Vertice di Copenaghen: per la stampa svizzera, uno scacco

L'intesa sul clima di Copenaghen lascia di ghiaccio la stampa svizzera AFP

I quotidiani elvetici non sono clementi nei giudizi sul risultato della Conferenza internazionale sul clima, conclusa sabato a Copenaghen. I termini più ricorrenti lunedì nella stampa svizzera sono: “disastro”, “fallimento” e “fiasco”.

Questo contenuto è stato pubblicato il 21 dicembre 2009 - 10:08

Il “fallimento” del Vertice di Copenaghen è il frutto del confronto fra “due visioni diverse del mondo e soprattutto del destino dell’uomo”, commenta il Corriere del Ticino.

Da una parte c’è la visione “progressista, cosciente del pericolo che incombe sulle future generazioni se non si invertirà l'attuale tendenza alla produzione senza rispetto per l'ambiente, incarnata sostanzialmente dall'Unione europea e da alcuni Paesi emergenti come il Brasile”.

Dall’altra c’è la visione“conservatrice, rappresentata dall'inedita coalizione sino-americana che mette insieme i campioni del liberismo sfrenato, sostenitori di un modello industriale obsoleto vissuto come imprescindibile e da incrementare anche a costo della salute dei propri concittadini, insieme con gli inventori del «comunismo di mercato», che guardano con malcelata sufficienza alle proteste del resto del mondo verso il loro cinico approccio che piega la natura alle esigenze di una crescita economica esasperata”

Il vertice della vergogna

Anche per il Giornale del popolo (GdP), nella capitale danese si sono affrontati due blocchi. Ma la composizione dei due fronti che hanno dato vita a “una lotta feroce” per il GdP è diversa: da un lato “coloro (Unione europea e USA) che intendono alimentare una bolla speculativa verde con un accordo mondiale fatto di carbon tax e mercato di carbon credits”, dall’altro “Paesi come Cina, India, Brasile, Sudafrica che non hanno nessuna intenzione di sacrificare sull’altare pagano di una divinità vendicativa di nome Gaia”.

Il quotidiano luganese parla di “Un summit davvero catastrofico”, che“si è concluso con un accordo così piccolo da essere insufficiente a coprire la vergogna dei tanti fondi spesi e dalla tanta anidride carbonica generata durante” lo svolgimento della Conferenza mondiale di Copenaghen.

Uno scontro fra due fronti evidenziato anche dal quotidiano friburghese La Liberté. “Forse mai dalla fine della guerra fredda, l’impressione di assistere alla ricostituzione di «blocchi» che si scontrano è stata così spettacolare” come a Copenaghen, scrive il giornale. “Ma questa ricostituzione di blocchi è a geometria variabile, ciò che complica qualsiasi soluzione globale negoziata in futuro”.

Analizzando le cause del “fiasco”, il quodiano vodese 24 Heures, rileva che “c’è in primo luogo il metodo Onu che mostrato i suoi limiti. Questo vertice è iniziato realmente solo l’ultimo giorno, prima di terminare nella confusione. Se si vuole avanzare su questo dossier – è la più grande sfida di questo secolo – allora si dovrà cambiare metodo. Negoziare con 192 paesi alla volta, assomiglia più a un circo che alla diplomazia”.

La disillusione chiamata Obama

L’editorialista del giornale di Losanna cita il commento “amaro” dell’ex presidente della Conferenza sul clima Connie Hedegaard: “Si possono portare i cavalli all’abbeveratoio, ma non si può obbligarli a bere”. E l’editorialista vodese osserva che nella capitale danese “c’erano troppi cavalli che non volevano bere”.

“Dopo l’elezione di Barack Obama, molti pensavano che il mondo sarebbe cambiato. Sul clima non è il caso”, aggiunge il commentatore del 24 Heures.

Anche il commentatore della Basler Zeitung afferma che “il portatore di speranza Barack Obama ha deluso. In un’alleanza infernale con il Premier cinese, entrambi i due maggiori peccatori climatici” hanno negoziato un accordo che non è praticamente vincolante, facendo prevalere i loro interessi nazionali. Il giornale basilese conclude dicendo che “il magro risultato di Copenaghen è un segnale tutt’altro che ottimista per la politica sul clima del 2010”.

Una tragedia politico-economica

Lo zurighese TagesAnzeiger e il bernese Der Bund parlano di “un tragico successo dell’economia” “Tragico perché è stato dimostrato che gli Stati industrializzati e i Paesi emergenti non sono disposti ad accorciare i tempi per la riduzione dei gas ad effetto serra”. Il commentatore dei due quotidiani osserva che ora si apre la corsa alle tecnologie pulite. Chi le possiederà trarrà i maggiori benefici. E ovviamente chi ha i mezzi finanziari per procurarsele sarà il vincitore.

“La conferenza di Copenaghen non era una riunione di scienziati, ma un appuntamento politico. E il suo risultato lo testimonia. Riflette benissimo gli interessi che i 193 Stati presenti difendono in questo inizio del XXI secolo. Ma non risponde affatto agli appelli dei climatologi di limitare il riscaldamento a 2 gradi sopra le temperature del 1850”, scrive Le Temps. L’editorialista del quotidiano ginevrino pronostica per i prossimi anni un cambiamento climatico superiore alle attese con tutte le conseguenze che ciò comporterà.

Anche l’autorevole Neue Zürcher Zeitung (NZZ) parla di un chiaro fallimento. “Al posto di un accordo ora c’è un patto” non vincolante che non porta nulla di veramente nuovo, osserva il quotidiano zurighese, che rileva l’assenza di una volontà politica per fissare nuovi termini concreti in un’intesa vincolante.

Sonia Fenazzi, swissinfo.ch

CONFERENZA DI COPENAGHEN

I rappresentanti di quasi 193 paesi si sono riuniti dal 7 al 18 dicembre a Copenaghen per cercare di raggiungere un accordo sul clima che dovrà prolungare o sostituire il Protocollo di Kyoto, che scade nel 2012.

L'obiettivo principale era la riduzione le emissioni di gas a effetto serra affinché l'aumento delle temperature non sia superiore a 2 gradi rispetto all'era preindustriale.

Il Giec (Gruppo d'esperti intergovernativo sull'evoluzione del clima) ritiene necessaria una riduzione del 25-40% delle emissioni dei paesi industrializzati entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990.

Il governo elvetico vuole ridurre del 20% le emissioni della Svizzera entro il 2020. Berna è pronta comunque a fissare un obiettivo del 30%, a dipendenza dei risultati della conferenza di Copenaghen.

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