Meglio essere licenziati in massa… e prima di 55 anni

Keystone

Cosa succede ai salariati vittime di licenziamenti collettivi nell’industria svizzera? Secondo uno studio inedito dell’Università di Losanna, la maggioranza ritrova rapidamente un impiego. Per i più anziani, invece, il reinserimento è a volte lungo e difficile.

Questo contenuto è stato pubblicato il 20 gennaio 2013 - 11:00
swissinfo.ch

Merck Serono, Lonza, Greatbatch Medical… Gli esempi recenti non mancano. Malgrado un tasso di disoccupazione di gran lunga inferiore ai paesi europei – il 2,9% per il 2012 – la Svizzera non è risparmiata dall’ondata di chiusure di fabbriche o di delocalizzazioni dei siti di produzione. L’anno scorso, i licenziamenti collettivi hanno colpito in Svizzera circa 10'000 persone.

Su incarico della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), due ricercatori dell’Università di Losanna, Daniel Oesch e Isabel Baumann, hanno cercato di inquadrare meglio le traiettorie professionali di questi lavoratori spinti improvvisamente verso la porta d’uscita. Per il loro studio, hanno intervistato circa 750 ex salariati di cinque imprese industriali costrette a cessare le attività nel 2010. Daniel Oesch ha dettagliato a swissinfo.ch i primi risultati dell’inchiesta.

swissinfo.ch: Le conclusioni del vostro studio saranno pubblicate solo tra qualche mese. Può già indicarci qualche dato emerso dalla ricerca che vi ha sorpresi?

Daniel Oesch: Due terzi delle persone vittime di licenziamenti collettivi nel 2010, in un contesto difficile per l’industria d’esportazione [a causa in particolare della forza del franco rispetto all’euro], hanno ritrovato un lavoro meno di due anni dopo essere stati licenziati. Non ci aspettavamo un tasso di reinserimento così elevato. Circa il 17% è ancora in disoccupazione e l’11% è andato in pensione anticipatamente. A nostra grande sorpresa, più del 70% degli intervistati tra gli uomini e il 60% tra le donne hanno ritrovato un posto di lavoro nel settore industriale. Noi ipotizzavamo un trasferimento più importante verso i servizi.

Inoltre, più dell’80% delle persone che hanno ritrovato un lavoro ha firmato un contratto a durata indeterminata, spesso con un salario equivalente o superiore rispetto a quello antecedente. Questi risultati sono dovuti prima di tutto al dinamismo dell’industria svizzera, che continua a creare nuovi posti di lavoro malgrado il lento processo di deindustrializzazione che tocca il mondo occidentale.

swissinfo.ch: Si può anche dedurre che i salariati licenziati collettivamente ritrovano lavoro più facilmente rispetto a quelli esonerati individualmente?

D.O.: Le persone colpite da un licenziamento collettivo si ritrovano improvvisamente in disoccupazione senza che le loro competenze professionali o sociali siano rimesse in causa. È quindi molto meno stigmatizzante farsi licenziare in massa e le aziende sono meno reticenti ad assumere queste persone.

Quando una ditta chiude i battenti, come ad esempio la Merck Serono a Ginevra, i concorrenti del settore ne approfittano per assumere personale efficiente, disponibile sul mercato del lavoro da un giorno all’altro. A volte, delle piccole squadre sono trasferite assieme alle macchine con le quali lavoravano. L’esperienza e la competenza di questi impiegati restano così valorizzate. 

swissinfo.ch: Da quanto dice, si può desumere che a volte si ha un po’ tendenza a drammatizzare i licenziamenti collettivi e i loro effetti sui salariati…

D.O.: I licenziamenti collettivi derivano effettivamente dai cambiamenti strutturali del mercato del lavoro, poiché ogni anno nei paesi dell’OCSE scompaiono circa il 20% di tutti i posti di lavoro e ne vengono ricreati più o meno altrettanti. Non si tratta comunque di un falso problema. L’impiegato che si è dedicato corpo e anima alla sua azienda per dieci o vent’anni e chi si fa scacciare, spesso senza nessuna avvisaglia, si sente tradito.

Certo, la maggior parte dei salariati ritrova un impiego, come lo prova il nostro studio. Ma per mesi queste persone vivono una situazione estremamente precaria e stressante, che può avere serie ripercussioni sulla salute. Non bisogna poi dimenticare la minoranza degli impiegati che rimane al palo e che spesso non ha più diritto alle prestazioni dell’assicurazione disoccupazione.

swissinfo.ch: Chi sono i salariati che rischiano maggiormente di far parte di questa minoranza?

D.O.: Ciò che ci ha sorpresi è che l’età è un fattore molto più penalizzante rispetto alla mancanza di formazione o allo statuto migratorio. Più del 30% dei salariati di età superiore ai 55 anni era ancora senza lavoro due anni dopo essere stato licenziato. È paradossale: le aziende impiegano molti senior, che danno piena soddisfazione. Tuttavia, quando queste persone si ritrovano senza lavoro sono stigmatizzate. La logica delle carriere interne, che incoraggia la lealtà e le promozioni in seno all’impresa, è estremamente sfavorevole per questa categoria di disoccupati.

swissinfo.ch: Quali lezioni trarre dalle vostre constatazioni?

D.O.: In Svizzera, la politica sociale è contraddistinta da anni dalla volontà di aumentare l’età di pensionamento. Nei fatti, però, il mercato del lavoro impone grandi sofferenze a tutti questi senior che rincorrono un lavoro per anni senza successo. Coloro che non hanno un conto di previdenza professionale ben fornito devono attingere dai loro risparmi o far capo all’aiuto sociale. Questo problema rischia di aggravarsi in futuro.

Speriamo che i risultati dello studio siano presi in considerazione e permettano di adeguare certe politiche pubbliche. Bisognerebbe ad esempio incoraggiare maggiormente la possibilità di pensionamenti anticipati flessibili. Questa realtà deve pure essere presa in considerazione dalle aziende che procedono a dei licenziamenti collettivi. Quando la Merck Serono ha chiuso, il sindacato UNIA ha negoziato un piano sociale che fissava la soglia per il pensionamento anticipato a 56 anni. Visti i nostri risultati, si può dire che questa scelta è stata giudiziosa.

Una legislazione permissiva

In Svizzera i licenziamenti collettivi non sono fondamentalmente vietati. La legislazione in materia si riassume a quattro articoli del Codice delle obbligazioni e protegge poco i lavoratori.

In teoria, il datore di lavoro è obbligato a lanciare una procedura di consultazione tra il personale a partire dal licenziamento di più del 10% degli effettivi. La legge non precisa tuttavia la durata di questa consultazione.

Il datore di lavoro è obbligato a dare ai dipendenti almeno la possibilità di formulare proposte su ciò che si può fare per evitare dei licenziamenti, ridurne il numero o attenuarne le conseguenze. Secondo la dottrina, gli impiegati hanno anche diritto ad essere informati sulla situazione finanziaria dell’azienda.

Il datore di lavoro deve anche segnalare per iscritto all’ufficio cantonale del lavoro i licenziamenti collettivi che prevede di fare e deve inviare ai dipendenti copia del documento. Anche quando la procedura non è rispettata, però, la rescissione dei contratti rimane valida.

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Qualche cifra

Lista (non esaustiva) di alcuni annunci di licenziamenti collettivi che hanno contraddistinto il 2012 in Svizzera:

UBS (banca): 2'500 impieghi soppressi

Merck Serono (chimica): 500

Lonza (chimica): 400

Swisscom (telefonia): 400

Credit Suisse (banca): 300

Hewlett-Packard (informatica): 232

Tornos (macchine utensili): 225

Greatbatch Medical (equipaggiamenti medici): 180

Ospedali universitari di Ginevra (sanità): 112

Straumann (impianti dentali): 50

Le Temps (stampa): 18

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