Coronavirus, i detenuti in Svizzera rimangono dietro alle sbarre

Circa 7'000 persone sono detenute nelle prigioni in Svizzera. © Keystone / Christian Beutler

Alcuni Paesi tra cui Francia e Stati Uniti hanno deciso di liberare anticipatamente dei detenuti per evitare la propagazione del coronavirus nelle prigioni. In Svizzera, dove c'è sempre più tensione tra i reclusi, si preferiscono adottare altre misure.

Abituarsi al confinamento non è facile. Basta guardare le molte persone che in questi giorni di primavera svolgono escursioni e sport all'aperto, nonostante l'invito delle autorità a non uscire di casa.

Vi è però una categoria di persone per cui l'isolamento è ancora più difficile da accettare: i circa 7'000 detenuti rinchiusi nelle prigioni cantonali, che a causa dell'emergenza sanitaria hanno visto i loro contatti con il mondo esterno ridursi ulteriormente.

Distanza sociale anche in prigione

Sospensione delle visite, dei congedi straordinari, delle attività sportive, del lavoro in laboratorio e delle lezioni scolastiche: sono alcune delle misure adottate nelle prigioni in Svizzera - gli interventi variano da un Cantone all'altro - per proteggere la salute dei detenuti e delle guardie penitenziarie.

"Tentiamo di evitare i contatti fisici tra i detenuti, di mantenere le distanze e di evitare gli assembramenti di più di cinque persone, ciò che in prigione è più facile a dirsi che a farsi", spiega Franz Walter, direttore delle strutture penitenziarie del Cantone di Friburgo, intervistato dal giornale locale Freiburger Nachrichten.

In Ticino, tra le regioni più colpite dal coronavirus, i detenuti non hanno più alcuna possibilità di ricevere la visita dei propri cari, indica Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie cantonali. "Oltre ad avere un'influenza sul loro percorso di risocializzazione, ciò li priva anche di tutta una serie di affetti e di contatti, importanti per loro, soprattutto in un momento del genere", afferma alla Radio svizzera di lingua italiana Rete Uno.


Rischio di ribellione

Una restrizione delle libertà che rischia di sfociare in disordini, avvertono gli addetti ai lavori. "Ci sono tensioni e problemi enormi legati al confinamento", rileva Denis Froidevaux, responsabile dello Stato maggiore cantonale di condotta nel Cantone di Vaud.

In Svizzera, non ci sono state sommosse ed evasioni come in diversi Paesi dell'America latina, con decine di morti e feriti, e in numerose prigioni in Italia. Tuttavia, "il potenziale di aggressione e quindi il rischio di una ribellione è aumentato", indica Franz Walter.

Venerdì scorso, 43 detenuti della prigione di Champ-Dollon a Ginevra si sono rifiutati di ritornare in cella dopo l'ora d'aria. Una rivolta che si è ripetuta il giorno successivo e che ha reso necessario l'intervento delle forze dell'ordine, senza tuttavia che ci siano stati feriti.

Detenuti a rischio in isolamento

La realtà nel mondo carcerale è un riflesso di quanto accade nella società all'esterno, osserva Marcel Ruf, direttore della prigione di Lenzburg, nel Cantone di Argovia. "Alcuni salutano le misure, altri le ritengono eccessive. Senza lavoro e senza visite, la situazione di un detenuto non è ovviamente facile, in particolare per chi ha una famiglia", afferma alla Luzerner Zeitung.

Inoltre, le mura di cemento e le porte metalliche delle prigioni non proteggono dal coronavirus e il rischio di contagio in questi luoghi notoriamente sovraffollati è elevato. Nelle strutture di reclusione in Svizzera i casi accertati di coronavirus sono almeno 35, di cui 33 tra il personale, indica la Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP). A causa dell'assenza di test, il numero reale di contagiati potrebbe essere maggiore, puntualizza la CDDGP.

"Se un detenuto dovesse manifestare sintomi non troppo importanti, rimarrebbe isolato in cella. Chi dovesse necessitare di un'ospedalizzazione verrebbe subito ricoverato", assicura Stefano Laffranchini. Anche le persone che rientrano nelle categorie a rischio - un detenuto su dieci ha più di 65 anni - vengono messe in isolamento.


Fare spazio in prigione

Malgrado l'eccezionalità della crisi sanitaria attuale, i diritti e le libertà dei detenuti vanno il più possibile preservati, raccomandano le associazioni a difesa dei diritti umani, che chiedono "misure non convenzionali e creative" per proteggere reclusi e personale.

"I detenuti devono rimanere più a lungo in cella e hanno meno contatti con gli altri reclusi. Si tratta di un doppio isolamento. Le libertà di un detenuto sono già di per sé limitate e quindi ogni restrizione va controbilanciata con misure compensatorie", afferma a swissinfo.ch David Mühlemann, specializzato in questioni di privazione della libertà presso humanrights.ch.

Per sopperire alla sospensione delle visite - "l'ultimo frammento di libertà e l'unico modo per avere un contatto con il mondo esterno" secondo l'associazione -, Mühlemann raccomanda di ricorrere a videochiamate. L'ora d'aria va invece mantenuta ad ogni costo, dice. "Le distanze sociali vanno rispettate e quindi bisogna fare spazio e ridurre la popolazione carceraria".

Liberare chi ha scontato la metà della pena

Il Codice penale svizzero prevede la liberazione condizionale per chi ha scontato i due terzi della pena. Ma spesso non succede, osserva David Mühlemann. "Il ricorso a tale misura è ora più che mai necessario. Dico di più: andrebbero rilasciati anche i detenuti che hanno scontato metà della pena e che fanno parte dei gruppi a rischio. In prigione ci sono molti giovani con problemi di salute".

La stessa richiesta emana anche dall'associazione per l'aiuto e la rappresentanza dei detenuti e degli emarginati Reform 91, la quale fa riferimento alle raccomandazioni del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione mondiale contro la tortura.

Jonas Weber, professore di diritto penale all'Università di Berna, si spinge più in là suggerendo l'idea di un'amnistia generale. Lo Stato potrebbe condonare gli ultimi due mesi di pena a tutti i detenuti, afferma al settimanale svizzero tedesco Wochenzeitung.

"Andrebbero rilasciati anche i detenuti che hanno scontato metà della pena e che fanno parte dei gruppi a rischio"

David Mühlemann, humanrights.ch

End of insertion

Nessun indulto per i detenuti a rischio

Sebbene ci sia poca comunicazione in merito, alcuni Cantoni si stanno muovendo, constata David Mühlemann di humarights.ch. Ci sono prigioni che hanno concesso più tempo per le telefonate e che stanno studiando la possibilità di permettere videochiamate, in particolare durante le vacanze pasquali.

A Champ-Dollon a Ginevra, la prigione più sovraffollata della Svizzera, sono stati installati vetri in plexiglass nella sala visite per continuare a garantire gli incontri con i familiari. I detenuti sono appena passati da 650 a 560 dopo che sono state trovate alternative alla custodia cautelare, indica David Mühlemann. Tra queste: arresti domiciliari, braccialetto elettronico e obbligo di firma.

Alcuni Cantoni hanno adottato misure ancor più insolite. Berna ha rispedito a casa 27 detenuti che si trovavano in un regime di carcere aperto o di semidetenzione poiché appartenenti a categorie a rischio. Le autorità bernesi hanno pure rinunciato a mettere dietro le sbarre le persone condannate a pene inferiori ai 30 giorni e che non rappresentano un pericolo per la società.

Seguire quanto fatto in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e in altri Stati, e procedere a scarcerazioni di massa, non sembra invece essere un'opzione in Svizzera.

Liberare a titolo precauzionale un detenuto dopo la metà della pena, soltanto perché appartiene a un gruppo a rischio, non è giuridicamente possibile, afferma Alain Hofer, vicesegretario generale della conferenza dei responsabili cantonali di giustizia e polizia, al giornale gratuito 20 Minuten. L'interruzione della detenzione o la scarcerazione a causa del coronavirus, sostiene la CDDGP, vanno intese soltanto come ultimo rimedio.

Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: community-feedback@swissinfo.ch

Condividi questo articolo