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Un biglietto di sola andata Ticino – Venezia. Un'eredità che ha il fascino del ponte dei sospiri e della chiesa degli scalzi. Storia di un'emigrazione di successo che ha portato nella laguna alcuni tra i più importanti artisti del Seicento.

Rinomati per la loro abilità nella lavorazione della pietra, erano molti gli artisti ticinesi che emigravano nella Venezia del Seicento, attirati dal successo di chi prima di loro aveva intrapreso questo lungo viaggio. Il tragitto da compiere era ricco di insidie e spesso veniva compiuto con la sola forza delle proprie gambe, armati di una buona dose di coraggio e di fortuna. Una scelta di vita dettata non tanto da ristrettezze economiche, ma dalla ricerca di un lavoro che nelle regioni dei laghi non trovava sbocchi.

Malgrado l'inarrestabile declino – dettato dalla perdita delle supremazia sui mari – Venezia offriva infatti numerose opportunità a scalpellini e architetti, grazie a una committenza pubblica e privata particolarmente ricca e dinamica. «Come già accaduto in passato, la Serenissima cercava di nascondere le proprie difficoltà economiche e politiche attraverso l'architettura e la scultura, dando un nuovo volto alla laguna senza però rinnegare il proprio passato», spiega Paola Piffaretti, vicepresidente della Fondazione svizzera pro Venezia.

Con una valigia ricca di sogni e di denaro, Antonio Sardi lascia dunque Morcote agli inizi del Seicento per aprire una bottega di tajapiera. Un biglietto di sola andata, con l'unico desiderio di costruire un nido abbastanza confortevole da poter accogliere - qualche anno più tardi – anche la propria famiglia. Ma ad attenderlo a Venezia non c'è soltanto la paura dell'ignoto. Molti sono infatti i figli di un'emigrazione ticinese vecchia di diversi secoli che hanno mantenuto almeno in parte i contatti con il proprio paese d'origine.

Spetta così al luganese Antonio Contini accompagnarlo nel labirinto di campi, calli e ponti, seguendo il proprio filo di Arianna. Anche se a molti questo nome risulta pressoché sconosciuto, Contini non è certo un personaggio qualunque nella società dell'epoca. Suo è il progetto del ponte dei sospiri, a pochi passi da Piazza San Marco, il cui nome è legato a un'antica leggenda. Si dice infatti che servisse da passaggio per i galeotti diretti in tribunale che, poco prima del ponte, offrivano un ultimo sospiro a quel mondo che probabilmente non avrebbero più rivisto.

Antonio Sardi, l'illustre sconosciuto

Offuscato dalla figura del figlio Giuseppe – padre di alcuni capolavori come la facciata della chiesa di Santa Maria del Giglio – fino agli anni sessanta del secolo scorso Antonio Sardi era ancora definito come un personaggio "ignoto nella storia dell'arte". Un anonimato dovuto più alle imprecisione dell'epoca che alle sue presunte incapacità. «Appena quarant'anni dopo la sua morte, opere come le facciate della chiesa di San Salvador e della scuola grande di San Teodoro vengono infatti attribuite erroneamente al figlio Giuseppe Sardi, facendolo così sprofondare nell'oblio».

«In realtà Antonio era un architetto ricercato per perizia tecnica e professionalità», precisa ancora Paola Piffaretti, «ed è proprio nella sua bottega che Giuseppe si forma dapprima come scalpellino e poi come scultore e architetto fino a diventare "il più principale di Venezia"».

Il suo talento emerge fin da giovane, con la realizzazione di un monumento funebre per celebrare le gesta del capitano da mar Alvise Mocenigo, noto per aver sconfitto più volte gli ottomani nell'Egeo e soprattutto per l'eroica difesa di Gandia (Creta). Ma è con il raddrizzamento del pericolante campanile dei Carmini nel 1677 – definito un vero e proprio prodigio dai contemporanei – che la sua fama si propaga per tutta la città.

Progettata dal Sardi stesso, la costruzione della torre era stata affidata ad un altro impresario, Pietro Lorenzi soprannominato – ironia della sorte – Stortina. «Per incompetenza e pure negligenza, Lorenzi aveva reinterpretato i piani a suo piacimento tanto che i lavori dovettero essere sospesi». Il campanile – già alto 28 metri – era "così malamente piantato fuori delle mezzedrie" da sembrare quasi uno scherzo del destino.

La gente si fermava attonita nel campo Santa Margherita con il naso all'insù ad osservare quel campanile pericolante, incrociando le dita perché non si alzasse troppo il vento... «Il progetto era talmente distorto che lo stesso Baldassarre Longhena – chiamato per una perizia – aveva rinunciato a mettervi mano», racconta Paola Piffaretti. «Ma grazie a un ingegnoso sistema di contrappesi e fasciature lignee, Giuseppe Sardi riesce invece a correggere lo strapiombo, dimostrando di possedere capacità tecniche, conoscenze di statistica nonché una buona dose di iniziativa».

Un'eredità tutta ticinese

Se questo episodio regala una certa notorietà alla bottega dei Sardi, è con la facciata della chiesa di Santa Maria del Giglio, detta anche Zobenigo, che il loro nome è giunto sino a noi quale simbolo di un barocco tipicamente veneziano. Uno stile architettonico che ha raggiunto più tardi la laguna e che, senza opporsi direttamente al rinascimento, si è adattato come meglio ha potuto alle caratteristiche urbane di città, autentica sposa del mare.

L'eredità lasciata dai Sardi a Venezia non si ferma però con la morte di Giuseppe nel 1699. «Con ogni probabilità la sua bottega viene infatti rilevata dal nipote Domenico Rossi, emigrato da Morcote alla tenera età di otto anni per imparare simbolo di un'intera famiglia». Sarà lo stesso Rossi che qualche anno più tardi firmerà la facciata della chiesa di Sant'Eustachio, più nota come San Stae, e il progetto per il palazzo Corner della regina sul Canal Grande.

Stefania Summermatter, Venezia, swissinfo.ch

GIUSEPPE SARDI

Giuseppe Sardi nasce a Venezia nel 1624, ultimo di cinque figli.

Si forma nella bottega del padre Antonio, dapprima come scalpellino e in seguito come scultore e architetto.

Tra le sue opere principali figurano:
- Campo San Salvador (facciata dell'omonima chiesa e della scuola grande di San Teodoro)
- Facciata della chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti e monumento Mocenigo e Dolfin
- Ospedaletto (altar maggiore e scala ovata)
- Faccia della chiesa degli Scalzi
- Facciata della chiesa di Santa Maria del Giglio

Deceduto a Venezia nel 1699, è sepolto nella tomba di famiglia, da lui stesso progettata, nella chiesa di Santa Maria del Carmine.

Contesto

Stando ai dati del 2007, sono poco più di 24'000 gli svizzeri residenti nelle regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto. Di questi, 127 vivono a Venezia.

Dal 2002, la promozione della cultura svizzera nella regione è affidata allo Spazio culturale svizzero, coordinato dall'Istituto svizzero di Roma su mandato di Pro Helvetia.

La presenza elvetica è garantita anche dalla Fondazione svizzera pro Venezia, costituita nel 1972 su iniziativa del Consiglio federale per far fronte ai danni causati dall'acqua alta nel 1966.

La fondazione ha partecipato, tra l'altro, al restauro di diversi capolavori dei Sardi:
- la facciata della chiesa di Santa Maria del Giglio (1994)
- l'altare di San'Antonio nella Chiesa dei Frari (1998)
- il monumento ad Alvise Mocenigo (2004).

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