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Donald Trump.

Keystone/AP/EVAN VUCCI

(sda-ats)

Donald Trump traccia la sua linea di politica estera nel giorno dell'incoronazione a candidato presidenziale dei repubblicani: no all'intervento automatico in difesa di alleati della Nato in caso di attacco della Russia e no a "pressioni sulla Turchia"

Ciò vale anche per "altri alleati autoritari che conducono purghe sui loro avversari politici o riducono le libertà civili". "Gli Stati Uniti devono risolvere i loro problemi prima di cercare di cambiare il comportamento di altri Paesi", afferma Donald Trump in un'intervista al New York Times alla vigilia dell'accettazione della sua nomination.

È questo il punto centrale del suo ragionamento, e non è nemmeno nuovissimo. Anche durante la campagna per le primarie il tycoon non ha mai fatto mistero di voler "cambiare" il ruolo che l'America ha nel mondo, parte della sua promessa di "rendere l'America di nuovo grande".

Anche sulla Nato si era espresso a più riprese nel sottolineare che i Paesi membri dell'alleanza devono assumersi maggiori responsabilità, soprattutto sul piano finanziario. Aveva perfino accennato alla necessità che Paesi come il Giappone e la Corea del Sud si dotassero di un proprio arsenale nucleare per contrastare la minaccia di Pyongyang.

Però così netto forse non lo era mai stato, e le sue parole pesano come macigni data l'attualità, soprattutto quando elogia il leader turco Recep Tagyyp Erdogan in controtendenza al resto del mondo che in queste ore chiede il rispetto della democrazia e dei diritti umani.

Una nomination quella di Trump, che resta una vittoria a metà, se si considera che l'impresa di unificare il partito al massimo si può definire com un "lavoro in corso", con molti dei delegati giunti a Cleveland nella consapevolezza di dover appoggiare la loro seconda scelta. Chi perché vuole contrastare Hillary Clinton a tutti i costi e chi perché "è la democrazia. Adesso abbiamo scelto e andiamo avanti".

Non è così per Ted Cruz, il rivale che ad un certo punto era emerso come l'unico capace di contrastare l'inarrestabile cavalcata di Trump, che a Cleveland non solo c'è - a differenza di altri che hanno preferito disertare la kermesse pur di non partecipare al rito dell'incoronazione di Trump - ma è anche salito sul palco e negato tuttavia l'endorsement a Trump e invitando a "votare secondo coscienza".

È stato travolto dai fischi dell'arena, dove diversi volti noti sono rimasti di pietra. Il governatore del New Jersey Chris Christie ha reagito subito: "è un egoista", mentre dietro le quinte si scatenava il putiferio. Trump ha twittato affermando che "non è gran cosa", del resto il discorso lui lo aveva avuto prima. Ma sulla carta fa tutto un altro effetto. E c'è chi giura che nella notte non è mancato chi ha dato sfogo ad ira, rabbia e delusione.

Ma Cruz non cede e non ha nessuna intenzione di ricucire quando in mattinata conferma: "Non sono un servile cagnolino, non sostengo chi attacca mio padre e mia moglie" attirandosi le accuse di farne una questione personale.

Eppure doveva essere la giornata di Mike Pence, il governatore del'Indiana scelto come candidato vicepresidente proprio per smussare, controbilanciare. Ha concluso lui la terza giornata di lavori presentando le sue credenziali all'America. Ma se è davvero questo il suo compito, il test vero per Pence non va oltre la platea di Cleveland, e comincia proprio oggi a mediare quando si dice che Trump resterà al fianco degli alleati, i quali però "devono pagare la loro parte".

sda-ats

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