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Un'immagine simbolica mostra due turisti musulmani a Interlaken (foto d'archivio).

Keystone/PETER SCHNEIDER

(sda-ats)

Il velo islamico, nell'economia privata, non è motivo di licenziamento: lo ha stabilito un tribunale bernese dopo il ricorso presentato da una giovane serba, allontanata dal posto di lavoro a causa del suo abbigliamento.

Si tratta della prima sentenza del genere negli ultimi 25 anni. Protagonista della vicenda, rivelata oggi dalla "SonntagsZeitung", è una 29enne, impiegata da lungo tempo presso una lavanderia, che agli inizi del 2015 si è presentata al lavoro con i capelli coperti e che è stata posta davanti a un ultimatum dai suoi superiori: via il velo, per ragioni di sicurezza e igiene, altrimenti scatta il licenziamento. La donna non ha ceduto ed è stata mandata a casa.

Chiamato in causa da un ricorso dell'interessata, inoltrato grazie all'appoggio fornito dal Consiglio centrale islamico della Svizzera (IZRS), il tribunale regionale di Berna-Mittelland è ora giunto alla conclusione - la sentenza risale allo scorso settembre - che il licenziamento è da considerarsi abusivo.

Il giudice ha preso questa decisione appellandosi alla libertà religiosa garantita dalla costituzione, mentre l'azienda non è stata in grado di provare che il porto del velo era contrario ai regolamenti interni: dovrà quindi versare alla sua ex dipendente l'equivalente di tre mesi di salario e un risarcimento di 8 mila franchi.

Ferah Ulucay, segretaria generale dell'IZRS, ha spiegato che simili casi in Svizzera sono numerosi, ma solo pochi approdano nelle sale dei tribunali.

Soddisfazione è intanto stata espressa da Önder Günes, rappresentante della FIDS, la Federazione delle organizzazioni islamiche svizzere: la sentenza prova che "i criteri per l'assegnazione di un posto di lavoro devono basarsi sulle competenze e non sugli abiti indossati".

Molto critica, invece, Saïda Keller-Messahli, fondatrice e presidente del Forum per un Islam progressista: il velo, per gli islamici, è solo un accessorio, ha detto, e le regole di abbigliamento non possono rientrare nella sfera della libertà religiosa.

Il direttore della lavanderia, raggiunto dall'ats, ha affermato che la sua azienda accetta la decisione del tribunale: ha comunque sottolineato che la donna non è stata licenziata "in ragione della sua appartenenza etnica", ma perché non ha rispettato le norme vestimentarie e igieniche.

sda-ats

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