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Archeologia Petra, un miracolo nel deserto

Petra, un gioiello antico che oggi ammalia ancora milioni di visitatori

(Daniel Leippert)

Considerata uno dei siti archeologici più affascinanti, Petra fu portata a conoscenza del mondo contemporaneo dal viaggiatore basilese Johann Ludwig Burckhardt, che la riscoprì esattamente 200 anni fa. Visita con gli archeologi svizzeri nella famosa città scolpita nella roccia in Giordania.

El Khasneh, il tesoro, il palazzo del faraone o semplicemente la porta. L'opera monumentale, costruita alla fine di un canyon lungo e stretto, incanta tutti i visitatori di Petra. Per chi o in quale onore fu scolpita nella roccia questa porta monumentale è tuttora un mistero. Da qui i molti nomi che le sono state assegnati.

"I beduini, che si insediarono qui alcune centinaia di anni fa, non riuscivano a immaginare che gente che viveva come loro nelle tende avesse potuto costruire qualcosa di così grandioso", spiega lo svizzero Ueli Bellwald, che lavora da oltre 20 anni a Petra. "Le opere di dimensioni simili più vicine sono le piramidi di Giza al Cairo. I beduini pensarono dunque che anche dietro la costruzione di questo monumento vi fossero i faraoni e che vi avessero nascosto un tesoro".

Città dei Nabatei

Di tesori finora non ne sono stati trovati. Ciò non importa comunque ai turisti, che accorrono in massa. Nel 2010 a Petra è stato registrato un milione di visitatori. Dichiarata nel 2007 una delle sette meraviglie del mondo moderno, la Città rosa è considerata uno dei luoghi più emozionanti e uno dei siti archeologici più imponenti.

I suoi edificatori, i Nabatei, erano ricchi. Commerciavano prodotti di lusso del mondo antico: incenso e mirra della penisola arabica, spezie dell'India e seta della Cina. Petra era il nodo dei trasporti, che tutte le carovane dovevano superare per continuare il viaggio con i loro preziosi carichi alla volta del porto mediterraneo di Gaza o dell'Europa.

Quello che si trova dietro la celebre porta oggi ammirata da milioni di turisti è solo uno degli oltre mille locali scavati nella roccia. Benché non tutti siano decorati così raffinatamente e non siano grandi come il Khasneh, la città antica esercita un fascino quasi mistico sui visitatori. Un incantesimo accentuato dal fatto che a Petra non circolano auto. I visitatori che non vogliono camminare, sono trasportati esclusivamente su cammelli, muli o cavalli. Per visitare tutto il sito archeologico si devono contare diversi giorni.

Sheikh Ibrahim

Considerato il fondatore del turismo locale, il basilese Johann Ludwig Burckhardt è quasi un eroe nazionale in Giordania, racconta Ueli Bellwald. Il basilese aveva studiato a Lipsia e Gottinga, prima di andare in Inghilterra nel 1806. A Cambridge imparò l'arabo, seguì corsi di medicina, archeologia e mineralogia. L'African Association, una sorta di think tank di uomini influenti della classe superiore in Gran Bretagna, lo incaricò di esplorare il corso superiore del Niger.

Per prepararsi in modo approfondito per il lungo viaggio, Burckhardt visse quasi tre anni ad Aleppo, in Siria. Spacciandosi per un uomo d'affari indiano – si faceva chiamare Sheikh Ibrahim – studiò il Corano e tradusse in arabo, tra gli altri, il romanzo Robinson Crusoe di Daniel Defoe.

Sulla strada per Petra

Nel 1812 Burckhardt partì per la Palestina. Quando era in viaggio a est del Mar Morto, notò l'intensificazione di segni che indicavano la vicinanza di un grande sito antico. "Ero particolarmente ansioso di visitare Wadi Musa, la Valle di Mosè, delle cui antichità avevo sentito parlare con grande ammirazione la gente locale", scrisse Burckhardt nel suo diario.

Ma i beduini lo ricevettero con circospezione. Pensavano, che gli stranieri fossero in cerca di un tesoro e volessero rubarlo. Burckhardt si servì quindi di un trucco per andare a Petra. Assunse una guida chiedendogli di condurlo alla tomba di Aronne, fratello di Mosè. Nella buona tradizione musulmana prese con sé anche una capra da sacrificare in onore di Aronne. Il trucco riuscì e Burckhardt diventò così il primo europeo, dopo quasi 1000 anni, ad entrare a Petra e ad aprire la strada.

L'acqua nel deserto

Per chi visita Petra oggi, il viaggio è decisamente più facile. Per più di 200 chilometri, una strada diritta attraversa il deserto. Poi il paesaggio cambia gradualmente. Appaiono alberi isolati, campi terrazzati con degli ulivi e anche fiori. Wadi Musa, la Valle di Mosè che si trova alla fine di Petra, è fertile. Soprattutto in inverno ma anche in primavera piove. La difficoltà è quella di raccogliere l'acqua e canalizzarla.

"È una situazione simile a quella che prevale nelle nostre montagne", osserva Ueli Bellwald. "Quando piove, l'acqua incontra soprattutto roccia, non può penetrare nel terreno e in pochi minuti diventa un grosso torrente che distrugge tutto quel che si trova sul suo passaggio. Per tenere la situazione sotto controllo, i Nabatei costruirono dighe e canali. Si tratta di un sistema unico nell'antichità".

Con l'aiuto di lavoratori locali, Bellwald ricostruisce il sistema di irrigazione dei Nabatei. La caratteristica più sorprendente è il collegamento dei canali, che si trovano su entrambi i lati dei canyon, con argini di espansione. Le numerose dighe e i molteplici muretti, invece, si trovano nelle aspre valli laterali e non sono aperti al pubblico.

Svizzeri a Petra

Ueli Bellwald non è l'unico svizzero a Petra. La villa nabatea az Zantur fu scoperta da ricercatori dell'università di Basilea che poi restaurarono gran parte delle sue sontuose decorazioni. E su una delle più alte montagne che circondano Petra operano il basilese Stephan Schmid e i suoi studenti dell'università Humboldt di Berlino. Schmid ha scoperto nel 2004 le fondamenta di un palazzo con bagni, in stile greco-romano.

Un palazzo su una montagna, dove non c'è né acqua o né legna? "Sì. Ogni ramo che veniva bruciato, doveva essere portato da molto lontano. Veramente una follia. Dunque chi vi visse doveva avere il potere, i mezzi e l'influenza per far costruire questo edificio e mantenerlo", rileva Schmid. La sua teoria: questo palazzo fu la risposta dei Nabatei alla fortezza di roccia di Masada, che si trova nell'odierno territorio di Israele.

Per inciso, lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt non seppe mai che la città da lui scoperta era il sito dell'antica Petra. Nel 1817, all'età di 33 anni, morì al Cairo in seguito a diarrea. I suoi diari di viaggio furono pubblicati solo dopo la sua morte, scatenando un vero e proprio boom. "Tutti da quel momento volevano recarsi in Oriente", racconta Bellwald. "E come Burckhardt, tutti vestiti da beduini".

Petra in mostra a Basilea

In occasione dei 200 anni dalla riscoperta del sito archeologico di Petra, il Museo delle antichità di Basilea presenta in una mostra, dal 23 ottobre 2012 al 17 marzo 2013, i risultati dei recenti scavi nella città scolpita nella pietra in Giordania, ai quali hanno attivamente partecipato ricercatori svizzeri.

Nel museo della città renana sono esposti circa 150 reperti originali provenienti da musei giordani. L’esposizione è completata da ricostruzioni virtuali e maquette. Al pubblico sono spiegate le origini dei Nabatei, le loro abitudini, la loro scrittura e le loro divinità.

In particolare i visitatori possono scoprire come i Nabatei riuscirono a costruire un’immensa città in mezzo al deserto e a rifornirla d’acqua.

La mostra è anche l’occasione per ammirare opere d’arte eccezionali di Petra, comprendenti pezzi sia in stile greco-romano che in forme astratte.

Naturalmente l’esposizione permette di conoscere la vita e l’opera di colui che ha fatto conoscere al mondo moderno l’antica Petra, ossia il basilese Johann Ludwig Burckhardt, alias Sheikh Ibrahim.

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(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi), Petra, Giordania, swissinfo.ch

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