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«L'Italia è un paese tele-stupefatto»

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Fra i maggiori scrittori italiani viventi, Vincenzo Consolo è stato ospite di recente delle giornate di letteratura romancia di Domat Ems, nel canton Grigioni. A colloquio con swissinfo parla della mafia, della Sicilia contadina, del ruolo della cultura nell'Italia odierna.

Questo contenuto è stato pubblicato il 26 dicembre 2008 - 09:57

Vincenzo Consolo non si stanca di riflettere e scrivere sul suo paese e sulla sua regione d'origine, la Sicilia. Trapiantato a Milano da quarant'anni, Consolo ha sempre guardato alla sua terra com chiave per leggere la storia e la società italiane.

swissinfo: Lei come molti siciliani vive fuori dall'isola. Vivere fuori dalla Sicilia è per lei una condizione per poter scrivere?

Vincenzo Consolo: Non credo che sia una condizione imprescindibile. Si può anche scrivere nell'isola. Leonardo Sciascia per esempio è rimasto nell'isola, anche se viaggiava molto. Anch'io, avendo fatto i miei studi universitari a Milano, sono tornato in Sicilia proprio perché avevo deciso di fare lo scrittore e pensavo di poterlo fare soltanto lì.

Sono rimasto cinque anni, ho insegnato nelle scuole agrarie, in paesi di collina, di montagna, però poi ho capito che questa scuola era una finzione, perché questi ragazzi si sarebbero diplomati in agraria, ma il mondo contadino era ormai finito, quindi sarebbero stati costretti a emigrare come avevano fatto i loro padri. Allora ho deciso di andarmene.

Giovanni Verga, che come me visse a Milano, diceva che per scrivere lui aveva bisogno della giusta distanza dal luogo che lui aveva lasciato, cioè Vizzino Acitrezza, però poi aveva bisogno di tornare per verificare. Noi che andiamo via diventiamo come dei pendolari, partiamo, andiamo via, ma poi torniamo continuamente. È un continuo viaggio di ritorno.

swissinfo: La Sicilia è rimasta il tema centrale della sua opera. Lei talvolta parla della Sicilia nobile e della Sicilia ignobile...

V.C.: Esistono due Sicilie. Quella che appare di più naturalmente, per la sua atrocità, è la Sicilia ignobile, cioè la Sicilia della mafia. Quella nobile è la Sicilia contadina, la Sicilia delle lotte contadine. Ed è la Sicilia dei tanti sindacalisti e dei tanti giornalisti uccisi dalla mafia, la Sicilia dei magistrati.

Ma non dimentichiamo che la mafia non è più un fenomeno soltanto siciliano, ormai le sue diramazioni sono in tutto il paese. La mafia è arrivata a Milano, a Torino, le trame del potere politico mafioso sono profonde e solide.

swissinfo: Mi sembra che ora di mafia si parli poco, che tutta l'attenzione sia concentrata sulla camorra ...

V.C.: La mafia – al contrario della camorra, che è una criminalità un po' anarchica – ha un suo organigramma, con un'organizzazione ben precisa. Quando riceve dei colpi si occulta.

Dopo l'arresto di Riina e di Provenzano, siamo in una fase di occultamento. Adesso c'è una sorta di silenzio della mafia. Le trame però sono solide, il legame con il potere politico, il legame con l'imprenditoria sono sempre lì.

swissinfo: Ma qualcosa è cambiato nella società siciliana?

V.C.: Qualcosa è cambiato: i commercianti che si ribellano al pizzo, gli studenti. Palermo è stata molto attiva nel movimento delle scorse settimane contro il decreto Gelmini, sia nelle scuole medie, sia all'Università. Insomma, c'è qualcosa che lascia sperare in un cambiamento. La gente forse sta prendendo coscienza.

swissinfo: Lei ha lavorato per Einaudi, ha conosciuto intellettuali come Vittorini, Calvino e altri che hanno avuto un ruolo di primo piano nel dibattito culturale dell'Italia del dopoguerra. Oggi ci sono ancora figure di questo genere?

V.C.: I tempi sono ormai talmente cambiati... La nostra è la società dello spettacolo, per avere presa sull'opinione pubblica bisogna apparire. Ora, l'intellettuale è il meno adatto per apparire, fare spettacolo, calcare le ribalte mediatiche. Quando ancora questi intellettuali come Calvino, Sciascia, Moravia, Elsa Morante, Pasolini scrivevano sui giornali, si aprivano dei dibattiti...

Oggi non è più così. Oggi fanno colpo sulle masse degli impostori che vanno alla televisione a fare spettacolo, a urlare. L'esempio massimo è Vittorio Sgarbi. Questo è l'emblema di quello che oggi è l'intellettuale italiano.

swissinfo: Eppure un giovane scrittore italiano come Roberto Saviano è riuscito a far parlare di temi reali...

V.C.: Imprevedibilmente, perché Roberto non aveva immaginato tutto questo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo prima dell'esplosione del fenomeno Gomorra. È un ragazzo di una profonda cultura e molto intelligente.

Gomorra è un libro molto bello, che ha avuto un effetto straordinario ed è stato utilissimo per il nostro paese, non solo per Napoli.

swissinfo: Lei cita spesso Pasolini e in particolare l'idea da lui espressa di una «mutazione antropologica» subita dalla società italiana nel dopoguerra. Che cultura sostituisce la cultura popolare che oggi non c'è più?

V.C.: No, non c'è più la cultura popolare, ci sono soltanto delle persone che cercano di continuare questa grande tradizione... E poi ci sono gli scrittori, che lavorano sulla memoria, perché la scrittura senza memoria è una scrittura orizzontale, senza nessuna profondità.

La società odierna mi fa pensare al romanzo «Fahrenheit 451», dove la moglie del protagonista vive in una stanza con tre pareti televisive. Intendiamoci, la televisione può essere anche uno strumento utilissimo, ma se è usata dal potere politico-mafioso, diventa un'arma terribile e devastante. Per questo chiamo l'Italia di oggi un paese tele-stupefatto.

Noi italiani oggi siamo individualisti, consumisti, amiamo molto la spettacolarità, abbiamo un modo di porgerci senza nessuna interiorità, senza nessuna riflessione. Ecco, quello che abbiamo smarrito è la riflessione, il ragionamento.

Questa recessione economica – lo devo dire dolorosamente – forse scuoterà questo paese. C'è una povertà crescente che forse finalmente ci farà riflettere su quella che è la condizione oggi dell'Italia, da tutti i punti di vista.

swissinfo: Lei è stato ospite delle Giornate letterarie romance a Domat Ems. Per lei un po' una scoperta...

V.C.: È stata una scoperta bellissima. Io amo molto queste isole linguistiche. Ho frequentato molto un paese in collina sopra il mio paese, si chiama Samfratello, ma anticamente si chiamava Demenna. Era una città greca, poi è stata abitata da emigrati della valle Padana.

Ancora oggi gli abitanti di quella zona parlano un dialetto gallo-italico-mediolatino. Ho studiato molto questa lingua, queste piccole comunità linguistiche mi interessano molto, perché hanno una loro particolarità, una loro poesia.

Intervista swissinfo, Andrea Tognina

Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo è nato a Sant'Agata di Militello nel 1933, vive e lavora a Milano dal 1968.

Ha esordito nel 1963 con «La ferita dell'aprile» (Mondadori), ma si è pienamente rivelato al grande pubblico con «Il sorriso dell'ignoto marinaio» (Einaudi 1976 – Mondadori 1997).

I suoi libri più recenti sono «Lunaria» (Einaudi 1985 – Mondadori 1996), «Retablo» (Sellerio 1987 – Mondadori 1992), «Le pietre di Pantalica» (Mondadori 1989), «Nottetempo, casa per casa» (Mondadori, 1992; Premio Strega 1992) e «L'olivo e l'olivastro» (Mondadori 1994; Premio Internazionale Unione Latina 1994).

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