"L’ho fatto… per dare una vita decente ai miei figli"

Puliscono le nostre case, curano i nostri anziani, cucinano e si occupano dei nostri figli. Il loro lavoro non è però riconosciuto e sono costrette a rimanere nell’ombra, spesso sfruttate e sottopagate. È la vita di molte colf e badanti clandestine in Svizzera. Testimonianza.

Questo contenuto è stato pubblicato il 08 gennaio 2014 - 10:47

Puliscono le nostre case, curano i nostri anziani, cucinano e si occupano dei nostri figli. Il loro lavoro non è però riconosciuto e sono costrette a rimanere nell’ombra, spesso sfruttate e sottopagate. È la vita di molte colf e badanti clandestine in Svizzera. Testimonianza.

Nelly Valencia arrivò in Svizzera nel 1999, anno in cui 120'000 persone emigrarono dall'Ecuador, impantanato in una grave crisi. Lasciò dietro di sé a Quito tre figli. Nel 2001, dopo aver saputo che venivano maltrattati dai parenti ai quali erano stati affidati, decise di andare a prenderli per portarli con sé in Svizzera. Avevano 12, 7 e 2 anni.

Scoperta dalla polizia, nel 2003 Nelly presentò una domanda di regolarizzazione per poter rimanere in Svizzera. Considerando che si trattava di un “caso di rigore”, le autorità del canton Vaud accolsero la domanda e la trasmisero alle autorità federali, responsabili per la decisione finale. Queste ultime ordinarono però a Nelly di lasciare il paese.

Ma l’esule ecuadoregna non si arrese. Con l'aiuto del Centro sociale protestante (CSP) del canton Vaud, presentò un ricorso contro la decisione negativa pervenuta da Berna. Nel 2010, dopo che il Tribunale amministrativo federale (TAF) aveva invitato l'Ufficio federale della migrazione (OFM) a riesaminare il caso, la famiglia Valencia ottenne il permesso di soggiorno per motivi umanitari, concesso solo per "singoli casi di estrema gravità".

Si stima che circa 40’000 persone, il 90 % donne, lavorano quali colf e badanti nelle case svizzere, senza avere il diritto di risiedere e lavorare sul territorio elvetico.

(Patricia Islas e Thomas Kern, swissinfo.ch)

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