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La fotografia intellettuale di Thomas Struth



Thomas Struth al Kunsthaus di Zurigo.

Thomas Struth al Kunsthaus di Zurigo.

(swissinfo.ch)

Inquadrature, messe a fuoco ed esposizioni perfette di grande formato vengono presentate dal Kunsthaus di Zurigo nella più grande e completa retrospettiva dedicata al fotografo tedesco Thomas Struth, uno dei più influenti e quotati dei nostri giorni.

A cavallo tra documentazione e interpretazione, tra analisi sociale e lettura psicologica la fotografia di Thomas Struth si è sviluppata attorno a una serie di tematiche che l’artista ha seguito con sistematicità e perseveranza nel corso di oltre 30 anni.

Cinque sono i grandi gruppi tematici in cui si può sommariamente suddividere la sua opera: i paesaggi urbani, i ritratti familiari, il pubblico di musei celebri, i paesaggi naturali (foreste vergini e fiori), gli impianti industriali e i centri spaziali e di ricerca, lavori questi presentati al pubblico per la prima volta proprio a Zurigo.

Ma al centro di tutte queste tematiche, come dimostra ampiamente la rassegna zurighese e come conferma lo stesso artista, c’è la relazione, “relazione tra l’individuo, la propria percezione personale e la dinamica della società e dei gruppi umani”.

I paesaggi urbani e naturali

L’esposizione ripercorre tutte le tappe più salienti dell’opera di Struth e prende le mosse dai lavori in bianco e nero del 1978 che mostrano vedute di edifici e strade newyorkesi. Queste architetture urbane, come quelle che ritraggono città di altre parti del mondo - dalla natia Renania all’Italia e al Giappone, fino alla Corea e al Perù - permettono di esaltare, riconoscere ed esaminare le diverse stratificazioni storico - temporali dei vari elementi che compongono l’insieme urbanistico.

Sia nelle serie in bianco e nero che in quelle successive a colori, i contesti architettonici sono carichi di concatenazioni semantiche e simboliche che fungono da specchio dell’umanità: un’umanità assente ritratta attraverso l’architettura che costruisce in questo modo una forma di antropologia culturale dello spazio abitato.

Nella magistrale serie Paradisi, in cui Struth fotografa frammenti di foreste pluviali incontaminate, sono invece le complesse strutture della vegetazione a rendere indefinita, meditativa e astorica la percezione di queste immagini. Ma in questi lavori l’interesse dell’artista non è rivolto alla botanica, ma come spiega egli stesso “alle strutture visive che rendono coscienti le persone dei loro meccanismi di osservazione”.

Giochi di relazioni

Negli anni '80 l’interesse per il rapporto tra fotografia e psicologia porta Struth a realizzare la serie dedicata al ritratto. Nelle sue mani la macchina fotografica non è uno strumento voyeuristico, ma un mezzo di esplorazione delle dinamiche personali e culturali che condizionano il modo in cui vediamo e percepiamo noi stessi e gli altri.

Per la realizzazione di queste immagini l’artista rispetta ogni volta alcune regole di base. “Le famiglie devono sempre essere al completo. Se si tratta di una coppia con tre figli non ne può mancare nessuno”, spiega a swissinfo.ch. “Insieme scegliamo il luogo o la stanza dove fare le foto. Poi io decido l’inquadratura e loro possono scegliere liberamente come presentarsi, ma tutti devono guardare nell’obiettivo”.

In queste foto ogni posa e ogni sguardo si riempiono di sfumature psicologiche che lasciano trasparire i delicati automatismi affettivi e le dinamiche relazionali, rivelando le singole individualità e insieme il modo in cui ogni individuo si relaziona al gruppo.

Anche nella serie dedicata ai musei - sicuramente la più famosa - è ancora la relazione il fulcro dell’interesse di Struth, ma questa volta il rapporto che egli indaga è quello tra pubblico e opere d’arte. Iniziato nel 1989 questo ciclo di foto dal formato monumentale che ricorda quello degli affreschi rinascimentali, ritrae i visitatori in contemplazione o in movimento nei più famosi musei del mondo.

Le foto scattate nelle sale del Louvre, del Prado, degli Uffizi o della National Gallery di Londra instaurano un dialogo a più livelli. S’interrogano sulla fruizione delle opere d’arte e sulla funzione dei luoghi che le ospitano, mettendo a nudo anche il processo di mercificazione e feticizzazione dei beni culturali. Ma allo stesso tempo rendono visibili i meccanismi di osservazione del pubblico ritratto invitando noi, che a nostra volta guardiamo le immagini, a prendere coscienza delle nostre dinamiche percettive.

Gli ultimi lavori

Per la serie più recente Struth ha puntato l’obiettivo su centri spaziali e di ricerca. Ma in “Space Shuttle 1” (2008), che mostra alcuni particolari della navetta spaziale della NASA, come in “Tokamak Asdex Upgrade Interior 2” (2009), che riprende gli interni del più grande reattore a fusione in funzione all’Istituto di fisica Max Planck a Garching vicino a Monaco, sono le strutture complesse di queste sofisticate apparecchiature a colpire lo sguardo.

“Il mio interesse in questo caso non è rivolto tanto alla tecnologia in sé quanto piuttosto ai contesti che consentono all’ambizione umana di manifestarsi e agli intrecci che nascono da questo processo”, confessa il fotografo.

Il fascino che Struth rivolge a queste nuove tematiche può quindi essere letto in continuità con l’interesse che egli ha manifestato da sempre per le strutture profonde che sottostanno alle forme. Le architetture urbane, le immagini che immortalano i monumenti storici, come quelle che si soffermano sulla costruzione di un reattore o un’astronave ci parlano in fondo dell’impegno degli uomini ma forse anche della loro presunzione.

Una fotografia analitica

L’approccio di Struth alla fotografia è intellettuale, meditato e controllato nei dettagli e questo spiega anche il carattere statico delle sue immagini e la predilezione per il grande formato.

“Da ormai 32-33 anni fotografo solo con apparecchi a lastra, cavalletto, telo nero e tutto quello che occorre”, ci dice Struth. “I tempi di esposizione sono lunghi e questo modo di procedere mi consente di lavorare lentamente e in modo analitico”.

“Questa tecnica permette anche una migliore messa a fuoco. Inoltre la possibilità di basculaggio (movimento di inclinazione del piano della piastra su cui è fissato l’obbiettivo ndr.) offerta dagli apparecchi a lastra consente di costruire le immagini in modo che corrispondano intellettualmente e mentalmente a ciò che si percepisce con gli occhi.”

Paola Beltrame, swissinfo.ch, Zurigo

100 foto

La retrospettiva dedicata alla fotografia di Thomas Struth rimarrà aperta al Kunsthaus di Zurigo fino al 12 di settembre. Essa raccoglie circa un centinaio di fotografie - la maggior parte di grande formato - realizzate dall’artista a partire dal 1978 fino al presente.

L’esposizione è stata organizzata dal Kunsthaus in collaborazione con K20, la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf dove verrà presentata dal 26.02 al 19.06.2011.

La mostra farà poi tappa anche a Londra e a Porto.

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Thomas Struth

È nato a Geldern in Germania nel 1954. Studia all’Accademia d’arte di Düsseldorf, prima pittura con Gerhard Richter e dal 1976 fotografia con Bernd e Hilla Becher, maestri anche di fotografi di successo come Gursky, Höfer, Ruff.

Nel 1978 soggiorna con una borsa di studio a New York e qui realizza una prima serie di paesaggi urbani in bianco e nero a cui si aggiunge quella di Parigi (1979), Roma (1984), Edinburgh (1985), Tokyo (1986) e di altri luoghi.

A metà degli anni ‘80 inizia la serie dedicata ai ritratti di individui e gruppi seguita dal primo ciclo consacrato ai musei. Degli anni ‘90 sono invece le celebri foto di paesaggi naturali selvaggi, a cui fanno eco gli scatti a monumenti architettonici famosi. Il suo interesse recente è rivolto a impianti industriali e ai centri di ricerca.

Dalla fine degli anni ‘80 espone in noti spazi pubblici e privati. Tra le mostre più importanti si ricordano quella alla Kunsthalle di Berna (1987), all’ICA di Boston (1994), al Carré d’Art di Nîmes (1998), al Museum of Modern Art di Tokyo (2000), al Museo d’Arte di Dallas (2002), al Metropolitan Museum di New York (2003), al Prado di Madrid (2007), al MADRE di Napoli (2008).

Sue opere si trovano nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, tra cui il Moma e il Metropolitan di New York, la Tate di Londra e il Museo d’Arte Moderna di Tokio.

Dal 1993 al 1996 Struth ha insegnato fotografia all’Istituto Statale d’Arte di Karlsruhe e nel 1997 ha ricevuto il premio internazionale di fotografia Spectrum.

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