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Poliziotti messicani in azione dopo il rapimento di Alfredo Guzman

KEYSTONE/EPA EFE/ULISES RUIZ BASURTO

(sda-ats)

Il sequestro di Alfredo Guzman - figlio del "Chapo" Guzman, capo del cartello di narcotrafficanti di Sinaloa - potrebbe essere un messaggio al superboss messicano della droga, per avvertirlo che non deve violare la legge dell'omertà quando sarà estradato negli Usa.

È questa l'ipotesi formulata da vari analisti locali dopo il sequestro di sei persone, fra le quali il figlio del "Chapo", avvenuto lunedì scorso in un ristorante di lusso di Puerto Vallarta, nota località turistica della costa pacifica messicana.

Secondo Eduardo Guerrero, specialista in temi di narcobande, la cattura di Alfredo Guzman deve essere vista come un "ricatto potenziale" indirizzato al superboss, attualmente rinchiuso nel carcere di Ciudad Juarez: se accetta una qualche proposta di collaborazione da parte delle forze di sicurezza americane, sarà la sua famiglia che pagherà il prezzo della sua "infamia".

Resta il fatto che il clamoroso sequestro di Puerto Vallarta è ancora avvolto nel mistero. Non è chiaro, per esempio, se i sette uomini armati che hanno fatto irruzione del ristorante "La Leche" siano stati inviati da una fazione rivale del cartello di Sinaloa - scontenta per il fatto che il figlio del "Chapo" ha ereditato il controllo della banda - o da un cartello rivale, quello di Jalisco Nueva Generacion.

Il cartello di Sinaloa e quello di Jalisco Nueva Generacion sono considerati i due gruppi che controllano attualmente il narcotraffico in Messico, ed erano alleati fino alla fine dell'anno scorso, essenzialmente per combattere bande minori come Los Zetas, nate dalla frammentazione del cartello del Golfo. La cattura del "Chapo" avrebbe aggravato lo scontro fra i due gruppi, scontro che si concentra sul controllo del porto di Manzanillo, sulla costa pacifica, da dove entrano in Messico grandi carichi di stupefacenti e di elementi chimici per la produzione di droghe sintetiche.

sda-ats

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