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Nepal: Everest killer, tre morti in quattro giorni (foto d'archivio).

KEYSTONE/AP/TASHI SHERPA

(sda-ats)

L'Everest torna a essere una montagna killer: tre alpinisti sono morti negli ultimi quattro giorni, mentre altri tre sono dispersi sul versante nepalese. A questi vanno aggiunti ben 30 scalatori che sono stati soccorsi per congelamenti o mal di montagna.

Altri due, tra cui uno sherpa, hanno invece perso la vita venerdì su altre due cime oltre gli ottomila metri in Nepal.

L'arrivo improvviso del maltempo, connesso a un ciclone che si è abbattuto sulla costa orientale indiana e in Bangladesh, sta rendendo difficile la discesa per decine di alpinisti che nei giorni scorsi hanno conquistato l'Everest. La 'finestra di bel tempo' sta infatti per terminare.

Quest'anno l'affollamento del 'tetto del mondo' è stato più intenso del solito dopo i due anni di 'pausa forzata' a causa del terremoto del 25 aprile 2015 e della slavina killer che nel 2014 ha ucciso 16 sherpa.

Il 18 maggio c'erano 464 scalatori stranieri e nepalesi sulle pendici in attesa di raggiungere la vetta nei successivi quattro giorni, mentre 88 (di cui 36 stranieri) erano già saliti. Questo ha fatto sì che in un solo giorno c'erano in 'coda' circa 200 alpinisti.

Da quanto è stato conquistato nel 1953 da Tenzin Norgay e Edmund Hillary la montagna ha mietuto circa 250 vite umane, mentre oltre 4000 sono riusciti nell'impresa.

Sul Lothsè, la quarta cima più alta del mondo, è morto venerdì uno sherpa, le guide nepalesi che accompagnano le spedizioni e che sono essenziali nell'attrezzare con corde e chiodi le vie di salita per i loro clienti stranieri. Il 25enne Phurba Sherpa è caduto in un crepaccio mentre stava "aggiustando" un passaggio a circa 150 metri dalla vetta. Si è trattato di uno dei tanti incidenti sul lavoro per questa comunità spesso ignorata dai circuiti alpinistici internazionali.

Nello stesso giorno un olandese di 36 anni, Eric Arnold, è morto di infarto nella notte mentre scendeva dalla cosiddetta "zona della morte" (7800-8000 metri dove manca l'ossigeno). L'uomo era scampato lo scorso anno ad una valanga al campo base causata dal sisma.

Il giorno dopo ha perso la vita una australiana di 34 anni, Maria Strydom, che ha accusato un forte malore causato dall'altitudine al campo IV, che è l'ultimo prima dell'assalto finale, e non è riuscita a scendere. La donna era una docente di economia e convinta sostenitrice della dieta vegana. Secondo una intervista che aveva rilasciato a marzo, aveva l'ambizione di scalare con il marito le sette cime più alte di ogni continente per dimostrare che anche i vegani sono abbastanza robusti per queste imprese. Anche il marito è stato colpito da uno scompenso cardiaco e ora si trova in ospedale.

Un indiano di 44 anni è invece la terza vittima sempre a causa del mal di montagna dopo aver conquistato la vetta, unico del suo team a riuscire nell'impresa. Subash Paul era stato soccorso, ma non ce l'ha fatta ed è morto ieri al campo base. L'alpinista era con altri quattro indiani e due sherpa.

Tre compagni sono dispersi da sabato sugli 8000 metri, con poche speranze di trovarli vivi. Il governo dello Stato indiano del West Bengala ha organizzato un team di soccorso.

Una quarta scalatrice indiana, è stata soccorsa ed è in cura nell'ospedale del campo base.

Un altro indiano, Rajib Bhattacharya, di 43 anni, è invece morto venerdì mentre scendeva dal Dhaulagiri, la settima vetta più alta del mondo.

sda-ats

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