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Uno scandalo di proporzioni planetarie fa tremare i leader e i vip di mezzo mondo.

I Panama Papers, milioni di documenti che hanno origine in uno studio legale internazionale specializzato in paradisi fiscali, gettano l'ombra del sospetto su fortune riconducibili - pare - all'entourage di Vladimir Putin e del suo arcinemico ucraino Petro Poroshhenko, a familiari del leader cinese Xi Jinping e al re saudita, al defunto padre del premier britannico David Cameron, a primi ministri e loro parenti, a criminali, personaggi dello spettacolo e dello sport come Leo Messi e Michel Platini, a funzionari d'intelligence, a celebrità varie.

Tutti uniti, stando a queste esplosive rivelazioni, da una gigantesca rete di banche e consulenti - un buon numero in Svizzera - in grado di dirottare di nascosto da ogni controllo di legalità, verso discreti isolotti off-shore, masse di denaro: miliardi e miliardi di dollari.

Le rivelazioni sono saltate fuori da uno sterminato archivio di documenti denominati Panama Papers fatti filtrare da uno studio legale, Mossack Fonseca, con sede nel Paese centroamericano del canale: non molto noto ma con uffici sparsi nei 5 continenti da Miami, a Hong Kong, a Zurigo, a 42 altre località. Il quale afferma tuttavia di aver sempre rispettato i protocolli internazionali per essere certi che le società da esso messe in piedi non fossero usate per evasione fiscale, riciclaggio, finanziamento del terrorismo o altre attività illecite.

I documenti sono stati passati al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung e da questo condivisi poi con un pool di oltre 300 reporter investigativi di vari media internazionali fra cui i britannici Guardian e Bbc. In Svizzera il lavoro è stato coordinato dalla cellula d'inchiesta di "Matin Dimanche" e "SonntagsZeitung/Tages-Anzeiger".

Il Guardian si concentra in apertura della sua edizione online solo su Putin, da tempo nel mirino di Washington e di Londra sullo sfondo dello scontro geopolitico in atto fra Mosca e l'occidente. Il leader russo viene ritenuto coinvolto indirettamente attraverso la figura di Serghei Roldugin: un musicista indicato fra i suoi migliori amici e padrino di battesimo di una delle sue figlie, che appare il terminale - almeno nominale - di un trasferimento sotto banco di ben due miliardi di dollari partiti da Bank Rossia (istituto di credito guidato da Yuri Kovalciuk, che gli Usa sostengono essere una sorta di banchiere del Cremlino) per essere indirizzati poi a Cipro e nel paradiso delle Isole Vergini Britanniche. Sospetti che peraltro un portavoce del Cremlino ha subito respinto come una montatura politica, assicurando che Mosca ha i mezzi per difendere in sede legale la reputazione di Putin.

Ma non è solo la Russia al centro di uno scandalo che si basa sulla bellezza di 11 milioni di documenti analizzati da giornalisti di 76 Paesi: di fatto la più grande fuga di notizie o indiscrezioni nella storia della finanza e della politica, persino più vasta di quelle di Wikileaks nel 2010 e delle intercettazioni della Nsa americana svelate da Edward Snowden nel 2013.

Carte nelle quali compaiono i nomi di almeno 140 tra politici, personaggi famosi, imprenditori e sportivi e di 12 leader politici tra re, presidenti e primi ministri. I 307 reporter dell'International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), impegnati per mesi a spulciare le carte, allargano la cerchia dei sospetti a personaggi dei Paesi di appartenenza.

E così in Italia l'Espresso evoca Luca Cordero di Montezemolo, l'imprenditore Giuseppe Donaldo Nicosia, latitante e coinvolto in un'inchiesta per truffa con Marcello dell'Utri, l'ex pilota di Formula 1 Jarno Trulli oltre a Ubi e Unicredit; mentre Haaretz cita ad esempio alcuni dei più ricchi e influenti uomini d'affari di Israele.

Non mancano intere società che secondo i Panama Papers farebbero riferimento diretto ai capi di governo di Islanda - il premier islandese Sigmundur Gunnlaugsson dovrà riferire già oggi in parlamento sulla vicenda che lo vede coinvolto insieme con la moglie - e Pakistan. Mentre emergono presunte somme da capogiro sottratte e beni di lusso (fra cui yacht da favola) al fisco da Salman re dell'Arabia Saudita, dal re del Marocco Mohammad VI, dai figli del presidente dell'Azerbaigian, dal presidente filo-occidentale ucraino Poroshenko. E pure da da familiari di Xi Jinping: il leader di Pechino che a parole ha fatto della lotta alla corruzione il suo slogan. Altro denaro risulta riconducibile a 33 sigle o individui inseriti nella lista nera degli Usa per asserite connessioni con i signori della droga messicani, con organizzazioni definite terroristiche come gli Hezbollah sciiti libanesi, con Stati quali Corea del Nord o Iran.

E non finisce qui. Perchè a essere toccati dal sospetto sono il mondo dello sport miliardario e quello dello spettacolo. Ecco allora saltar fuori il nome del campionissimo Lionel Messi, bandiera del calcio argentino e del Barcellona, e quello di Michel Platini, ex fuoriclasse della Juventus e dirigente attualmente sospeso dell'Uefa, oppure quello dell'attore cinese Jackie Chan. E ancora dirigenti sportivi sudamericani già comparsi nello scandalo Fifa, come l'ex vicepresidente del calcio mondiale Eugenio Figueredo e suo figlio Hugo, nonchè l'uruguaiano Juan Pedro Damiani, del comitato etico della Fifa.

Un elenco di ricchi, potenti e famosi che - dai misteri di Panama, a cavallo fra due oceani - chissà quale tsunami sarà ancora in grado di sollevare.

Enti svizzeri molto attivi

Oltre 1200 enti svizzeri figurano tra le 14'000 banche, studi di avvocati e intermediari che hanno contribuito a creare le società offshore oggetto dell'indagine giornalistica "Panama Papers". Solo Hong Kong e la Gran Bretagna ne contano di più.

E gli intermediari elvetici risultano fra i più attivi. Secondo quanto rivela il consorzio internazionale dei giornalisti d'inchiesta hanno contribuito alla creazione di 34'300 delle circa 214'000 società offshore individuate, ossia il 16% del totale.

UBS, Credit Suisse (tramite una filiale) e HSBC Svizzera figurano tra le banche più attive nella registrazione di società-schermo.

sda-ats

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