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Le ricerche si erano concentrate in questa zona dopo la scomparsa

Keystone/Joint Agency Coordination Centre/

(sda-ats)

Tre anni di ricerche infruttuose, e ora la resa. La caccia ai resti del volo Malaysia Airlines 370, scomparso nel nulla nella notte dell'8 marzo 2014 e verosimilmente precipitato nell'Oceano Indiano, è stata oggi dichiarata conclusa.

Il più grande mistero nella storia dell'aviazione resterà tale, nonostante circa 150 milioni di dollari spesi nella più massiccia task force di recupero di sempre e le ripetute promesse dei politici dei Paesi coinvolti. I governi di Malaysia, Cina (che perse oltre 150 passeggeri) e Australia (la più vicina al punto delle ricerche) hanno ammesso questa mattina la loro sconfitta, con un comunicato dell'agenzia che ha coordinato la task force che ha perlustrato invano 120mila chilometri quadrati di oceano. "La decisione di sospendere le ricerche subacquee non è stata presa alla leggera, né senza tristezza", conclude il testo.

La parola fine è giunta dopo 34 mesi di speranze e cocenti delusioni. Dapprima il calcolo della più probabile area del disastro sulla base di complicati e controversi calcoli incrociati, poi la ricerca fallita delle scatole nere, infine le estensioni dell'area di ricerca una volta sopraggiunte nuove analisi dei dati. Che il Boeing sia precipitato nell'Oceano Indiano è una certezza: alcuni detriti sono arrivati fino all'isola di Reunion, migliaia di chilometri più in là a est del Madagascar, e un'altra ventina di piccoli resti attribuiti con ogni probabilità all'MH 370 sono stati ritrovati in altre spiagge. Ma del relitto principale, se esiste ancora in un'area precisa date le imponenti correnti oceaniche, mai nessuna traccia.

Poche settimane fa, la beffa: analisti australiani hanno calcolato che il punto dell'impatto con l'acqua era probabilmente più a nord, raccomandando di estendere ancora una volta le ricerche. Ma i soldi stanziati erano finiti, e così la pazienza dei governi. Dopo aver perlustrato un'area grande come il 40 per cento dell'Italia, passando al setaccio abissi profondi anche 6 mila metri, sfidando condizioni atmosferiche proibitive e onde alte come case di cinque piani, la sensazione di inutilità dello sforzo ha preso il sopravvento.

Per la Malaysia, è un'umiliazione. Il governo di Najib Razak, criticato all'inizio per la reticenza nel fornire informazioni chiare e per la generale incompetenza nella gestione dell'emergenza, non ha mantenuto le promesse di cercare il Boeing finché non sarà ritrovato. I parenti delle vittime, senza pace da allora, avevano alimentato polemiche che hanno anche incrinato i rapporti tra Kuala Lumpur e Pechino, proprio la rotta che avrebbe dovuto seguire l'MH 370. E anche oggi, alla notizia della cessazione delle ricerche, ci sono state reazioni negative e proteste. "Non è una situazione accettabile. Come si può permettere che accada una cosa del genere e lasciarla insoluta?", si è chiesta Grace Subathirai Nathan, figlia di una vittima. Voice 370, un gruppo di sostegno ai parenti, ha affermato in un comunicato che "fermare le ricerche a questo punto è a dir poco irresponsabile".

L'aereo, è stato accertato, aveva eseguito una deliberata virata verso sud-ovest, precipitando a carburante esaurito dopo sette ore. Sui motivi di quella scelta è spuntata una ridda di congetture, dall'ipotesi del suicidio di uno dei due piloti malesi a quella di un intervento esterno. Come il punto dell'inabissamento, anch'essi rimarranno avvolti nel mistero.

SDA-ATS