Le fotografie di Capa esposte a Losanna

Immagini che fanno parte di un'epoca Do not publish as copyright information is not clear

Rimarrà aperta ancora fino al 16 aprile la retrospettiva dedicata dal Musée de l'Elysée di Losanna al leggendario fotografo ungaro-americano Robert Capa. Sono immagini che rappresentano l'epopea del reportage di guerra del XX Secolo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 07 marzo 2001 - 11:03

"Il desiderio di ogni corrispondente di guerra è di restare disoccupato". Questa frase del grande fotografo, stampigliata su una parete del museo tra le sue fotografie, esprime bene il profondo umanesimo che animava Robert Capa. A renderlo celebre, il reportage della guerra civile spagnola e quello della seconda guerra mondiale. Sempre le sue foto documentavano cosa significasse la guerra per la popolazione civile, rivelando così d'aver intuito precocemente - e questo è il dato significativo della genialità di Capa - una svolta essenziale nella storia del secolo: che cioè il campo di battaglia non è più l'unico teatro delle operazioni di guerra.

Nato a Budapest nel 1913 con il nome di Endre Ernö Friedmann, per le sue idee politiche di sinistra deve andarsene da studente in esilio a Berlino. Qui comincia a lavorare in un'agenzia fotografica, per la quale nel 1932 va a Copenaghen per coprire una conferenza di Leone Trotzkij. L'anno seguente, a causa della sua origine ebrea e dell'avanzata del nazismo, si trasferisce a Parigi, dove conosce Gerda Taro (l'ebrea tedesca Gerda Pohorylle) che gli cambia il nome in quello di Robert Capa e inventa la leggenda del grande fotografo americano.

Il successo è immediato; e i prezzi dei suoi scatti salgono alle stelle. Nel '36 scoppia la guerra civile in Spagna, e riviste come Life, Weekly Illustrated, Vu, Ce Soir, pubblicano i suoi reportage. Le sue foto, scattate sia al fronte che nelle retrovie, esprimono vicinanza, angoscia, desolazione e morte.

La sua celebre "Morte di un soldato repubblicano" ("Falling Soldier") fa il giro del mondo. Nel 1938 passa sei mesi nella Cina minacciata dal Giappone. L'anno seguente emigra negli Stati Uniti e dal '41 al '45 fotografa la seconda guerra mondiale in Europa, al seguito dell'armata americana in Italia, in Gran Bretagna, in Normandia e in Germania.

Nel 1947, insieme con Henri Cartier-Bresson e David Seymour, fonda la famosa agenzia Magnum, sotto forma di cooperativa di fotoreporter. Dopo un viaggio nell'Europa dell'Est (Russia, Cecoslovacchia e Ungheria), compie tre viaggi in Israele. Dal '50 al '53 si dedica allo sviluppo dell'agenzia Magnum e alla vita mondana. Nel 1954 decide di coprire la guerra d'Indocina per la rivista Live, ma il 25 maggio, seguendo un convoglio francese, salta su una mina.

Le immagini esposte a Losanna sono una selezione operata dal fratello di Capa, Cornell, insieme con il suo biografo Richard Whelan. Dai circa 70'000 negativi lasciati dal grande fotografo, ne sono stati selezionati poco meno di un migliaio, che Cornell Capa e Richard Whelan amministrano con oculatezza. Per l'esposizione itinerante che adesso si trova al Musée de l'Elysée, sono state scelte poco più di 200 foto.

Si tratta certamente delle immagini più significative, ma anche di quelle che servono a costruire e perpetuare il mito del loro autore: uomo seducente, sicuro di sé, carismatico, scomparso tragicamente al culmine del successo. Così, accanto ai reportage di guerra, ecco le immagini che documentano l'amicizia stretta da Capa con numerosi intellettuali, scrittori, pittori e artisti di fama mondiale. Tanto per fare qualche nome: Pablo Picasso, Ernest Hemingway, Henri Matisse, John Steinbeck, Ingrid Bergman, Humphrey Bogart.

All'osservatore attento non può certo sfuggire l'epopea del reportage rappresentata dall'opera di Robert Capa. Questo grande fotografo della verità, che lavorava più con istinto che con metodo, che si sentiva più giornalista che artista, è diventato un modello per generazioni di fotoreporter, nonostante qualche ombra aleggi ancora sull'autenticità di alcuni tra i suoi scatti più famosi. Ma Capa ci ha lasciato comunque una profonda, umanissima testimonianza di alcuni tra gli avvenimenti più tragici ed essenziali del secolo appena concluso.

Silvano De Pietro

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