chi vuole, può depositare l'arma d'ordinanza all'arsenale. In alcuni cantoni ci si sta muovendo nella stessa direzione. In qualche cantone, invece, atti parlamentari in tal senso sono stati bocciati con la motivazione che si tratta di una sfera di competenza della Confederazione. Intanto il rischio di ritrovarsi con un mosaico di disposizioni cantonali cresce.

swissinfo, Sonia Fenazzi

Fatti e cifre

In Svizzera si stima che siano in circolazione circa 2,3 milioni di armi da fuoco, di cui 1,7 milioni militari.
Mediamente, ogni anno sono perse o rubate fuori dal servizio circa 430 armi, fra fucili d'assalto e pistole d'ordinanza.

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Cronistoria

In Svizzera il principio dell'esercito di milizia, con l'obbligo di servire, è fortemente ancorato nella tradizione.

La custodia a domicilio delle armi d'ordinanza e della munizione da tasca fuori dal periodo di servizio è stata fissata nella legge alla fine del XIX secolo.

In seguito all'aumento dei suicidi e degli omicidi con le armi militari, nel 1898 la distribuzione delle munizioni è stata sospesa.

Con l'avvento della Seconda guerra mondiale, quella disposizione è stata ripristinata.

Negli anni '80, sono ricominciate le polemiche. Il parlamento nel settembre 2007 ha deciso di abolire la munizione da tasca, con limitate eccezioni.

Tramite vari atti parlamentari è stato chiesto di non più custodire nemmeno le armi di servizio a domicilio.

Tali proposte non hanno finora avuto successo. Per la maggioranza parlamentare prevale il principio della fiducia nei confronti del cittadino-soldato.

Nell'opinione pubblica, invece, sembra farsi largo il desiderio di allontanare le armi militari da casa. Perciò i sostenitori di questa idea hanno lanciato un'iniziativa popolare in tal senso.

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Tiro in pericolo?

Le organizzazioni di tiro, che contano oltre 250mila soci in tutta la Svizzera, si oppongono all'iniziativa. A loro avviso, la sua accettazione comprometterebbe questo sport di massa.

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