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L'altro volto di Sandokan


Di Françoise Gehring, Locarno


Kabir Bedi, ospite d'eccezione al Festival di Locarno. (Keystone)

Kabir Bedi, ospite d'eccezione al Festival di Locarno.

(Keystone)

Non solo tigri, foreste, sguardo intenso e ruoli indimenticabili. Kabir Bedi a Locarno ci parla della sua sensibilità per l’ambiente, della fondazione per aiutare le donne e del tempo che passa. Intervista.

La scena è leggendaria. Il momento cruciale. La tensione alle stelle. Lui, la tigre di Mompracem, che nella serie Sandokan in una delle scene finali si confronta e uccide la tigre,  lancia un appello dai territori del Pardo: «Salviamo le tigri della Malaysia e del mondo. Oggi la nostra priorità e responsabilità è quella di proteggere la tigre, ridotta a poco più di mille esemplari in tutto il mondo. Se la tigre scompare, sarà una tragedia per tutti noi».

Kabir Bedi giunge al Festival del Film Locarno proprio nell’anno in cui ricorre il centenario della scomparsa di Emilio Salgari, l’autore di Sandokan; una felice concomitanza che Kabir Bedi – esprimendosi con sicurezza in italiano – ha voluto sottolineare ricordando la figura del romanziere italiano.

swissinfo.ch: Impossibile non iniziare evocando Sandokan, che l’ha resa celebre in tutto il mondo. In che modo ha pesato, o contato, sulla sua carriera?

Kabir Bedi: Chiamatemi pure Sandokan: è il più grande complimento che mi si possa fare. Lo accetto con molta gratitudine, umiltà e gioia. È vero ho girato mille altri film, in Italia, in America, in India. Ma il personaggio di Sandokan mi sta a cuore. Sandokan è stato molto importante perché mi ha dato molte possibilità. Mi ha aperto le porte del cinema occidentale e di quello internazionale.

Inizialmente è stato difficile staccarsi dal personaggio di Sandokan, perché i produttori non credevano in me e non riuscivano a pensare ad un film sociale o all’interpretazione di un taxista romano con la faccia di Sandokan. Un problema che sono riuscito a superare continuando il mio viaggio, negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove ho preso parte ad altri progetti.

swissinfo.ch: Bollywood è una fabbrica di sogni. Quale il suo sguardo su questa industria cinematografica colossale che dà a molti indiani la sensazione di appartenere ad una comunità nazionale unita, al di là delle diversità?

K. B.: La forza di cinema di Bollywood – che non si riduce solo a ballare e cantare – è quella di fare passare anche messaggi socialmente importanti, come la tolleranza e la comprensione reciproca. Sono film che fanno riflettere su argomenti seri attraverso il divertimento.

Bollywood non è tutto il cinema indiano, è giusto ripeterlo perché si farebbe torto alla straordinaria ricchezza dell’India. Ma è quello più seguito: non solo dagli indiani che vivono in patria, ma anche dalla diaspora. Gli indiani che vivono nel mondo sono 25 milioni. E poi è seguitissimo anche in Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan, Paesi arabi, Nepal. Insomma il mercato di Bollywood è internazionale e l’interesse è crescente.

Nella mia lunga carriera in giro per il mondo, sono sempre tornato a Bollywood per girare dei film. Sono orgoglioso di appartenere a questa cultura.

swissinfo.ch: Nei film la musica non è solo colonna sonora, è quasi tutto...

K. B.: Bollywood usa molto la musica, perché la musica è una tradizione indiana. Nessuno si chiede perché in Occidente gli attori cantano all’Opera o sul palco fanno cose strane, allora perché stupirsi tanto della componente musical del cinema indiano? È un’espressione culturale in se stessa.

Bollywood ha inventato MTV! Bollywood è l’unica industria cinematografica del mondo che diffonde tutta la musica pop nel Paese. Tutte le canzoni che si cantano in India, provengono dal cinema. Non esistono altri modi.

swissinfo.ch: In India lo star-system è ancora più spinto rispetto agli Stati Uniti. Gli attori non sono stelle, ma eroi, quasi divinità. Lei come si sente?

K. B.: È vero. Vorrei però precisare che nel mio paese ci sono stelle de cinema molto più grandi di me. In India il fenomeno del divismo è molto forte. Esistono attori che non possono nemmeno camminare per strada. Io fortunatamente posso farlo tranquillamente senza correre il pericolo che qualcuno mi strappi la camicia. Si limitano a strette di mano e a farmi i complimenti.

Da un certo punto di vista questa forma di venerazione è toccante, perché indica che tra l’attore e il suo pubblico c’è un legame fortissimo. E credo che questa sia la ricompensa più grande per ogni attore. Non mi sento una divinità. Per me fare l’attore è solo un lavoro che desidero portare avanti con dignità. Mi creda, non ho un ego iperbolico perché sono una stella del cinema e non ho nessuno sentimento di superiorità. Metto sullo stesso piano il venditore di panini del McDonald’s e Brad Pitt.

swissinfo.ch: La fama può essere vissuta in modi diversi. Molti attori avvertono un senso di responsabilità e si impegnano per diverse cause. E lei?

K. B.: Se un attore attraverso i film veicola un messaggio o una serie di messaggi importanti, è sicuramente positivo. Ma l’attore è prima di tutto una persona. Personalmente seguo molto le vicende politiche della Birmania e mi sono apertamente schierato in favore di Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione birmana e attivista dei diritti umani. E continuo a seguire attentamente gli sviluppi.

Ho molta simpatia per la causa del Tibet, sono un grande estimatore del Dalai Lama, credo nel buddismo tibetano. In India aiuto una serie di progetti indirizzati all’infanzia e seguo attivamente una fondazione creata da mia figlia Pooja – The Grassroots Foundation – per aiutare le donne nei villaggi ad avere un reddito insegnando loro un mestiere. Tutte queste attività danno molto gioia anche a chi le fa.

swissinfo.ch: In Ticino, ma anche nel resto della Svizzera, alcuni registi di Bollywood sono venuti a girare dei film. Perché piace così tanto il nostro paesaggio?

K. B.: Bollywood ha sempre amato molto la Svizzera. Tutto è iniziato nel momento in cui non abbiamo più potuto usare le montagne e i laghi del Kashmir, dove tuttora ci sono dei conflitti. Per ragioni di sicurezza è stata dunque scelta la Svizzera, simile dal profilo ambientale. Ricordo con piacere il mio soggiorno a Interlaken quando ho dovuto girare un film sulla Jungfrau.

Credo effettivamente che il Ticino abbia delle buone carte da giocare; ci sono siti bellissimi, panorami suggestivi. Non esiste una sola ragione per non venire qui a girare un film, se c’è la possibilità di farlo. Mi piace molto questa regione.

swissinfo.ch: Lei trasmette una certa serenità, in contrasto con l’immagine ruggente di Sandokan. Che rapporto ha con il tempo?

K. B.: Un  rapporto profondo. Se ci fermiamo a riflettere bene, ci rendiamo conto che  tutto ciò che abbiamo è il tempo. E il tempo passa. L’età che avanza non è una cosa facile da accettare. Ma penso che il tempo debba aiutarci a cambiare. A diventare migliori.

Kabir Bedi

L’attore indiano Kabir Bedi nasce il 16 gennaio 1946 a Lahore, nel Punjab in una famiglia indiana di religione Sikh. Frequenta lo Sherwood College di Nainital.

Acquista notorietà mondiale nel 1976 con l’interpretazione del ruolo di Sandokan, la tigre di Mompracem protagonista di una serie di romanzi di Emilio Salgari. Diventa l'idolo di un'intera generazione.

Nel 1983 il pubblico americano lo scopre nel film Octopussy-Operazione piovra, episodio della saga hollywoodiana di James Bond, in cui Kabir Bedi interpreta il ruolo del perfido Gobinda.

Oltre 60 le produzioni bollywoodiane a cui prende parte. Nel 2005 è protagonista di Taj Mahal: An Eternal Love Story, grande produzione del regista Akbar Khan, nel ruolo dell'Imperatore Shah Jahan, al fianco di altre star del cinema indiano come Zulfi Syed, Sonya Jehan, Kim Sharma, Pooja Batra e Manisha Koirala.

In Italia, Bedi partecipa alla seconda edizione dell'Isola dei famosi. Nel 2010, è nominato cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.

swissinfo.ch



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