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Lionel Messi e il padre Jorge davanti ai giudici

Keystone/EPA/ALBERTO ESTEVEZ / POOL

(sda-ats)

La notizia è piombata come un secchio d'acqua gelida sulle vacanze in famiglia di Lionel Messi: un giudice di Barcellona lo ha condannato con il padre Jorge a 21 mesi di carcere, per avere defraudato per 4,1 milioni di euro il fisco spagnolo fra il 2007 e il 2009.

Il cinque volte Pallone d'Oro e migliore giocatore del mondo dovrebbe però evitare la prigione. In Spagna le condanne sotto i 24 mesi sono sospese, soprattutto se come per i Messi non ci sono precedenti penali. La sospensione però deve essere confermata dal giudice. Condannati anche a una multa di 4 milioni, i Messi possono fare ricorso contro la sentenza - come probabilmente faranno - davanti alla Corte suprema.

Per l'accusa Leo e il padre, che gestisce i suoi beni, hanno nascosto al fisco spagnolo i diritti d'immagine del 2007/09, usando un giro di operazioni in società paravento e paradisi fiscali. Da tempo i Messi però hanno sistemato le pendenze con il fisco, pagando 5 milioni di euro. La sentenza ha provocato un mare di polemiche di senso opposto. "Messi condannato a 21 mesi di carcere per frode fiscale, ma non andrà in prigione. Adesso tutti gli evasori fiscali del mondo andranno in Spagna", ha attaccato l'ex-stella del calcio inglese Gary Lineker (tre anni nel Barcellona a fine anni '80).

I tifosi del Barca e l'indipendentismo catalano nei social sono invece insorti contro una "persecuzione" contro Messi, il club blaugrana e la Catalogna, puntando il dito contro Madrid e l'odiato Real. La Procura inizialmente si era opposta al rinvio a giudizio di Leo, ritenendo non fosse al corrente delle operazioni gestite dal padre.

"Io gioco al calcio. Se mio papà mi dice di firmare, mi fido", ha detto Messi ai giudici. L'avvocatura dello stato, ora guidata dall'ex-dirigente del Real Madrid, Marta Silva de Lapueta, figlia di un ex-ministro del dittatore Franco, si era opposta e aveva imposto il processo. Il giurista Xavier Canal ha detto a La Vanguardia che quella dell'avvocatura dello stato è stata una "strana ostinazione" contro Messi.

"Sorprende che si sia andati al processo quando l'imputato aveva regolarizzato la sua situazione con il fisco": "In questi casi di solito si arriva a un accordo" come è successo per altri calciatori. Il Barcellona ha dichiarato "pieno appoggio" a Leo, spiegando in una nota di essere "d'accordo con la Procura nel ritenere che il giocatore, che ha regolarizzato con il fisco, non è in alcun caso penalmente responsabile per i fatti", di cui è accusato.

Nei siti catalani molti fanno un parallelo con il processo contro l'Infanta Cristina, accusata di avare aiutato il marito Inaki Urdangarin a dirottare milioni di euro di fondi pubblici da una Fondazione. La sorella di re Felipe VI ha detto di avere firmato "per amore" fidandosi ciecamente del marito. Procura e avvocatura dello stato hanno fatto di tutto per evitare il suo rinvio a giudizio, imposto poi da un sindacato anti-corruzione. La sentenza è attesa a breve. La "giurisprudenza Messi" si applicherà anche a lei, si chiede, dubitandone, il popolo blaugrana?

sda-ats

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