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La Svizzera teme l'impatto di un'aliquota fiscale minima globale sulle imprese

La Svizzera potrebbe dover trovare altri modi per accogliere le aziende straniere. Keystone / Peter Klaunzer

Un'aliquota fiscale minima globale sulle imprese, attualmente in discussione, potrebbe minacciare l'attrattiva della Svizzera per le multinazionali.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 aprile 2021 - 08:16
swissinfo.ch

Gli Stati Uniti ritengono che nessun Paese dovrebbe tassare le aziende a meno del 21%. La proposta di Washington ha dato nuovo slancio alle discussioni su un'aliquota minima globale dell'imposta sulle imprese. Attualmente, nei Cantoni svizzeri l'aliquota media di questa imposta è di circa il 15%, secondo KPMG.

"Posso immaginare che un'aliquota del 21% scoraggerebbe gli investimenti stranieri in Svizzera", dice a SWI swissinfo.ch Frank Marty, esperto fiscale di economiesuisse, la federazione svizzera degli imprenditori. "La Svizzera è una piccola nazione con poche risorse naturali e nessun accesso all'oceano. I piccoli Paesi dovrebbero avere il diritto di usare i beni che hanno - e la tassazione è fondamentale".

L'idea di fissare una soglia fiscale minima globale per le aziende esiste da qualche anno, ma recentemente ha trovato nuova trazione all'interno dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e del G20, il gruppo delle 20 maggiori economie.

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Nell'ambito delle discussioni del G20 e dell'OCSE sono state proposte anche misure per costringere le aziende a pagare le tasse dove effettuano le loro vendite, non solo dove hanno sede. È difficile valutare l'impatto potenziale di questi provvedimenti, poiché i dettagli devono ancora essere elaborati. Ma è chiaro che la Svizzera potrebbe perdere entrate fiscali da gruppi come Nestlé e Roche, che registrano la maggior parte delle loro vendite e profitti all'estero.

Frank Marty ritiene che un accordo su una soglia fiscale minima potrebbe essere raggiunto a livello del G20 e dell'OCSE entro la fine dell'anno. Marty esorta la Svizzera a lottare per un tasso minimo non superiore al 15%.

La Svizzera ha finora chiesto "soluzioni semplici, chiare e moderate". Il ministro delle finanze Ueli Maurer dice di essere pronto a discutere le riforme, sebbene abbia avvertito due anni fa che le proposte dell'OCSE potrebbero costare all'economia svizzera fino a 5 miliardi di franchi svizzeri.

Berna: "Non siamo un paradiso fiscale"

Nel suo primo discorso al Congresso, il presidente USA Joe Biden ha annoverato la Svizzera tra i Paesi che consentono alle società di eludere il fisco. Criticando le aziende americane che non hanno pagato alcuna imposta federale sul reddito nel 2020 malgrado profitti miliardari, Biden ha detto che molte società "evadono le tasse attraverso paradisi fiscali, dalla Svizzera alle Bermuda, alle Isole Cayman, non è giusto".

Affermazioni che sono state accolte con sorpresa da Berna che nel decennio passato ha, tra le altre cose, abolito il segreto bancario (per i non residenti) e si è uniformata alle regole finanziarie internazionali vigenti che sono state concordate a livello dell'OCSE, tra le quali lo scambio automatico di informazioni bancarie.

Il ministro delle finanze Ueli Maurer ha subito inviato una lettera a Washington. Tra poche settimane incontrerà la segretaria al Tesoro Janet Yellen e la situazione "verrà chiarita", ha fatto sapere il consigliere federale.

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In realtà, se venisse raggiunto un consenso globale sulla futura tassazione delle imprese, la Svizzera non avrebbe altra scelta che conformarsi. "Finora, nessuna grande economia si è espressa contro un'aliquota minima dell'imposta sulle imprese", sostiene Peter Uebelhart di KPMG Svizzera. L'aliquota minima proposta si applicherebbe ai profitti delle società all'estero.

Ma se uno Stato assoggettasse quei profitti a un'aliquota inferiore alla soglia, il governo il Paese in cui ha sede l'azienda potrebbe riscuotere una tassa, riportando così l’importo al tasso minimo ed eliminando qualsiasi vantaggio del paradiso fiscale.

La società di consulenza raccomanda alla Svizzera di investire di più nel miglioramento delle sue infrastrutture commerciali come unico modo ragionevole per mantenere il Paese attrattivo per le multinazionali.

La Svizzera comincia a perdere il suo vantaggio

Alla fine del 2019, quasi 8’800 gruppi di multinazionali straniere avevano sede in Svizzera, per un totale di più di mezzo milione di posti di lavoro. Questi gruppi stranieri generano il doppio del fatturato delle multinazionali svizzere.

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Alcuni segni mostrano che la Confederazione svizzera sta cominciando a perdere il suo vantaggio nella competizione per attrarre le imprese multinazionali. Nel 2019, la società di consulenza McKinsey ha avvertito che altri Paesi stavano slittando in testa. Negli ultimi anni, la Svizzera è stata costretta a riformare la tassazione delle imprese, che favoriva le holding straniere, e ha votato per limitare l'afflusso di lavoratori dall'Unione Europea.

L'alto tenore di vita della Svizzera, la neutralità e la rete universitaria attirano aziende e lavoratori stranieri, ma le relazioni tese con l'UE minacciano di limitare l'accesso al blocco europeo.

La Svizzera è "già un Paese caro"

Un aumento forzato dei prelievi sulle imprese ridurrebbe anche la possibilità di compensare gli alti costi del lavoro e gli affitti delle imprese con una bassa imposizione fiscale.

"Siamo già un Paese costoso", sottolinea Martin Naville, direttore esecutivo della Camera di commercio svizzero-americana. "Aggiungere tasse elevate non sarebbe un bene per la Svizzera. Non mi aspetto un esodo delle aziende già presenti sul nostro territorio, ma vedremmo meno nuovi arrivi".

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La segretaria al Tesoro Janet Yellen guida la campagna per aumentare le aliquote fiscali. "L'America competerà sulla sua capacità di produrre manodopera di talento, ricerca e infrastrutture all'avanguardia - non sarà più una questione di chiedersi se è possibile applicare aliquote fiscali più basse delle Bermuda o della Svizzera", sostiene in un recente editoriale sul Wall Street Journal. "La concorrenza fiscale distruttiva finirà solo quando un numero sufficiente di grandi economie smetterà di sottoquotarsi e si accorderà su una tassa minima globale".

Per Martin Naville, Janet Yellen "non ha fatto i compiti". Assicura che la Svizzera non usa più trucchi fiscali per abbassare artificialmente i tassi.

Secondo lui, a promuovere la riforma statunitense dell'imposta sulle imprese è stata la spesa di un trilione di dollari per rilanciare l’economia devastata dalla pandemia. Saranno necessarie ulteriori entrate fiscali per ripagare questa somma. Se gli Stati Uniti cominceranno a tassare più pesantemente le aziende, "dovranno spingere tutti gli altri Paesi ad aumentare le loro tasse o le aziende americane saranno svantaggiate".

Tali argomentazioni non vanno bene per Public Eye. L'ONG svizzera si batte contro le pratiche di ottimizzazione fiscale delle multinazionali e la perdita di entrate fiscali per i piccoli Paesi a favore degli Stati potenti.

Il portavoce dell'organizzazione, Andreas Missbach, trova "estremamente incoraggiante che le discussioni su un'aliquota fiscale minima stiano accelerando".

"È molto probabile che la Svizzera stia pagando il prezzo della sua strategia di attirare le imprese con privilegi fiscali. Ma avrebbe dovuto sapere che questa pratica di saccheggio delle entrate degli altri Paesi non poteva continuare per sempre".

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