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La Corte d'appello di Firenze ha confermato la condanna a 16 anni per Schettino.

KEYSTONE/AP/GREGORIO BORGIA

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Confermata la condanna a 16 anni di reclusione per il naufragio della Concordia a Francesco Schettino, l'ex comandante della nave. Lo ha deciso stasera la Corte d'appello di Firenze.

I giudici di secondo grado sono usciti intorno alle 20:30, dopo una camera di consiglio durata oltre otto ore: si erano riuniti alle 12:15 circa. L'unico imputato, Francesco Schettino, era assente: ha preferito rimanere a Meta (Napoli).

La corte ha confermato la sentenza di primo grado nei confronti del comandante della Costa Concordia inflitta dal tribunale di Grosseto il 9 febbraio 2015: 16 anni di reclusione e un mese di arresto.

Confermando la sentenza la corte d'appello di Firenze ha inflitto però una pena accessoria più pesante per Francesco Schettino: l'interdizione per 5 anni da tutte le professioni marittime. In primo grado l'interdizione, per 5 anni, era solo per l'attività di comandante di una nave, accompagnata anche dal divieto dell'uso del titolo di comandante. La corte ha così accolto una richiesta contenuta nel ricorso fatto dalla procura di Grosseto avverso alla sentenza di primo grado. La pena accessoria è stata inflitta in relazione all'imputazione di naufragio colposo.

Rideterminate, per parte dei naufraghi, anche le somme a titolo di risarcimento danni, aumentate di una media di 15 mila euro a persona circa. Questo quanto stabilito nella sentenza emessa stasera. Per il Comune del Giglio è stata confermata una provvisionale da 300'000 euro per il danno non patrimoniale. Soddisfazione parziale di alcuni legali di parte civile che hanno annunciato di voler proseguire nelle loro istanze per ottenere risarcimenti più consistenti.

Il processo d'appello si era aperto il 28 aprile scorso: dieci in tutto le udienze.

Il 13 gennaio 2012 la Costa Concordia era in navigazione da Civitavecchia a Savona. Era una crociera nel mar Mediterraneo della compagnia Costa Crociere, un itinerario di successo tra la clientela, anche in mesi invernali. A bordo, tra passeggeri e membri dell'equipaggio, 4'229 persone.

Il comandante Francesco Schettino ordinò una rotta ravvicinata all'Isola del Giglio, per motivi turistici, e delegò la plancia di comando a seguirla mentre era a cena in un ristorante della nave. Quando Schettino andò a riprendere il comando, la nave era sulla rotta sbagliata, puntava l'isola e solo all'ultimo istante, notando il riflesso di scogli affioranti, tentò un manovra correttiva che però non ebbe esito positivo.

L'urto fu alle 21:45 di sera. Si parlò di 'inchino' ma l'intenzione era di una navigazione parallela per 'salutare' l'isola e le sue luci. Le rocce squarciarono l'acciaio, la nave andò fuori controllo, scarrocciò nella baia davanti all'isola e poi, spinta da un vento di grecale e dalle correnti, si adagiò su un fianco davanti al porto del Giglio. Nell'urto non morì nessuno, ma nelle ore successive 32 persone non uscirono vive dalla Concordia, bambini compresi. Gli altri si misero in salvo, graziati dalla vicinanza dell'isola che si mobilitò nei soccorso. I soccorsi proseguirono anche nei giorni successivi. Non tutti i dispersi morirono. A distanza di tempo furono trovati ancora vivi una coppia di giovani sposi coreani ed il commissario di bordo Manrico Giampedroni con una gamba fratturata.

Invece il comandante della nave Francesco Schettino venne fermato poche ore dopo il naufragio sull'isola. Fu portato in carcere. Scarcerato, da allora è impegnato a far valere una sua verità che - in base ai riscontri tecnici emersi nel tempo - gli fanno attribuire colpe importanti agli ufficiali che si trovarono in plancia di comando quella sera, che secondo lui non lo avvisarono per tempo della rotta verso l'isola, e al timoniere indonesiano che per incomprensioni linguistiche equivocò l'ultimo ordine decisivo, dato da Schettino in inglese, virando dalla parte opposta al necessario.

sda-ats

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