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Il presidente filippino Duterte

Keystone/EPA PPD/KARL NORMAN ALONZO/PPD/HANDOUT

(sda-ats)

In campagna elettorale aveva promesso di massacrare i criminali; dopo neanche due mesi al governo, è chiaro che il presidente filippino Rodrigo Duterte ha tutta l'intenzione di mantenere gli impegni presi.

Oltre 700 spacciatori di droga uccisi dalla polizia, altri mille omicidi imputati a "vigilantes" legati ai cartelli del narcotraffico. Cifre condannate ora non solo dalle associazioni per i diritti umani, ma direttamente dall'Onu, tanto da spingere il nuovo leader di Manila a minacciare di ritirare il Paese dall'organizzazione.

L'aggiornamento sul bilancio delle vittime dal primo luglio, data dell'entrata in carica del presidente trionfalmente eletto lo scorso maggio, sono state fornite oggi dal capo della polizia Ronald Della Rosa durante un'interrogazione al Senato.

L'operazione "Double Barrel" ("doppia canna", di arma da fuoco) ha causato 712 morti tra gli spacciatori, e 1.067 criminali le cui morti sono ancora sotto indagine, ma che la polizia - almeno ufficialmente - ha condannato. Una media di 34 morti al giorno: non siamo ai livelli dei "100mila criminali da uccidere in sei mesi" annunciati da Duterte prima di essere eletto, ma il ritmo è già ora senza precedenti. Da gennaio a maggio, "solo" 39 spacciatori erano stati uccisi.

Duterte non sembra voler dare ascolto alle critiche, che ormai arrivano copiose. Anzi: forte del consenso popolare per i suoi metodi spicci, le sfrutta per rafforzare la sua popolarità. La senatrice che ha richiesto l'interrogazione parlamentare è stata accusata di essere legata al narcotraffico.

Pochi giorni fa l'inviata speciale dell'Onu sulle esecuzioni sommarie, Agnes Callamard, aveva accusato la tolleranza zero di Duterte di violare le leggi internazionali. Il presidente ha risposto ieri sera minacciando di far uscire le Filippine dall'Onu.

Già oggi il suo ministro degli esteri ha minimizzato tali parole, attribuendole alla "frustrazione e stanchezza" di Duterte. Ma il messaggio del vulcanico presidente filippino resta: intende tirare dritto, ed estirpare il problema sociale della droga a ogni costo.

Dopo le struggenti fotografie emerse settimane fa di cadaveri nelle strade di notte, spesso con il cartello "sono uno spacciatore" lasciato sul petto dagli assassini, Duterte ha costantemente ribadito il senso della sua missione, facendo intendere che gli uccisi hanno avuto quello che si meritavano.

In politica interna, la sua scelta sta pagando. Duterte rimane estremamente popolare e le preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani non sembrano preoccupare l'opinione pubblica. Ma la sua "guerra alla droga" sta attirando sul Paese attenzioni negative come non succedeva da tempo, con conseguenti rischi anche per gli investimenti stranieri.

Nei sei anni sotto il suo posato predecessore Benigno Aquino, la crescita economica e la sensazione che il Paese stesse mettendo le basi giuste avevano fatto dimenticare l'antico soprannome di "malato d'Asia" appiccicato a un arcipelago con una turbolenta storia di leader "macho" ma a capo di sistemi piagati da inefficienza e corruzione. E ora che a Manila c'è un presidente che spara senza prima fare domande, tale immagine è tornata più forte che mai.

sda-ats

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