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Il conflitto israelo-palestinese entra in sala parto. In alcuni ospedali di Israele, in aperto contrasto con le regole fissate dal ministero della sanità, le partorienti ebree sono spesso ricoverate su loro richiesta in stanze diverse da quelle che ospitano le arabe.

Un servizio di denuncia trasmesso in mattinata dalla radio statale ha scatenato una ridda di reazioni e di commenti. La stessa giornalista che lo ha presentato è stata poi attaccata su Facebook, e ricoperta di contumelie. Ancora una volta la società israeliana ha dimostrato di avere - almeno su certi temi - i nervi scoperti.

Fingendosi in stato avanzato di gravidanza, la cronista della radio ha telefonato ad alcuni ospedali delle principali città tastando prudentemente il terreno per verificare se dopo il parto ci fosse il modo di garantirle che avrebbe trascorso i giorni di degenza fra partorienti ebree, possibilmente non assieme a donne arabe. In alcuni casi è stata "rassicurata", in altri le è stato detto che i suoi desideri sarebbero stati esauditi, se lo spazio a disposizione lo avesse consentito. Solo da un ospedale di Haifa e da uno di Beer Sheva le è stato gelidamente risposto che la sua era una domanda indegna.

Sulla carta quest'ultima è appunto la posizione ufficiale di Israele. Anche oggi il ministero della sanità ha ribadito che nel sistema sanitario non sono ammesse distinzioni di sorta, né di carattere etnico, né religioso. Ma il senso di malessere si è presto diffuso e il servizio sulle partorienti ha monopolizzato le trasmissioni della giornata e i dibattiti sul web.

In serata il ministero della sanità ha annunciato che rafforzerà l'applicazione delle regole che vietano tassativamente ogni discriminazione negli ospedali. Ma non ha precisato se provvederà a punire chi l'abbia introdotta, o solo tollerata.

sda-ats

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