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Con Luiz Inacio Lula da Silva tredici anni fa il Partito dei lavoratori ha conquistato la presidenza del Brasile.

KEYSTONE/EPA EFE/ANTONIO LACERDA

(sda-ats)

Le elezioni municipali di domenica scorsa in Brasile hanno punito il Partito dei lavoratori (Pt) degli ex presidenti Lula da Silva e Dilma Rousseff, che hanno governato ininterrottamente negli ultimi tredici anni.

Sul voto hanno pesato l'impeachment della presidente Dilma Rousseff, destituita lo scorso 31 agosto con un contestatissimo voto al Senato, che ha fatto gridare al golpe istituzionale il primo capo di Stato donna della principale economia sudamericana, e l'inchiesta Lava Jato, la "Mani Pulite" brasiliana, che ha scoperchiato un giro di tangenti milionarie pagate a partiti e singoli politici con i fondi neri dell'azienda petrolifera di Stato Petrobras.

Al primo turno, il Pt ha perso oltre la metà dei sindaci e poco oltre il 40% dei consiglieri comunali. Per molti elettori, la sconfitta del Pt significa una vittoria della lotta contro la corruzione politica.

Ma il Partito progressista (Pp, di destra), che con 32 esponenti politici ha il maggior numero di indagati nell'inchiesta Lava Jato, è uscito vittorioso dalla tornata elettorale e si è trasformato nella quarta forza politica per numero di municipi conquistati, ben 494.

Così come il Pmdb, il grande partito centrista, che ha conquistato 1027 municipi, nonostante i sette indagati, alcuni dei quali di grande rilievo nazionale, come Renan Calheiros, presidente del Senato, e Romero Jucà, ex ministro del governo di Michel Temer, subentrato a Dilma Rousseff.

Nonostante il vento giustizialista che ha affossato il Pt, decine di indagati sono riusciti a farsi eleggere come sindaci o consiglieri comunali e altrettanti potrebbero diventarlo dopo il ballottaggio del prossimo 30 ottobre.

Le urne non hanno quindi punito i politici corrotti o con problemi giudiziari.

sda-ats

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