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Storie, emozioni e spazi del cinema svizzero

Si riavvolgono le pellicole nelle cabine di proiezione di Soletta

(Keystone Archive)

Si sono spenti i proiettori alle Giornate del cinema di Soletta. Ma rimane un’immagine nitida del film svizzero. Soprattutto nella Svizzera tedesca.

“Un successo”, così lo definiscono gli organizzatori. Dieci per cento in più, i visitatori per la 37esima edizione: la sei-giorni del cinema in riva all’Aare ha dunque mobilitato oltre 34'000 visitatori.

La produzione nazionale ha quasi raggiunto la quota cinque per cento di pubblico nelle sale nel 2001. Una quota d’interesse in crescita, cementata anche a Soletta. Ma il successo è mutilato, perché le cifre reali sono diverse. In verità il film svizzero viene infatti prodotto in tutte le regioni linguistiche, più o meno proporzionalmente alla popolazione, ma a guardarlo sono solo gli spettatori di lingua tedesca.

Solo poche migliaia di latini hanno visto nel 2001 un film elvetico in una sala di Losanna o Lugano. Da una parte il fattore è legato ai canali di distribuzione: solo nelle grandi città esistono cinema studio che proiettano coerentemente opere indigene. Dall’altra c’è semplicemente una latenza congenita. Gli esperti sottolineano l’importanza dei film francesi nelle sale della Svizzera romanda, ma registrano poco interesse per i piccoli e grandi esperimenti locali.

L’offerta e la ricerca

Soletta ha presentato un numero notevole di film, oltre 250. Esordienti d’accademia come vecchie volpi del documentario hanno messo in vetrina le loro fatiche, presentando uno spaccato notevole anche se di valore alterno, di una produzione spesso povera nei mezzi, ma capace di originalità e profondità.

Eric Bouzigon, dell’Agenzia svizzera del Cortometraggio di Losanna, sottolinea l’importanza di Soletta per chi fa cinema in Svizzera: “Gran parte dei film prodotti, anche se di qualità, non trova la via della distribuzione, per questo è importante offrire un forum come Soletta. Qui c’è la possibilità di una programmazione ampia che lasci spazio anche ai cortometraggi, alle prime opere o ai film sperimentali”.

Patto tra fratelli

Soletta non è Hollywood, si è detto alla premiazione di mercoledì che ha offerto distinzioni alle produzioni del 2001. Il cinema svizzero non dispone infatti di un rullo compressore miliardario che apre ogni strada, ma che incorre continuamente nel pericolo di appiattire tutto. Qui si vive di coproduzioni, di sostegno pubblico e privato di sinergie e di tanta buona volontà.

Lo dimostra un breve sguardo al catalogo. Se con mezzi modesti, ma in crescita, lo Stato è il primo finanziatore (come ovunque in Europa) della fabbrica dei sogni, la SSR SRG ideée suisse è invece la prima produttrice e consumatrice di immagini. Sempre più il compromesso tra grande e piccolo schermo conquista spazio. Non sembra più essere limite alla creatività, ma patto della ragione, risorsa e potenzialità.

La responsabile delle relazioni con il cinema svizzero dell’Ente televisivo pubblico, Tiziana Mona, precisa: “Non si pensa più a compartimenti stagni: c’è una produzione di immagine, di storie e di racconti che ha una permeabilità. Noi pensiamo che il pubblico sia nelle sale sia a casa, voglia vedere delle produzioni svizzere”. Le cifre di frequenza le danno ragione.

Il business delle emozioni

Il programma di Soletta sembra indicare una certa reticenza verso la grande fiction. Fare un film commerciale in un mercato così ristretto è molto difficile, anche perché il mezzo esige grossi investimenti tecnici e umani che portano i bilanci alle stelle.

È anche per questo che molti cineasti preferiscono l’immagine della realtà - chiaramente interpretata e filtrata dall’occhio del regista - alla finzione pura. Ma pure in Svizzera non mancano esempi importanti di lungometraggi di finzione.

Basta pensare ad “Azzurro” con Paolo Villaggio, “Beresina” di Daniel Schmid o la rivisitazione in chiave moderna di “Heidi” di Markus Imboden, che hanno avuto un’importate successo di pubblico negli anni scorsi. Anche nell’edizione di quest’anno si sono visti alcuni contributi di narrativa cinematografica.

È il caso per esempio di “Kilimanjaro” di Mike Eschmann, un lungometraggio patinato da prime-time TV a prova di zapping che ha concluso domenica le Giornate solettesi. Il regista poco più che trentenne ha una carriera tutta anglosassone, con una scuola di cinema a Londra e corsi di approfondimento a Los Angeles.

Lui stesso conferma: “Mi interessa il messaggio universale delle emozioni”. Con il suo primo lavoro per la TV ha dimostrato di saper lavorare coscientemente con il mezzo. Malgrado il film sia girato in Svizzera, la vicenda potrebbe svolgersi ovunque. Un fenomeno isolato nel panorama di Soletta.

Non è dunque un caso che la California rimanga la sua base, dove lavora in un team di tre persone. La Svizzera offre possibilità, ma la ricerca dei finanziamenti è molto più ardua, anche per chi si è già fatto un nome. A Hollywood, la fabbrica dei sogni ha una casa più confortevole.

Daniele Papacella


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