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L'errore più grande della sua vita lo sta pagando con la prigione, ma è felice di raccontarlo, perché è grata di essere ancora viva. Laura Passoni, una delle 'mogli del califfato' riuscite a fuggire dalla Siria, racconta alla Ap la storia.

Che ha anche messo nero su bianco in un libro, 'Nel cuore del Daesh con mio figlio', per scoraggiare quelle donne che, come lei anni fa, sono pronte a lasciare l'Europa per dedicare la vita alle false promesse dell'Isis.

Laura Passoni, di origini italiane, è stata condannata in Belgio, suo Paese natale, il 23 marzo scorso, un giorno dopo gli attentati a Bruxelles, per essersi unita alla jihad. Ha anche perso l'affidamento dei suoi due bambini, accuditi ora dai nonni, e le è vietato contattare il padre di uno dei due piccoli, in prigione per lo stesso reato.

La donna è partita per la Siria a giugno 2014. Aveva 29 anni, un bambino che cresceva da sola, e conobbe su internet Oussama, altro belga come lei che già si era installato in Siria e la reclutò via web, invitandola ad andare assieme al suo bimbo di 4 anni. Una volta arrivata, racconta di essersi immediatamente resa conto dell'errore che aveva commesso: partire è stata l'ultima decisione che ha preso in autonomia, da lì in poi la sua vita è stata al pari di una prigionia. "Perché scelgono le donne?, perché facciamo bambini, specialmente maschi, al califfato servono eredi", racconta, spiegando di essere partita perché sperava di resettare la sua vita e perché i reclutatori su Facebook le avevano detto che in Belgio non sarebbe mai stata una buona musulmana.

In Siria, rimase incinta di Oussama, e la gravidanza fu difficile, non ebbe nessun aiuto. Lo stesso Oussama non era convinto di quanto stava facendo, e forse per questo accolse la sua richiesta di andare via insieme e di tornare in Belgio. Laura gli è grata, racconta, perché pur sapendo che a casa lo aspettava la prigione, con lei ha attraversato il deserto della Turchia di notte per scappare. "L'ho fatto soprattutto per mio figlio piccolo, non volevo che diventasse un terrorista come loro. Poi l'ho fatto per il bambino che avevo in grembo, e infine per me stessa, perché come donna non sarei mai stata libera. Non c'era una vita. In Belgio avevo un lavoro", spiega.

Ora non può avere contatti con Oussama per 5 anni, mentre può vedere i bambini. "Al piccolo di sei anni ho spiegato l'errore che ho commesso e quando diventerà grande gli insegnerò a vedere la verità e a non cadere in queste trappole", racconta Laura.

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SDA-ATS