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I signori del tempo

Bello e complesso: orologio di Robert & Courvoisier, La Chaux-de-Fonds, inizio Ottocento (foto Museo orologeria)

Dapprima fu il tempo, poi vennero gli oggetti inventati per domarlo. Il Museo internazionale dell’orologeria di La-Chaux-de-Fonds traccia la loro storia.

Orologi da campanile, a pendolo, da taschino, da polso. Minuscoli, maestosi, essenziali, complicati. O semplicemente belli: ce n’è per tutti i gusti.

Tic, tac, tic, plin plin plin, plon tic, plen plen... No, non sono sincronizzate le pendole esposte al Museo internazionale dell’orologeria di La-Chaux-de-Fonds. Vengono da un’epoca in cui la precisione non era ancora all’ordine del giorno. Ma il loro ticchettio in sottofondo - un coro di voci dai timbri diversi - accompagna piacevolmente il visitatore del museo.

Solo il cucù sembra mancare all’annuncio dello scoccare dell’ora. «È vero», commenta ridendo Jean-Michel Piguet, uno dei curatori del museo. «Non abbiamo nemmeno un orologio a cucù! Prima o poi ce ne procureremo uno, la gente ce lo chiede spesso. Comunque sarà necessario essere chiari: è un’invenzione della Foresta Nera. Il cucù è tedesco, non svizzero».

La vallata degli orologi

Anche senza cucù, la collezione esposta al museo della Chaux-de-Fonds è unica al mondo. «Ci sono altri musei che riservano uno spazio al rapporto tra l’uomo e la misurazione del tempo» costata Piguet. «Ma il nostro è il solo di una certa dimensione ad essere interamente dedicato alla storia dell’orologeria».

E non stupisce certo che questo museo si trovi proprio alla Chaux-de-Fonds. La città si trova nel cuore dell’arco giurassiano franco-svizzero, una regione che ha legato il suo nome allo sviluppo dell’orologeria.

Disseminata di piccoli e grandi atelier – i cui nomi vanno da Patek Philippe a Audemars Piguet, da Zenith a Omega, da Tissot a Longines – la zona, racchiusa tra Ginevra, Neuchâtel e Basilea, è ormai denominata Vallata degli orologi. «Il 50% degli orologi che si trovano sul mercato mondiale è nato, almeno in parte, in una delle fabbriche della regione», fa notare con una certa fierezza Jean-Michel Piguet.

In questo panorama La-Chaux-de-Fonds occupa un posto d’eccezione. Sulle ceneri del villaggio, distrutto da un incendio del 1794, è sorta una cittadina forgiata dall’industria orologiera, al punto che fino a qualche anno fa, quando le fabbriche chiudevano per le vacanze le strade del più bell’esempio svizzero d’urbanistica del XIX secolo si svuotavano ed era praticamente impossibile trovare un ristorante o una panetteria aperti.

Dal ritardo meccanico alla precisione atomica

Per migliaia d’anni, sono state le fasi solari e lunari a ritmare la vita dell’uomo. Poi la necessità di meglio frazionare le giornate ha portato all’invenzione di clessidre, meridiane e altri metodi non meccanici di misurazione del tempo. «Ma è qui che comincia la vera storia dell’orologeria», afferma Jean-Michel Piguet fermandosi davanti ad un monumentale orologio da torre.

«Un geniale quanto sconosciuto inventore è all’origine dello scappamento, una ruota dentata che regola il movimento impresso all’orologio dai pesi». Così, a partire dal XIII secolo, dai campanili fu possibile leggere l’ora, indicata da una lancetta soltanto. «È ancora presto per la lancetta dei minuti, era inutile, gli orologi erano troppo poco precisi». In effetti potevano esserci degli scarti che andavano fina ad un’ora al giorno e per regolare il meccanismo si ricorreva alla buona vecchia meridiana.

Tra le vetrine sferiche del museo, che ricordano un po’ dei pianeti in orbita, si snoda il resto della storia: la scoperta della molla nel XV secolo, che permette la miniaturizzazione del meccanismo, l’applicazione del pendolo come sistema regolatore, che porta ad un aumento della precisione, e via di questo passo fino all’avvento del movimento al quarzo e dell’orologio atomico nel XX secolo.

«In realtà gli orologi al quarzo non hanno soppiantato quelli meccanici», commenta Piguet. «Il fascino del meccanismo complesso che fa tic tac colpisce ancora». E per quanto riguarda gli orologi atomici, che nel 1967 hanno rivoluzionato la definizione di secondo portandola da una frazione del giorno solare a una frequenza d’emissione del cesio 133, «a nessun uomo comune serve un orologio che sgarra di un secondo solo dopo milioni di anni».

L’arte di stupire

Aldilà dell’aspetto pratico, un orologio è anche un’opera d’arte. I pezzi esposti alla Chaux-de-Fonds testimoniano il lavoro da certosini di incisori, intagliatori, smaltatori. Un orologio può trasformarsi in una spilla, in un soprammobile, in un gioiello. «La decorazione è sempre stata un aspetto fondamentale dell’arte orologiera. Già i primi modelli da tavolo erano riccamente decorati. All’esterno, ma anche all’interno, per dilettare l’occhio quando li si apriva per rimontarli».

Decorate erano anche le casse degli orologi a pendolo che i contadini della regione preparavano durante l’inverno. E in modo estetico erano combinate le diverse parti degli orologi «complicati», quelli che non mostravano solo l’ora, ma anche le fasi lunari, la data e quant’altro.

Negli automi, di cui il museo ha una bella collezione, l’orologio diventa un pretesto da applicare ad oggetti dove la tecnica fa cantare degli uccellini o permette al grande mago di dispensare la sua saggezza. Storie di prima del televisore, ma che incantano ancora.

Così come incanta l’Astrarium di Giovanni Dondi. L’originale, costruito tra il 1365 e il 1380, è andato perduto, ma grazie alle accurate descrizioni dello scienziato padovano, è stato possibile realizzarne alcune riproduzioni. Una di queste si trova alla Chaux-de-Fonds. L’Astrarium non è un semplice orologio, riproduce il movimento dei pianeti nel cosmo, il calendario con i nomi dei santi, e ha un quadrante che permette di prevedere le eclissi.

Un capolavoro, paradossalmente basato su un concetto teorico falso: all’epoca di Dondi, infatti, era ancora in voga il sistema tolemaico. L’Astrarium è la materializzazione meccanica di un sistema geocentrico ormai caduto in disuso. Attuale resta invece il rapporto dell’uomo al tempo, ed è proprio questo rapporto il protagonista principale del Museo internazionale dell’orologeria.

swissinfo, Doris Lucini, La-Chaux-de-Fonds

Fatti e cifre

1902: dalla collezione della Scuola d’orologeria di La-Chaux-de-Fonds nasce un primo museo
1974:inaugurazione del Museo internazionale dell’orologeria
3000 oggetti esposti, più di 6000 nei magazzini
35'000 visitatori l’anno provenienti dai cinque continenti

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In breve

Il Museo internazionale dell’orologeria si trova in una costruzione in cemento armato degli anni Settanta. Un’architettura e un concetto espositivo moderni hanno permesso alla struttura di mantenere inalterato il suo interesse fino ad oggi.

Oltre ai diversi spazi espositivi, ospita un atelier di restauro di orologi antichi (che il visitatore può vedere grazie a una parete in vetro in comune col museo) e una ricca biblioteca specializzata.

Tre affreschi monumentali realizzati dall’artista svizzero Hans Erni ornano le pareti del museo e illustrano la storia, la tecnica e la filosofia della misura del tempo. L’orologio a carillon gigante istallato nel parco rappresenta un altro dei fiori all’occhiello del museo di La-Chaux-de-Fonds.

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