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Nazismo: gli ebrei svizzeri di fronte al passato

Rifugiati ebrei alla frontiera giurassiana durante la Seconda guerra mondiale

(Keystone Archive)

Dopo le autorità elvetiche, anche gli ebrei residenti in Svizzera si chinano sull'analisi delle loro azioni durante il periodo del Nazismo.

Si vuole in particolare stabilire se la Federazione svizzera delle comunità israelite non abbia collaborato troppo intensamente con le autorità federali, a quell'epoca bollate di marcato antisemitismo.

Per poter soccorrere i rifugiati ebrei durante il periodo del Nazismo, la Federazione svizzera delle comunità israelite (Fsci) ha collaborato in stretto contatto con le autorità elvetiche. Così facendo, ha adottato la politica di Berna in materia di asilo, piuttosto restrittiva.

Lo scrive lo storico Stefan Mächler nel suo ultimo libro «Hilfe und Ohnmacht» (aiuto e impotenza), dopo essersi chinato sul tema su mandato della stessa Fsci.

Berna ed ebrei contro la «sovrappopolazione straniera»

La comunità israelita in Svizzera – che durante la Seconda guerra mondiale era composta da circa 18'000 persone – ha dovuto, su imposizione del governo, svolgere un enorme lavoro per occuparsi dei rifugiati ebrei che giungevano nel paese.

Per la direzione della Fsci e il suo presidente d'allora Saly Mayer, una stretta cooperazione con le autorità elvetiche - in particolare con la Polizia federale degli stranieri - era indispensabile.

La Fsci ha così sostenuto la lotta contro la «sovrappopolazione straniera», al punto di chiudere gli occhi di fronte all'orientamento a volte antisemita di questa politica.

Dubbia inattitudine

I responsabili israeliti in Svizzera non si sono così opposti alle misure contro gli ebrei applicate da Berna, oltre a rimanere inattivi di fronte alle estorsioni naziste.

La Fsci si è inoltre manifestata «soltanto timidamente» all'epoca dell'introduzione del marchio «J» per gli ebrei (1938) e durante la chiusura delle frontiere ai rifugiati (1942).

Dal conto loro, le autorità elvetiche hanno potuto respingere le critiche rivolte alla severa politica d'asilo, affermando di avere il sostegno della Fsci.

Implicazione paradossale

Nel suo libro - presentato mercoledì a Basilea durante la 100esima assemblea della Fsci - Stefan Mächler scrive che la comunità israelita in Svizzera si è paradossalmente implicata, con l'intenzione di difendere gli ebrei, in una politica antisemita e dunque fatale per numerose persone.

Secondo lo storico, la collaborazione con le autorità rappresentava sì una necessità, ma la Fsci avrebbe dovuto meglio sfruttare il margine di manovra consentitole.

Un'attitudine che si è osservata non solamente in Svizzera. Le comunità israelite di Francia, Belgio e Olanda si sono infatti comportate in modo analogo durante le persecuzioni naziste.

Brutti ricordi

L'assemblea della Fsci è stata anche l'occasione per fare il punto sulla situazione di razzismo e antisemitismo nel paese. «A dieci anni dalla sua introduzione, la legge antirazzismo dimostra la sua efficacia. Il governo condanna fortemente i razzisti e i loro complici», si felicita Georg Kreis, presidente della Commissione federale contro il razzismo.

Gettando uno sguardo alla società, Kreis constata tuttavia una crescente spaccatura. «E l'inasprimento delle tensioni all'interno della società non è di buon auspicio per le minoranze, in particolare per gli ebrei», aggiunge.

In questo contesto, l'ultimo episodio in ordine di tempo è stato l'incendio criminale alla sinagoga di Lugano (canton Ticino), un incidente che non ha mancato di suscitare disaccordi.

Alfred Donath, presidente della Fsci, si è infatti detto sorpreso delle conclusioni stabilite dall'indagine delle autorità ticinesi, per le quali il piromane ha agito solo, senza essere stato animato da sentimenti antisemiti.

swissinfo e agenzie

Fatti e cifre

La Svizzera ha accolto circa 300'000 rifugiati durante la Seconda guerra mondiale.
20'000, di cui una maggioranza di ebrei, sono però stati respinti.
5'000 gli ebrei residenti in Svizzera nel 1939.
22'000 alla fine del 1943.

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In breve

Negli anni '90, le banche elvetiche sono state additate dalle organizzazioni israelite americane per non aver restituito i fondi depositati dalle vittime del nazismo.

Dopo essere state minacciate di boicotto, UBS e Credit Suisse hanno firmato un accordo globale che prevede il versamento di oltre un miliardo di franchi in un conto a favore dei sopravvissuti o dei loro parenti.

Questa storia ha così costretto la Svizzera ad analizzare i suoi rapporti dell'epoca con il Terzo reich.

Il rapporto finale delle relazioni tra Berna e Berlino è stato pubblicato nel 2001 da una commissione indipendente di esperti (Commissione Bergier).

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