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Prova di fuga per Hillary Clinton e Donald Trump nelle primarie più importanti che la Grande Mela abbia mai vissuto da decenni.

Il voto dello stato di New York, infatti, come poche volte può segnare una svolta nella campagna elettorale per le presidenziali americane, riducendo al lumicino le speranze del senatore democratico Bernie Sanders e frustrando le residue ambizioni del senatore ultraconservatore Ted Cruz.

Lo scrutinio dei voti nella . E, salvo clamorose sorprese, Clinton e Trump - quest'ultimo contestato nell'ultimo comizio prima del voto - si avviano verso un trionfo: quella vittoria schiacciante di cui entrambi hanno bisogno per cementare davvero la loro posizione di 'frontrunner'.

Attenzione però a Sanders, da cui potrebbe arrivare un risultato finale a sorpresa, dopo una campagna newyorchese che ha suscitato un entusiasmo che non si vedeva dai tempi del primo Barack Obama. Ma la scelta del senatore di passare la serata a un evento alla University Park della Pennsylvania appare come una sorta di resa sul fronte di New York.

E raramente i newyorchesi si sono sentiti così coinvolti, visto che ben tre dei candidati (Clinton, Sanders e Trump) vengono proprio dall'Empire State. Così il tycoon, che ieri sera a Buffalo, capoluogo dello stato, è stato duramente contestato durante il comizio di chiusura della campagna dello stato - 21 manifestanti allontanati dalla polizia e almeno sei arrestati - ha votato in una sinagoga di Midtown Manhattan. Sinagoga che si trova a due passi dalla Trump Tower, dove in serata si riuniscono i suoi fan.

Mentre Sanders, che è originario di Brooklyn, e la moglie Jane si sono recati in un seggio nei pressi di Times Square. Hillary e l'ex presidente Bill Clinton si sono visti invece di prima mattina in un seggio di Chappaqua, a nord di New York, dove hanno la residenza.

L'indirizzo associato al famigerato account personale di posta elettronica che tanti imbarazzi ha causato all'ex Segretario di Stato. La festa è però all'Hotel Sheraton di Manhattan.

"La gara in campo democratico è alla fine", si è sbilanciato lo staff dell'ex first lady a seggi ancora aperti, spiegando come il senatore Sanders si trovi oramai "davanti a una strada quasi impossibile da percorrere verso la nomination". Del resto i numeri lo confermano: il senatore del Vermont dovrebbe vincere il 68% dei restanti delegati per rimanere in corsa, e una sconfitta a New York (con 247 delegati in palio, più 44 'superdelegati') rende tutto ancor più difficile. E con i sondaggi che danno la Clinton in netto vantaggio (di oltre 10 punti) anche in Pennsylvania, dove si voterà martedì 26 aprile.

In campo repubblicano, invece, anche un'affermazione schiacciante non significa per Trump avere la nomination in tasca. Finché i candidati repubblicani in gara rimarranno tre per il tycoon sarà più difficile raggiungere la fatidica soglia dei 1.237 delegati necessari per arrivare già da vincitore alla convention repubblicana. Con lo spettro della 'brokered convention', la convention aperta, sempre in agguato dietro l'angolo.

sda-ats

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