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La Svizzera rafforza l’arsenale giuridico contro il terrorismo

"La Svizzera sta per adottare la più severa legge antiterrorismo in Occidente"

Dalla Francia all'Austria, passando per la Svizzera, il discorso che attualmente si fa strada nell'opinione pubblica riguardo agli ultimi attacchi terroristici è estremamente pericoloso per i diritti umani, avverte la politologa Leandra Bias.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 novembre 2020 - 15:00
Leandra Bias, politologa

Leandra Bias

Leandra Bias è politologa e ha appena presentato la sua tesi sulla "(Im)possibilità di critica femminista nei regimi autoritari" all'Università di Oxford, dove ha precedentemente effettuato Studi sulla Russia e l'Europa orientale. Lavora come esperta di genere presso la fondazione swisspeaceLink esterno. In questo articolo si esprime a titolo personale.

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Il problema inizia con una dichiarazione di guerra in primo piano: l'Eliseo contro il "separatismo islamista" e Vienna contro l' "islam politico". Tali affermazioni trasmettono un messaggio di risolutezza, ma usano termini devastanti e confusi.

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Osserviamo questa tendenza da quando George W. Bush ha annunciato la "guerra al terrore". Da allora, le parole "terrorismo" ed "estremismo" si sono estese nella nostra legislazione al punto che possono includere qualsiasi cosa: idee, convinzioni e dichiarazioni.

I meccanismi di prevenzione che ne derivano minacciano esattamente ciò che dovremmo proteggere come la nostra più grande risorsa: la libertà di espressione e lo Stato di diritto. Proprio a queste conquiste attaccate dagli islamisti stiamo ora scavando la fossaLink esterno con la nostra presunta strategia di prevenzione.

Questa prevenzione si basa sulla promessa della sicurezza assoluta e in cambio sacrifica il diritto alla privacy. Ciò comporta anche che non consideriamo più la cittadinanza come un diritto fondamentale, ma la reinterpretiamo come un privilegio che può diventare un burattino del nostro sistema di giustizia penale.

In Svizzera siamo in procinto di adottare la più severa legge antiterrorismo dell'emisfero occidentale. Se la raccolta delle firme per il referendum non andrà in porto entro febbraio, la nuova legge permetterebbe di mettere le persone agli arresti domiciliari senza una decisione giudiziaria, semplicemente perché si sospetta che in futuro compiano atti terroristi. La legge si applicherebbe anche ai minori e violerebbe la Convenzione europea dei diritti umani. Perciò è stata aspramente criticataLink esterno dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, Fionnuala Ní Aoláin. La Svizzera, peraltro, per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale, all'inizio dell'anno ha revocato una cittadinanza.

Non è dunque sorprendente che ora anche l'Austria stia cercando di revocare la cittadinanza ad islamisti con la doppia nazionalità e che Vienna e Parigi stiano capeggiando gli sforzi nell'UE per vietare la crittografia nei servizi di messaggistica, come WhatsApp, al fine di espandere le possibilità di sorveglianza.

Una retorica combattiva è seducente perché suggerisce determinazione e soluzioni rapide e facili. Si dimentica così che esistono già poteri di vasta portata, alcuni problemi sono minimi e le misure sono altamente controproducenti.

Prendiamo l'approccio di Emmanuel Macron alla lotta contro una "società [islamista] all'interno della società". Nel suo discorso ha affermato che in futuro l'educazione parentale – homeschooling – sarà strettamente limitata, per impedire che le ragazze non vengano mandate a scuola. In una lettera al Financial TimesLink esterno, il presidente della Repubblica francese ha insinuato che le ragazze "in certi quartieri crescono completamente velate, separate dai ragazzi e nell'odio verso la Francia". La pubblicazione nel frattempo è stata annullata perché le affermazioni non sono veritiere. Lo stesso Ministero francese dell'Istruzione mostra nelle sue ultime statisticheLink esterno che le ragazze non vanno meno a scuola.

Ancora una volta la popolazione musulmana in Francia è diffamata ed emarginata. I musulmani sono chiamati a condannare pubblicamente gli attacchi, omettendo completamente il fatto che i musulmani stessi costituiscono il maggior numero di vittime degli attacchi islamisti in tutto il mondo. Non dobbiamo dimenticare che l'ISIS aveva insediato il califfato sul territorio dell'Iraq e della Siria e non in Alsazia! Ma se la popolazione musulmana volesse avviare una discussione sulla sistematica discriminazione socioeconomica, sarebbe di nuovo messa a tacere.

Sappiamo che il razzismo antimusulmano promuove la radicalizzazione. Lo stesso si può supporre anche per la Svizzera. Non ci sono ancora studi e questo è proprio indicativo della mancanza di interesse. Perché la nostra strategia di prevenzione non si preoccupa di capire i veri motivi. Di certo, l'islamofobia si sta diffondendo sempre più anche in Svizzera. Non solo abbiamo messo al bando i minareti, ma abbiamo anche ripreso sempre più spesso il discorso dalla Francia, dove il razzismo antimusulmano viene praticato da politici di destra, soprattutto in nome dei diritti delle donne sul proprio corpo.

Al centro del dibattito c'è sempre il velo, come espressione ultima dell'oppressione, che deve essere abolita. Al contempo, il ministro francese dell'Istruzione giustificaLink esterno il divieto di minigonne e top che lasciano scoperto l'ombelico perché non corrispondono a uno "stile di abbigliamento repubblicano".

La stessa dinamica può essere osservata in Svizzera. Nel cantone Ticino c'è già il divieto del burqa e la prossima primavera l'elettorato svizzero voterà sull'iniziativa popolare "Sì al divieto di dissimulare il proprio visoLink esterno". Allo stesso tempo, le ragazze di Ginevra vengono costrette a indossare la "maglietta della vergogna" se si presentano a scuola vestite in modo troppo succinto.

Queste iniziative e pratiche non riguardano dunque la libertà e l'autodeterminazione fisica delle donne, che i politici di destra chiedono e difendono sempre a gran voce quando si tratta di Islam. Ecco perché la critica secondo cui le femministe sono "attualmente sorprendentemente silenziose" e si scusano con l'islamismo perché non sostengono queste richieste della destra non regge.

Il fatto è che le femministe da anni sono critiche sull'islamismo come parte di un patriarcato globale. Ma non sono nemmeno disposte ad allinearsi alle correnti xenofobe. Pertanto, l'accento non è mai posto solo sull'islamismo, ma anche sull'estremismo di destra e su altri movimenti misogini con il pretesto del "conservatorismo". 

Quindi, per ribaltare la domanda: perché le presunte attiviste dei diritti femminili rimangono così sorprendentemente silenziose quando un paese europeo, in nome del cristianesimo, abolisce praticamente completamente il diritto all'aborto e quindi attacca il diritto fondamentale delle donne all'autodeterminazione sul proprio corpo? Cosa succederebbe se si manifestassero lo stesso tumulto e la stessa solidarietà con le donne polacche? Ciò significherebbe difendere costantemente i diritti delle donne, e non solo quando servono a diffamare altri gruppi.

La coerenza in tutti i diritti umani manca tragicamente nel dibattito e nella politica antiterrorismo, anche in Svizzera. È scomoda perché non promette soluzioni rapide, semplici ed eroiche. Richiede invece un processo lungo, autocritico e costoso. Ma è l'unica cosa che ci proteggerebbe davvero a lungo termine.

Le opinioni espresse qui sono esclusivamente quelle dell'autrice. Non si tratta di una presa di posizione di swissinfo.ch.

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