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Il pressing di una trentina di Paesi, dagli Usa all'India, dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dell'Ue non è bastato per convincere la Cina ad ammettere di essere la responsabile della crisi mondiale dell'acciaio.

Pechino non si è piegata, ricordando l'impegno già preso di ridurre di 100-150 milioni di tonnellate la sua capacità produttiva nei prossimi cinque anni. E la volontà di molti di concordare misure concrete per la riduzione della sovraccapacità produttiva globale è rimasta una generica dichiarazione d'intenti.

Così si è concluso l'incontro del gruppo di alto livello Ocse sull'acciaio convocato dal Belgio a Bruxelles, dove l'invitato d'onore e allo stesso tempo il convitato di pietra era proprio Pechino. Le tensioni sul finale della riunione sono state così vive che il viceministro cinese del commercio Zhang Ji ha deciso di partecipare alla conferenza stampa finale quando questa era già a metà, interrompendo gli attoniti presenti con una lunga dichiarazione "per spiegare la posizione cinese".

"La Cina non fornisce nessun sussidio alle esportazioni di acciaio, al contrario le ha ristrette per alcuni prodotti imponendo dazi, e questo è dimostrato anche dai casi portati al Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio) contro la Cina che ci hanno dato ragione", ha affermato Ji, dicendosi "scioccato" dalla domanda di una giornalista sugli aiuti di stato ai produttori cinesi.

Pechino ha sostanzialmente rinviato la palla al mittente: le ragioni della sovraccapacità della produzione di acciaio, che è un "problema globale", sono da ricercarsi piuttosto nella crisi economica che è durata più a lungo del previsto. "Se l'appetito dei consumatori è cambiato, non è colpa di chi produce il cibo", ha illustrato con una metafora il viceministro. "La Cina è seriamente impegnata a ridurre la sovraccapacità", ha assicurato Ji, ricordando le misure concrete già prese, dal taglio della produzione all'introduzione di dazi sulle esportazioni di alcuni prodotti.

sda-ats

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