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Lotta all'AIDS: bilancio del pioniere svizzero

La campagna Stop Aids del 1988 (immagine: UFSP)

In giugno, l’organizzazione «Aiuto AIDS svizzero» festeggia 20 anni di attività. Per l’occasione, swissinfo ha incontrato Roger Staub, il suo fondatore.

Nella sua attuale funzione di responsabile della sezione AIDS presso l’Ufficio federale della sanità pubblica, Staub continua a ribadire l’importanza della prevenzione.

Nel 1985, Roger Staub, in compagnia di Herbert Riedener e Marcel Ulmann, fondava Aiuto AIDS svizzero (AAS). Dal 1986 al 1997, è stato attivamente coinvolto nelle innovative campagne «Stop AIDS» realizzate in Svizzera.

swissinfo: Rivolgendo lo sguardo agli scorsi 20 anni, quali sono stati i maggiori cambiamenti che ha notato nel suo lavoro?

Roger Staub: La differenza principale riguarda il grado di apertura della società svizzera in merito alla sessualità in generale – l’omosessualità in particolare – e l’utilizzo di droghe. Se avessimo mostrato gli slogan che produciamo oggi alla gente di 20 anni fa, avremmo scioccato molte persone.

Questo cambiamento non è stato intenzionale. Quando abbiamo fondato l’AAS volevamo essenzialmente diffondere messaggi di prevenzione soprattutto negli ambienti gay maschili ma anche nell’intera società. Intendevamo inoltre lottare contro la discriminazione dei malati di AIDS. Questi erano gli scopi dell’organizzazione.

swissinfo: È possibile misurare il successo di una campagna? Se sì, cosa lo determina?

R.S.: Circa due terzi della popolazione utilizza il preservativo in occasione di rapporti sessuali con nuovi partner. Il simbolo «Stop AIDS» è riconosciuto da circa il 90% della popolazione. Ed è gente che ritiene che l’Ufficio federale e l’AAS debbano continuare ad informare il pubblico sul virus dell' HIV e sull'AIDS. Questi sono grandi successi in termini di consapevolezza, conoscenza, attitudine e comportamento.

Credo che il segreto delle campagne «Stop AIDS» stia nel fatto che il marchio già rappresenta il messaggio. Ci concentriamo su quello che la gente può fare. Da 18 anni a questa parte diciamo «Stop AIDS – usate il preservativo», un messaggio comprensibile e facile mettere in pratica.

swissinfo: E gli svizzeri vi hanno ascoltato?

R.S. Sicuramente. La percentuale d’utilizzo del preservativo nelle situazioni ad alto rischio è aumentata dall’8% del 1987 al 60% oggi.

swissinfo: L’ultima campagna «Stop AIDS» vede la partecipazione dell’attrice Renée Zellweger e del regista Marc Forster. Grandi nomi ma entrambi già nella trentina avanzata. Non dovreste integrare personaggi più giovani per avvicinare anche il pubblico dei teenagers?

R.S.: No. Credo sia un mito quello di doversi concentrare sui più giovani. Degli studi dimostrano come i ragazzi e le ragazze siano coscienti del problema. Hanno imparato a conoscere l'AIDS sui banchi di scuola.

Certo, a causa del nostro sistema federale, non tutti gli istituti scolastici seguono i medesimi programmi, ma in generale i giovani dispongono di una buona conoscenza sulla questione. Utilizzano anche un maggior numero di preservativi rispetto agli adulti.

Ad esempio, l’utilizzo del profilattico con nuovi partner sessuali diminuisce dopo i 25 anni. Penso sia perciò ragionevole concentrarsi sulla fascia d’età compresa tra i 20 ed i 60 anni.

swissinfo: Quali sono le reazioni più estreme che suscitano i vostri manifesti?

R.S.: Molti continuano ad essere strappati o coperti da graffiti ma considero queste reazioni positive in quanto creano consapevolezza e discussione.

swissinfo: Cosa pensa del modo in cui i media trattano il problema AIDS?

R.S.: Ritengo che in Svizzera i media abbiamo avuto un ruolo cruciale nell’avvertire società e politici. Ma all’inizio, si trattava principalmente di articoli orribili che prevedevano pericolo e morte per tutti. Poi, nella seconda metà degli anni Ottanta, si sono fatti più ragionevoli e seri.

Negli ultimi dieci anni, però, i mezzi d’informazione si sono dedicati soltanto a due aspetti. La catastrofe causata dall’AIDS nei paesi in via di sviluppo, che la nostra società legge con un atteggiamento del genere «stiamo tranquilli, non ci riguarda – è così lontano», e i ripetuti annunci delle nostre aziende farmaceutiche che sostengono «abbiamo nuove medicine, nuove pillole».

Molti credono così che vi sia una cura per l’AIDS. Questi due messaggi sono pericolosi perché fanno in modo che la gente abbassi la guardia. Ma il problema AIDS continua ad esistere anche in Svizzera.

In sostanza, i media non ci danno un grande supporto in materia di prevenzione. Ma non voglio prendermela con loro, capisco come funzionano. Il messaggio della prevenzione è vecchio di 20 anni, non vi è alcuna nuova informazione in esso.

swissinfo: Nell’Africa sub-sahariana si stima che i sieropositivi siano 25 milioni e nel 2003 2,2 milioni di persone sono morte di AIDS. Cosa dovrebbe fare il resto del mondo?

R.S.: È tuttora vitale compiere del lavoro di prevenzione in Africa ma laggiù, 20 anni fa, il virus si è diffuso nella popolazione. Ed ora è troppo tardi.

Oggi, l’estremo oriente, l’Asia centrale e i paesi dell’Europa dell’est sono nella medesima situazione dell’Africa all’inizio degli anni ’80. Temo che anche in questi paesi si sia oltrepassata la soglia che permette di compiere un buon lavoro. Se la percentuale di popolazione infetta supera l’1 o il 2%, è in seguito molto difficile fermare la diffusione dell’epidemia.

Per quel che riguarda i trattamenti, aderisco completamente all’iniziativa «3 by 5» dell’Organizzazione mondiale della sanità (il suo obiettivo generale è quello di fornire un trattamento adeguato ed in grado di prolungare la vita a tre milioni di malati di AIDS residenti in paesi in via di sviluppo o a medio reddito entro la fine del 2005, ndr.).

Si tratta di mettere a disposizione dei poveri in Africa dei trattamenti semplici ed efficaci. Ne hanno davvero bisogno. Purtroppo, le somme di denaro dedicate dai governi dei paesi ricchi alla lotta all’AIDS nel terzo mondo sono vergognose.

Intervista swissinfo, Thomas Stephens
(traduzione: Marzio Pescia)

Fatti e cifre

Roger Staub è nato nel 1957 ed è cresciuto nell’Oberland zurighese.
Nel 1985 ha fondato, assieme a Herbert Riederer e Marcel Ulmann, l’organizzazione «Aiuto AIDS svizzero».
Oggi è il responsabile della sezione AIDS presso l’Ufficio federale della sanità pubblica e del programma di campagna nazionale anti-AIDS 2004/2008.

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