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Il presidente americano Donald Trump (foto d'archivio).

KEYSTONE/AP/CAROLYN KASTER

(sda-ats)

La Guardia nazionale contro i clandestini. Continua il caos dell'amministrazione Trump a quasi un mese dal suo insediamento, anche se per lui è "una macchina ben oliata".

La nuova polemica, nell'ormai guerra permanente con i media, riguarda la bozza di un documento interno pubblicato dall'AP, secondo cui l'amministrazione Trump starebbe considerando di mobilitare in 11 Stati sino a 100 mila riservisti della Guardia nazionale per individuare i clandestini illegali. Un'ipotesi che sembra materializzare la minaccia telefonica al presidente messicano - poi smentita da Donald Trump - di inviare l'esercito contro i 'bad hombres'.

"Falso al 100%", "irresponsabile dirlo", si è sdegnato il portavoce del presidente, Sean Spicer, assicurando che "non c'è alcuno sforzo di utilizzare la Guarda nazionale per fare retate di immigrati illegali" e precisando che "non si tratta di un documento della Casa Bianca".

Ma è come se la mano destra ignorasse quello che fa la sinistra. Il documento in effetti arriva dal segretario all'Homeland security John Kelly, ma è stato concepito per attuare l'ordine esecutivo firmato da Trump il 25 gennaio scorso per rafforzare la sicurezza al confine con il Messico e dare un giro di vite sugli 11 milioni di clandestini, metà dei quali vive proprio in quegli 11 Stati.

La Guardia nazionale è già stata usata in passato per missioni legate all'immigrazione, ad esempio da George W. Bush a metà anni 2000, ma sarebbe la prima volta di un impiego così massiccio ed esteso.

Nel memo ottenuto dall'AP, le truppe coinvolte avrebbero pieni poteri in materia per indagare, arrestare e detenere gli irregolari e anche chiunque "commetta atti che costituiscono un'offesa criminale imputabile", come si legge nell'ordine esecutivo di Trump, che prevede inoltre l'assunzione di altri 5000 agenti di frontiera.

Insomma, un altro polverone in attesa la prossima settimana del nuovo 'bando' su rifugiati e musulmani che corregga e sostituisca quello bocciato dalla magistratura.

Intanto resta ancora vuoto il posto chiave dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, travolto dal 'Russian-gate' che minaccia sempre più da vicino anche il presidente: il vice ammiraglio Robert Harward ha dato forfait, pare perché insisteva per portarsi il suo team. Un brutto colpo per Trump, che ora punta sul generale Keit Kellogg, suo ex consulente di politica estera durante la campagna elettorale ed ora consigliere per la sicurezza ad interim, o su altri tre nomi non palesati.

La posizione di Flynn però si sta complicando. Da un lato il Wsj ha rivelato che il generale non aveva ricevuto alcuna autorizzazione per accettare soldi da un governo straniero prima del viaggio a Mosca a fine 2015 per un'intervista profumatamente retribuita in occasione del gala per i 10 anni della tv filo Cremlino 'Russia Today', dove sedette vino a Putin.

Dall'altro il Wp ha svelato che Flynn negò all'Fbi di aver discusso delle sanzioni Usa con l'ambasciatore russo prima che Trump si insediasse, contraddicendo il contenuto di intercettazioni telefoniche. Quel che resta in ombra, al di là del gioco delle parti, è se Flynn avesse ricevuto un mandato o meno a parlare e perché Trump ha tenuto all'oscuro per due settimane il suo vice Mike Pence sul contenuto reale di quelle conversazioni.

Possibili legami con la Russia spuntano anche per il magnate Wilbur Ross, ancora in attesa di essere confermato come segretario al Commercio. Sei senatori democratici gli hanno inviato una lettera in cui gli chiedono conto delle sue quote nella Bank of Cyprus, dove è stato vicepresidente, dei suoi rapporti con l'oligarca filo Cremlino Viktor Vekselberg (il secondo maggior azionista della banca, in passato nel cda della sanzionata Rosneft) e Vladimir Strzhalkovsky, che negli anni Ottanta ha lavorato con Putin nel Kgb e con cui Ross ha condiviso la carica di vice presidente nella stessa banca.

SDA-ATS