USA: Trump alza il muro con il Messico e ferma i rifugiati


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Il presidente americano Donald Trump.

KEYSTONE/AP/ALEX BRANDON

(sda-ats)

Via libera alla costruzione del muro con il Messico, dura stretta sull'immigrazione e stop al flusso di rifugiati: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua la raffica di decreti dando seguito alle promesse elettorali che lo hanno portato alla Casa Bianca.

Sono due gli ordini esecutivi che Trump ha firmato oggi al dipartimento di sicurezza interna. "Il muro si farà!", ha garantito il tycoon. Non è chiaro tuttavia chi pagherà per la costruzione della barriera, almeno non in questa fase, lasciando una delle promesse mantenuta di fatto a metà: da "sarà il Messico a pagare per il muro" a "il Messico ci rimborserà".

Così i tweet roboanti del presidente si limano, si spiegano, nella briefing room della Casa Bianca dove il portavoce Sean Spicer precisa che il muro sarà costruito "appena possibile", che Trump lavorerà con il Congresso per lo stanziamento dei "fondi esistenti" e che è una strada praticabile perché ci sono "numerosi meccanismi" che lo permettono.

L'azione esecutiva ha quindi il valore di conferire l'autorità per procedere con il controverso progetto. Il via libera non è però contenuto in una nuova legge - stando alle ipotesi più accreditate - bensì si rifà al testo approvato nel 2006 che autorizzò la costruzione di una barriera per centinaia di miglia lungo la frontiera e che ad oggi, in vari punti, blocca individui e veicoli.

Il passo successivo è quindi lo sblocco di fondi per potenziare quanto già realizzato con 'The Seecure Fence Act', firmato da George W Bush e ultimato nel 2009, quando Barack Obama era già in carica.

Così se "i messicani ci rimborseranno", come assicurato da Trump, non è chiaro quando e come. Se ne parlerà con tutta probabilità nell'incontro che il tycoon avrà con il collega messicano, il presidente Enrique Pena Nieto, in visita a Washington la prossima settimana. Assieme al Nafta, l'accordo commerciale che lega Canada Usa e Messico che pure Trump ha promesso di rivedere.

Nella stretta generale sull'immigrazione, al decreto sul muro oggi è seguita un'azione esecutiva per stringere le maglie degli ingressi negli Usa: saranno creati più spazi detentivi lungo il confine, sarà messa fine alla politica del "catch and release" (cattura e libera) dell'amministrazione Obama e non saranno più concessi finanziamenti alle cosiddette 'città santuario', quelle che proteggono gli illegali, ha spiegato la Casa Bianca, aggiungendo che il dipartimento di Stato Usa negherà i visti e userà altri strumenti per assicurasi che i Paesi accettino i rimpatri delle persone che si trovano illegalmente negli Usa.

Si fa strada anche l'ipotesi di un bando temporaneo per i rifugiati, tutti i rifugiati, siriani, iracheni e quelli provenienti da zone 'sensibili' al terrorismo, almeno fino a quando l'amministrazione americana non avrà messo a punto un processo di verifiche e controlli più sicuro. Così come promesso, appunto.

Si pigia così sul pedale della sicurezza nazionale. E a tutti i costi, se è vero che Trump è pronto anche a far ripartire il programma sugli interrogatori 'rafforzati' della Cia smantellato nel 2009 perché accusato di assecondare la tortura.

Eppure la Casa Bianca, almeno per ora, ha preso le distanze da un documento trapelato secondo cui la nuova amministrazione sarebbe orientata per il via libera ad una revisione dei metodi attraverso cui la Cia compie gli interrogatori, autorizzando l'agenzia di intelligence anche a riaprire carceri segreti all'estero.

Ci sarebbe una bozza del provvedimento che, secondo fonti di stampa, revocherebbe la decisione presa da Obama nel 2009 di porre fine al programma della Cia su questo genere di cose che poi sfociarono nella pratica del 'waterboarding'.

"Trump vuole restaurare le torture", hanno accusato le associazioni per la difesa dei diritti umani, Human Rights First in testa. "Non è un nostro documento", ha invece tagliato corto Spicer.

SDA-ATS

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