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I banditi dell'Audi gialla con targa ticinese avevano lanciato una sfida a gennaio, pensando di poter restare impuniti sfrecciando in Italia a oltre 260 chilometri all'ora in autostrada e a 200 in contromano, ma a vincere "è stato lo Stato".

Le manette sono scattate ai polsi in Grecia del presunto autista, un albanese di 36 anni, già noto alle forze dell'ordine, e il cerchio che si sta chiudendo verso i componenti dell'intera banda.

L'uomo è stato bloccato tramite il servizio di cooperazione internazionale del Ministero dell'Interno e con la collaborazione della polizia ellenica.

Una vittoria arrivata dopo indagini meticolose, sul campo e attraverso intercettazioni, con una squadra di carabinieri dedita solo ad arrivare all'arresto dei banditi dell'Audi gialla. "Abbiamo voluto vincere la sfida - ha sintetizzato il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio - che questi signori avevano voluto lanciare in modo arrogante e pericoloso allo Stato, alla forze dell'ordine e alla società civile".

C'è uno spirito di soddisfazione e orgoglio nelle parole degli inquirenti che hanno condotto le indagini su una vicenda che era esplosa a livello mediatico sul gruppo, composto da 3-4 persone, che per circa una settimana, a inizio anno, compariva di notte sulle strade del Nordest italiano a bordo di una Audi gialla per compiere furti.

Auto intercettata più volte dalle forze dell'ordine tra Veneto e Friuli, anche inseguita, esplosi alcuni colpi a scopo intimidatorio, ma poi lasciata allontanarsi al fine di evitare possibili incidenti, vista la folle velocità della vettura in fuga, "per non mettere a repentaglio l'incolumità delle persone sulle strade.

Tutte le forze di polizia hanno usato grande equilibrio per evitare danni collaterali". Alla fine, il 25 gennaio scorso, l'Audi è stata trovata bruciata ad Onè di Fonte (Treviso), ma nelle mani dei carabinieri è rimasto un particolare, forse una carta, con un'impronta e anche da questo, grazie al lavoro dei Ris di Parma, si è chiuso il cerchio attorno all'uomo, fermato mentre con la famiglia aveva appena superato il confine greco per andare a trovare i suoceri.

Un personaggio definito dagli investigatori "scaltro, di alto livello criminale" che in questi mesi ha girato tra Italia, Francia e Germania, usando alias e documenti falsi, prima di fare ritorno in Albania.

Forse nella terra delle Aquile sono andati anche i componenti della banda che mancano all'appello, tutti usciti dall'Italia dopo essersi sbarazzati dell'auto. Indagini sono in corso per possibili favoreggiamenti nei loro confronti mentre erano in Veneto, con probabili basi d'appoggio tra le province di Venezia e Treviso.

"Gli eravamo molto vicini" hanno detto i carabinieri. Banditi che avrebbero continuato a usare una vettura per alcuni giorni anche dopo che era diventata 'famosa', con i fermi immagine in autostrada e a un distributore di benzina finiti sui media, proprio perché sarebbero stati convinti di poter godere di una sorta di impunità vista la spericolatezza e la velocità oltre ogni limite tenuta sulle strade.

Sul piano dei reati, a carico del presunto autista c'è l'accusa, su un mandato di arresto europeo emesso dal Gip lagunare, di furto pluriaggravato per due 'colpi' a Aan Donà di Piave (Venezia), di ricettazione e di resistenza a pubblico ufficiale. A suo carico anche una pendenza emessa dal tribunale di Bolzano sempre per reati predatori.

sda-ats

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