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Gli attriti tra la chiesa svizzera ed il Vaticano

Al contrario delle guardie in Vaticano, i religiosi svizzeri faticano a piegarsi agli ordini provenienti da Roma.

(Keystone)

I cattolici svizzeri hanno spesso avuto un ideale di chiesa diverso da quello promosso da Giovanni Paolo II. E ora sperano in un papa riformatore.

L’unico rappresentante svizzero nella conclave che eleggerà il futuro pontefice è il cardinale Henry Schwery, ex vescovo di Sion.

Papa Giovanni Paolo II ha più volte rimproverato la ritrosia dei cattolici svizzeri e frenato la loro smania di riforme.

I rapporti tra la Svizzera ed il Vaticano sono spesso stati difficili, anche a causa del sistema di democrazia diretta vigente nella Confederazione che mal si combina con la pronunciata gerarchia che caratterizza invece lo Stato del Pontefice.

Il Papa scomparso era stato criticato in modo veemente per aver concentrato il potere nella curia romana. Durante il suo pontificato, la chiesa cattolica in Svizzera ha dovuto affrontare le crescenti critiche della propria base. Credenti troppo critici sono stati isolati. Parroci scomodi sono invece stati trasferiti.

I lavori del conclave, che dovrà eleggere il nuovo capo della chiesa romana, iniziano lunedì 18 aprile. La scelta determinerà il corso futuro del Vaticano e permetterà di capire quale sarà l’atteggiamento della chiesa verso i vescovi e, in ultima analisi, verso i credenti.

Più dialogo con la base

"Sarei felice se il nuovo Papa fosse meno dittatoriale e ridistribuisse quel potere che ora è in gran parte concentrato a Roma. Il mondo e la base della chiesa cattolica devono essere considerati maggiormente", dice Elia Marty, suora superiora presso la casa di riposo Viktoria di Berna, dove Givoanni Paolo II aveva soggiornato in occasione del suo ultimo viaggio in Svizzera.

Suora Marty non vuole nominare un candidato ideale. "Non conosco le persone. Ma il nuovo Papa non dovrà essere troppo vecchio, bensì vivace e dallo spirito aperto. Un ottantenne non andrebbe bene".

Le finestre che sono state chiuse nel recente passato dovranno essere riaperte, continua la Marty. È urgentemente necessario che la chiesa si confronti con i tempi e gli sviluppi nella società attuale, conclude.

Decentralizzazione

Pure i vescovi svizzeri chiedono più attenzione alle chiese locali e l’attribuzione di maggiori poteri alle conferenze episcopali nazionali.

In passato, i principali attriti con il papa erano nati a proposito del concetto di laicità dei pastori. La diatriba concernente la nomina di Wolfgang Haas quale vescovo della diocesi di Coira aveva poi suscitato interesse anche all’estero.

Per il momento solo due importanti rappresentanti delle diocesi elvetiche hanno espresso le loro preferenze in merito alla successione di Giovanni Paolo II. Bernard Genoud, vescovo di Losanna, Ginevra e Friborgo auspica l’elezione di Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna.

Da parte sua, Bernhard Trauffer, vicario generale della diocesi di Basilea, spera invece in un sudamericano: Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, 62enne arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras. "Una persona capace di irradiare allegria e dotata di molto carisma", dice Trauffer.

La voce svizzera nel conclave

L’unico partecipante svizzero al conclave è il cardinale Henry Schwery. Nonostante alcune speculazioni sugli eventuali favoriti, il cardinale non ha voluto lanciarsi in pronostici prima della partenza per Roma.

Secondo quanto ha dichiarato alla stampa romanda, Schwery non pensa che i cardinali siano giunti a Roma con un’opinione già chiara e definitiva.

Il cardinale elvetico dice di favorire un candidato che conosca il lavoro pastorale ma ammette che sarà per lui difficile trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei membri della curia che hanno svolto la loro carriera nella burocrazia vaticana.

Nessuna possibilità per un conservatore

Hans Küng, il teologo svizzero bandito nel 1979 da Papa Giovanni Paolo II a causa di alcune sue pubblicazioni critiche, spera in un nuovo Pontefice "che abbia il coraggio di dare un nuovo inizio alla chiesa".

In questo senso dovrà affrontare rapidamente questioni quali la decentralizzazione, l’insufficienza di parroci, il celibato, il coinvolgimento dei laici e la parità di trattamento delle donne.

Secondo Küng, le possibilità che il prescelto sia un "conservatore estremo" sono praticamente nulle. "Anche all’interno della curia romana molti ritengono che i 25 anni d’irrigidimento sotto Wojtyla e Ratzinger siano sufficienti".

Giovane, in ogni caso non oltre i 60 anni

Come ha indicato un recente sondaggio, anche la popolazione svizzera spera in un Papa riformatore. Tre quarti dei cattolici elvetici sperano infatti che la loro nuova guida difenda posizioni più progressiste rispetto al predecessore.

Una grande maggioranza si esprime per l’abolizione del celibato dei parroci e per l’ammissione delle donne al ruolo di prete. Molti sperano in un Papa giovane, in ogni caso non oltre i 60 anni.

Al contrario, la politica estera di Karol Wojtila è confermata. Il 90% dei cattolici elvetici spera che il nuovo Pontefice continui ad immischiarsi nella politica internazionale e che alzi la sua voce contro ogni forma di guerra.

swissinfo, Nicole Aeby
(traduzione: Marzio Pescia)

Fatti e cifre

Il 18 aprile in Vaticano iniziano le riunioni del conclave chiamato a scegliere il nuovo Papa.
Il conclave è composto dai cardinali con meno di 80 anni provenienti dal mondo intero.
I suoi membri sono, al momento, 115. Tra di loro pure uno svizzero: il cardinale Henry Schwery.
Ogni giorno, nella cappella Sistina, si svolgono due turni di votazioni fino a quando un candidato ottiene una maggioranza dei due terzi.
A partire dal 30esimo turno di votazione basterà una semplice maggioranza.
Qualsiasi cattolico può essere eletto al ruolo di Papa. Dal 1378 il prescelto è tuttavia sempre stato un cardinale.

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In breve

Il Concilio Vaticano Secondo è fino ad oggi il più importante punto d’orientamento per la politica della chiesa cattolica.

Il cosiddetto Vatikanum II era stato convocato dal 1962 al 1965 da Papa Giovanni XXIII.

Tra le conclusioni del Concilio figuravano riforme delle liturgie e della curia romana. Veniva inoltre rinforzato il principio della collegialità, che rinforzava il ruolo dei vescovi nei confronti del potere centrale a Roma.

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