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Hillary Clinton accetta la storica nomination alla Casa Bianca, archiviando con un trionfo la convention democratica e raccogliendo l'eredità di Barack Obama.

Parte dunque la sfida ufficiale a Donald Trump, in vista del rush finale per l'"Election day" del prossimo 8 novembre.

A presentarla sul palco è la figlia Chelsea, che debutta così sul grande palcoscenico di quella politica che un giorno, dopo il papà e la mamma, potrebbe essere anche il suo.

E dalla convention di Filadelfia esce un partito democratico più compatto di quello presentatosi all'avvio dei lavori: le tensioni iniziali sono state stemperate, lasciando spazio a quella unità più che mai necessaria per battere Trump. "Stronger togheter", insieme siamo più forti, recita non a caso lo slogan della campagna dell'ex first lady.

Il passo indietro di Bernie Sanders e le parole di Barack Obama hanno contribuito al salto, al superamento delle differenze anche se fra i delegati e nella base del partito ci sono ancora malumori. Una scontentezza che, andando avanti, potrebbe penalizzare Hillary. Ma che potrebbe anche dissiparsi del tutto di fronte a una minaccia come quella di veder arrivare Trump alla Casa Bianca.

Con l'apertura ufficiale della campagna elettorale l'attenzione è sullo scontro a distanza fra i due candidati, ma soprattutto sui prossimi faccia a faccia televisivi che saranno decisivi. I dibattiti saranno centrali per convincere gli americani indecisi. E per Hillary è un test da superare a pieni voti, per dimostrare di essere effettivamente la scelta giusta e la persone più adeguata e affidabile per ricoprire il ruolo di Commander in Chief.

Il primo confronto diretto sul piccolo schermo è in calendario a settembre. Il mese successivo sono previsti altri due dibattiti fra Trump e Hillary, e uno fra i due vicepresidenti, Mike Pence e Tim Kaine. Hillary deve dimostrare di non cedere alla pressione e di non soffrire le battute e l'aggressività del tycoon. Non facile. "Non partecipo alla guerra degli insulti", ha detto Clinton di recente.

Per Hillary da qui a novembre lo spazio per errori è quasi pari allo zero, visti gli ultimi sondaggi. E anche una minima disattenzione potrebbe costarle cara per l'esito finale di una partita che ha sognato per una vita.

Nel 2008 le sue speranze si erano infrante nel senatore dell'Illinois Barack Obama. Ma proprio da Obama le è arrivato l'appoggio più importante. "È la più qualificata, più di quanto lo eravamo io o Bill", afferma davanti al popolo democratico in delirio per il suo presidente. "È pronta per essere Commander-in-chief, e io sono pronto a passarle il testimone" per continuare il lavoro iniziato.

Obama la elegge così come sua erede, perché sa che solo con Hillary può salvare i risultati raggiunti in otto anni alla Casa Bianca. Hillary - afferma - è l'unica che può portare avanti la speranza, il leitmotiv delle campagne elettorali del presidente.

Un invito accorato arriva anche dal vicepresidente Joe Biden, che riserva per Hillary il suo discorso più bello e appassionato da un palco che avrebbe potuto essere il suo. Si sbilancia a sorpresa anche Michael Bloomberg, l'indipendente che vuole convincere gli indipendenti e gli indecisi a schierarsi con Hillary contro il "demagogo" Trump.

Le sfide che aspettano la ex segretaria di Stato sono molte e le ricette che propone sono diametralmente opposte a quelle del rivale Trump, riflettendo visioni del mondo divergenti, quasi due realtà. Dall'Isis alla sicurezza, Hillary deve trovare la sua strada e lavorare, se sarà eletta, con un Congresso repubblicano, che è riuscito quasi a legare le mani a Obama nel suo ultimo mandato. Hillary deve imporre il suo stile e adattarlo a una piattaforma molto più progressista di quello che Clinton stessa è. Ma che rappresenta la piattaforma del compromesso e dell'unità che le ha regalato la possibilità di diventare 'Madam President'.

sda-ats

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